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Le opere e i giorni sono un’opera epica, composta di 828 esametri dattilici. I temi fondamentali che essa sviluppa possono sintetizzarsi in giustizia e lavoro, sebbene la complessiva unità del testo abbia creato non pochi problemi interpretativi.

L’opera è così strutturata:
*Proemio e invocazione alle Muse (1-10): Si invocano qui le Muse della Pieria, regione montuosa a nord dell’Olimpo. Il proemio segue da vicino la struttura degli inni proemiali di invocazione: 1-2: richiesta alle Muse di dettare il canto; 3-8: descrizione dei poteri della divinità da cantare; 9-10: saluto alla divinità e dichiarazione dell’inizio del canto. Oggetto del canto sembra essere Zeus, dispensatore di equità e castigatore dei torti, garante dell’ordine etico del mondo, giudice severo, ma non arbitrario, che premia chi segue i suoi dettami di giustizia. Al v. 10 viene citato il destinatario narrativo dell’opera: Perse, il fratello di Esiodo, digiuno di rettitudine e giustizia.

Sebbene il proemio delle Opere sia strutturato come un inno cletico (di invocazione alla divinità), sono sorti, come anche per il proemio della Teogonia, dubbi (infondati) riguardo la sua autenticità. Il filosofo Prassifane (IV-III a.C.) aveva un testo che ne era privo e Pausania (II a.C.) afferma che, nel santuario delle Muse presso il monte Elicona, veniva conservata una copia delle Opere priva di proemio, ma forse perché Esiodo celebrava qui le Muse della Pieria e non quelle Eliconie! Questo proemio, pur conservando la solennità tipica dello stile epico, non manca di accenti tipicamente esiodei: in particolare, il δεῡηε al v. 2 rivolto alle Muse (“venite qui”), con la sua sfumatura confidenziale, quasi intima, denota un rapporto con la divinità del tutto particolare che Esiodo aveva già delineato nella Teogonia. Anche l’ ἐλλέπεηε al v. 2, se da una parte instaura un richiamo abbastanza probabile all’Odissea, dall’altra se ne discosta nel momento in cui si realizza che oggetto del canto non è un uomo (Odisseo), ma lo stesso padre degli dei (Zeus).

*Narrazione (11-764): Quasi a correggere quanto precedentemente affermato in Teogonia, 225, dove Contesa (progenie di Notte) ha uno spettro semantico completamente negativo (ben testimoniato dalla sua progenie), Esiodo ora afferma che esistono due Contese (ἔξηδεο), una buona, l’altra cattiva. La prima, spinge all’emulazione e al lavoro; la seconda genera solo mali (vv. 11-24). Vi è poi il riferimento a Perse, alla ingiusta contesa in cui ha trascinato il poeta e all’ingiusta sentenza pronunciata dai giudici corrotti (vv. 25-41). Seguono il mito di Prometeo, già trattato nella Teogonia, e quello di Pandora (42-105), a cui pure il poeta s’era riferito nella prima opera, ma senza citarne il nome. Nelle Opere Pandora apre i vasi contenti i mali del mondo, lasciando all’interno solo la Speranza. A ulteriore dimostrazione dell’infelicità degli uomini, segue il mito delle Cinque Età (106-201), un altro racconto (ἕηεξόλ ηνη ἐγὼ ιόγνλ, v.106) che illustra l’avvicendarsi di cinque γενη di uomini, creati dagli dei, che si susseguono sulla terra, scomparendo ogni volta per far posto alla stirpe successiva, ma caratterizzandosi per qualità e destini post-mortem del tutto dissimili: la prima razza (γέλνο) ad essere creata dagli dei olimpi fu quella d’oro. Questo periodo viene identificato col regno di Crono, a partire da un riferimento al v. 111 (νἳ κὲλ ἐπὶ Κξόλνπ ἦζαλ). In quei tempi gli uomini, senza affanni e sempre giovani, vivevano come dei, godendo della gioia, della salute e di una terra feconda; anche la morte era dolce, perché arrivava come un sonno per loro. Una volta estinta, Zeus decise di mutare questa razza nella schiera di guardiani del genere umano: essi divennero così “demoni buoni, terrestri (ἐπηρζόληνη), osservanti la distribuzione della ricchezza”, v.123-124. A seguire gli dei crearono la razza (γέλνο) d’argento, di molto inferiore: essi non solo restavano cento anni presso le madri, eterni e stolti bambini, ma si rifiutavano anche di onorare gli dei: Zeus allora li fece sparire ed essi divennero Beati infernali (ὑπνρζόληνη), demoni del sottosuolo, come tali onorati; Zeus creò poi la razza (γέλνο) di bronzo, “nata dai frassini, rude e terribile, che si curava solo di guerre dolenti e misfatti. Di animo duro, come l’acciaio, intrattabili, non mangiatori di pane, erano forti e potenti, avevano braccia tremende articolate alle spalle su corpi massicci. Le armi erano fatte di bronzo, le abitazioni di bronzo, tutto di bronzo facevano: il ferro nero non c’era” vv. 145-151.

