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Callimaco

Callimaco fu autore ed editore di se stesso, visse nell’Atene del IV secolo e nacque a Cirene, nel Nord Africa, da Batto, discendente del fondatore stesso della città; fu maestro di scuola nei sobborghi di Alessandria per mantenersi, fino a che Tolomeo I gli conferì l’incarico di compilare il catalogo critico della Biblioteca del Museo, per cui passò in rassegna i papiri e li ordinò. Pur avendo un ruolo così importante, non ricevette mai il prestigioso incarico di direttore. Tra i suoi discepoli ci sono nomi illustri, come Apollonio Rodio ed Eratostene. Trascorse la sua intensa vita fino al 240, a cui risale l’ultima opera, “Chioma di Berenice”, che è una preziosa fonte per la biografia.

Polemiche letterarie

I rapporti tra Callimaco e alcuni esponenti della cultura alessandrina con cui affrontò la polemica letteraria ci consentono di ricavare le caratteristiche della poetica di Callimaco, che sono le caratteristiche della poetica dell’intera età alessandrina; l’atmosfera nella biblioteca era di altissima speculazione e di grandi dibattiti che spesso sfociavano in tensioni e polemiche. La polemica letteraria vide da una parte Callimaco, dall’altra altri esponenti del mondo letterario (Apollonio Rodio, Sclepiade, Posidippo); la prima accusa rivolta a Callimaco era quella di polieidia, ovvero di porre mano a un numero esagerato di forme poetiche (inni, elegie, giambi, epos, epigramma), e da questa accusa Callimaco si difende nel tredicesimo giambo dicendo che non fu il primo ad occuparsi di più generi, ma già Ione di Chio nel V secolo si era cimentato sia in prosa che in poesia, quindi Callimaco non fu un innovatore, ma la polieidia esisteva già prima. La seconda accusa era quella di essere poeta oligostikos, cioè che usa pochi versi; Callimaco risponde nel quarantatreesimo epigramma, dicendo “odio il poema lungo”. Il testo in cui più palesemente troviamo la definizione più completa della sua poetica e l’apologia più esplicita è il proemio degli Aitia, in cui Callimaco definisce i suoi avversari “telchini”, ovvero figure demoniache maligne e invidiose, inoltre dice che questi parlano solo per invidia; sempre nel proemio definisce il suo protettore Apollo Licio e individua il suo canto poetico nell’usignolo, mentre quelli degli avversari al suono della gru; ancora, paragona il suono delle cicale al proprio, mentre il ragliare degli asini a quello degli avversari. Si definisce autore oligostikos, curatore di una poesia leggera e delicata e conclude dicendo che il “tuonare non è la mia finalità, ma quella di Zeus”. Difendendosi dalle accuse di Apollonio crea un agone tra l’Invidia e Apollo: la prima dice di ammirare solo i poeti che cantano come il mare, quindi poemi lunghi e ampollosi, il secondo dice che non apprezza né il mare né l’Eufrate: “è forte la corrente del fiume assiro, ma trascina molto fango e vi galleggia molta sporcizia. A Demetra le api non portano acque attinta ad una fonte qualunque, ma quella che scorre pura e limpida da una sacra corrente: piccola goccia però purezza assoluta”.


Poetica di Callimaco

Concezione della poesia fine a se stessa, ovvero prodotta per la gioia del canto, l’abbandono di ogni fine didascalico che la poesia greca ellenica invece privilegiava; la poesia deve rispondere alla Xaris, ovvero alla grazia, leggiadria, traducendosi in piacevolezza contenutistica e formale. Rifiuta i toni gravi e magniloquenti.
Brevitas.
Doctrina, intesa come strumento di realizzazione poetica e non come fine: l’erudizione deve essere un mezzo per realizzare il sublime e deve essere fondata: “non canto nulla che non si possa provare”.
Poesia elitaria, la doctrina deve essere a doppio senso: devono essere dotti sia i poeti che i lettori.