Essi finirono per distruggersi a vicenda e scomparvero senza lasciare traccia. Seguì poi, sempre creata da Zeus, la razza (γέλνο) degli eroi, “più giusta e migliore, divina razza (γέλνο) di uomini eroi, che sono chiamati semidei” (δηθαηόηεξνλ θαὶ ἄξεηνλ, ἀλδξῶλ ἡξώσλ ζεῖνλ γέλνο, νἳ θαιένληαη ἡκίζενη, vv. 160-161). Questa razza (γέλνο) perì in guerre e battaglie: viene citato il ciclo tebano e quello troiano. Solo alcuni di questi continuarono a vivere nelle Isole dei Beati (ἐλ καθάξσλ λήζνηζη, v.171), una prospettiva, questa della vita immortale degli eroi, che Omero, a differenza di Esiodo, rifiutava. L’ultima razza (γέλνο), è quella di ferro, quella attuale: “gli uomini ora di giorno penano e soffrono senza riposo, durante la notte sono angosciati; gli dei li tormentano e li affliggono sempre, anche se ai mali si mescolerà qualcosa di buono” (ηνῖζη κεκείμεηαη ἐζζιὰ θαθνῖζηλ, v. 179). Anche questa razza (γέλνο), profetizza Esiodo, verrà cancellata da Zeus, quando i figli nasceranno già vecchi e non assomiglieranno più ai padri, quando tutti i valori più importanti, quello d’ospitalità, d’amicizia, fraterno, verranno meno: i genitori verranno maltrattati e i figli li lasceranno nell’indigenza. Non si onorerà più l’uomo giusto e onesto, ma quello che delinque e sottomette il suo prossimo. Sarà la violenza a decidere il torto o la ragione, non la giustizia, giuramenti falsi verranno pronunciati e gli uomini, miserabili, saranno schiavi dell’invidia (δῆινο). Allora Αἰδὼο e Νέκεζηο abbandoneranno la terra al dolore, al pianto, e nulla più potrà salvare gli uomini. Segue la favola dello sparviero e dell’usignolo (202-212): considerato dagli antichi l’iniziatore del genere della favola (ἆηλνο), Esiodo racconta qui il breve apologo di uno sparviero, simbolo della sopraffazione, che si vanta della sua violenza ai danni dell’usignolo, dissuadendolo dal cercare di mutare un ordine “naturale” in cui il più forte prevale sempre sul più debole, attraverso la prepotenza. L’apostrofe e le esortazioni a Perse (213-382) coprono un consistente numero di versi: il nucleo concettuale dell’opera, il rapporto tra δίθε e ὕβξηο, è seguito da un’esortazione ai re-giudici e dall’invito a Perse a dedicarsi al lavoro, in modo da garantirsi una personale e onesta sussistenza. Non a caso, il poeta utilizza in questa sezione molti termini derivati dalla radice *ἐξγ, quasi a valore rimarcare l’importanza del lavoro, come base morale per una corretta declinazione dei rapporti interpersonali e una razionale gestione della casa. La sezione seguente è dedicata al lavoro dei campi (383-617): qui il poeta, basandosi su un calendario astronomico, dà delle indicazioni per un corretto svolgimento dei lavori stagionali. Questa sezione rappresenta di certo la parte più singolare e nuova dell’opera: nella solenne veste dell’esametro e nella lingua alta dell’epos, si susseguono una serie di precetti tecnici precisissimi, le cui ripetizioni e riprese vanno viste nel quadro di una pubblicazione aurale. Di particolare pregio sono le descrizioni di eventi naturali, che hanno un valore non solo letterario, poiché esse si propongono di individuare con esattezza la cronologia degli interventi proposti.

Infine, vi sono I Giorni (765-828), sezione dedicata ai lavori del mese, con indicazione delle attività giuste da intraprendere in ciascun giorno e dei momenti più appropriati della giornata per svolgere questi lavori: la sezione è stata considerata, a torto, spuria.


Lingua, stile e genere

La lingua delle Opere è quella dell’epos, sebbene si conceda alcune libertà: ci sono forme dialettali locali e un maggior numero di eolismi rispetto alla lingua omerica: del resto, siamo in Beozia. Più problemi hanno invece creato alcune forme doriche, assenti, com’è noto, in Omero. Omero è un riferimento costante per Esiodo, in quanto rappresentante del genere epico: la stessa formularità esiodea risente di quella omerica. Lo stile si arricchisce spesso di sentenze-proverbi (γλῶκαη) [es. lo stolto impara, sperimentando la sofferenza] e indovinelli (kenningar), con i quali si indica un essere non col suo vero nome, ma attraverso suggestive perifrasi [es. porta-casa=lumaca, cfr. Lo Hobbit, Bilbo vs Gollum). Lo stile delle Opere sembra talvolta ancora più arcaico di quello omerico: ci sono ridondanze e ripetizioni più che nell’epos. Quanto al genere a cui ascrivere il poema, la questione è complessa. Molti hanno definito le Opere una forma di epica didascalica, che accosterebbe alla lingua dell’epos un argomento nuovo, più modesto, quale quello del lavoro nei campi.
Il problema è che questa categoria, quella di epica didascalica, è molto più tarda, alessandrina: Arato e Virgilio videro in Esiodo un modello, ma noi sappiamo bene che non si può spiegare l’antico col moderno. Piuttosto, allora, diremo che questa è epica, punto: essa utilizza l’esametro e tratta la sua materia in modo serio (a differenza delle parodie del ciclo); solo che, a differenza di Omero, l’argomento qui non è quello delle gesta degli eroi, bensì la vita quotidiana e ciò introduce nell’epos un elemento di grandissima novità.

Composizione scritta
Esiodo compone le sue opere per iscritto e ciò lo affermiamo sulla base di 3 considerazioni: 1. vive in un periodo, il VII secolo, in cui la scrittura s’è già affermata; 2. si colloca nel solco della tradizione omerica e i poemi omerici erano già stati messi per iscritto, probabilmente, nell’VIII secolo a.C. 3. le sezioni alternative dei poemi esiodei, assenti per l’epica omerica che, avendo avuto una lunga fase aurale, ha permesso una scrematura delle incongruenze, ci fanno comprendere proprio la brevità della fase aurale esiodea e la precoce messa per iscritto del suo corpus.

Tecniche compositive
Anche l’analisi della tecnica compositiva delle Opere ha posto non pochi problemi. Ad una prima lettura, sembra di trovarsi di fronte ad un’opera scollata, in cui le varie sezioni narrative si giustappongono l’una all’altra senza apparente coerenza né coesione testuale. In realtà, la questione è diversa. Esiodo, come Omero, prima di lui, procede per associazione di idee, secondo una modalità paratattica e dei criteri di associazione del tutto estranei alla logica moderna. Se però in Omero il filo conduttore era la narrazione di gesta, qui abbiamo invece la trattazione di una tematica astratta, attraverso una serie di riflessioni, il che, probabilmente, accentua l’impressione (errata) di un testo poco coeso.

Pubblico
L’apostrofe è a Perse, fratello di Esiodo (della cui identità, a torto, si è dubitato), ma è un’apostrofe letteraria. Le Opere non sono una lettera privata, sono un’opera destinata a essere fruita da una comunità. Una volta chiarito questo, resta da chiedersi a quale comunità ci si stia riferendo.
Le ipotesi sono 3:
-il poema era destinato ad essere eseguito in feste, locali o panelleniche, in cui fossero previste recitazioni epiche -il poema era destinato al contesto locale delle feste dei contadini della Beozia ed era recepito come una sorta di enciclopedia tribale (Ercolani)
-il poema era destinato al simposio. L’ipotesi è di Kirchoff: è suggestiva, ma indimostrabile.

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