L’opera di Callimaco si divide in prosa e poesia.
Della prosa ci è rimasto poco, tra cui piccoli trattati a carattere vario, 170 libri di pinakes concepiti come una serie di quadri di natura filologica, per cui ogni quadro corrisponde ad un genere letterario di cui vengono fornite descrizione degli autori e problemi filologici.

Canti Melici

Sperimentazioni metriche.

Inni

Sono sei, simili agli inni di Saffo, hanno il metro lirico. Le caratteristiche sono: ricorso a miti rari e versioni secondarie; spirito profano; umanizzazione dei personaggi divini; utilizzo di spunti di attualità politica; innovazioni linguistiche e metriche (dialetto omerico e dorico con esametri e distici elegiaci).
Inno a Delo: mette in luce la sua erudizione geografia e folkorica; descrive il vagabondare di Latona perseguitata da Era alla ricerca di un luogo dove partorire Apollo e Artemide; come Latona, anche l’isola di Delo vagava per il Mediterraneo e si fermò soltanto dopo il parto di Latona.
Inno a Zeus: è più tradizionale, abbiamo una parte iniziale invocativa e poi una parte descrittiva in cui si rievoca la nascita di Zeus in Arcadia inserendo riferimenti ai suoi costumi e paesaggi; poi inserisce la nascita di Zeus a Creta (versione del mito più conosciuta) inserendo tra le due una scherzosa polemica verso i cretesi; infine ci sono le imprese di Zeus e l’elogio di Tolomeo I, manifestazione di Zeus in terra.
Inno ad Apollo: inizia con un clima di attesa per l’epifania del dio; si parla delle sue imprese, in particolare quelle di fondatore di città parlando di Cirene.

Inno ad Artemide: è un elenco della prerogative della dea attraverso una scena di vita quotidiana trasferita nel mondo divino: un affettuoso dialolgo tra Zeus e la dea bambina “seduta sulle ginocchia del padre.
Inno per i lavacri di Pallade: ha struttura mimetica e si immagina cantato in occasione della cerimonia argiva del bagno della statua della dea nelle acque dell’Inaco; viene inoltre riportata la vicenda di Tiresia, di cui viene in particolare descritto il dolore della madre, disposta a tutto pur di salvare il figlio.

Giambi

Sono 13, caratterizzati dalla varietas; sono il manifesto della sua poetica.
Il primo è dedicato ad Ipponatte, giambografo che non ebbe molto successo in vita; a lui Callimaco assegna il compito di raccontare il mito della creazione di una coppa bellissima che sarebbe dovuta appartenere all’uomo più saggio della terra, la coppa di Baticle, consacrata ad Apollo da Talete, uno dei sette saggi. Ipponatte raduna i dotti di Alessandria nel Serapeion e, per invitarli alla concordia, racconta loro questa storia.
Nel terzo si racconta di Zeus che avrebbe concesso la parola agli uomini dopo averla tolta agli animali; si conclude con una battuta pungente: i poeti tragici di età alessandrina parlano come i pesci.
Nel quarto viene rappresentato un agone tra l’alloro e l’ulivo.
Il sesto è una ekfrasis che prende spunto dalle statue di Zeus ad Olimpia.
Il tredicesimo è un giambo apologetico.

Aitia

E' l’opera più celebre e sono delle elegie di 4000 versi in 4 libri, di cui abbiamo solo frammenti. Il vero e proprio prologo degli Aitia era il cosiddetto “Prologo del sogno”, in cui richiamandosi esplicitamente ad Esiodo, che aveva incontrato le Muse sull’Elicona, Callimaco riferiva di essere stato portato in sogno sullo stesso monte, dove conversava con le Muse domandando loro l’origine di miti, culti e nomi. Il libro III si apriva con un’elegia encomiastica intitolata “Epinicio di Berenice”, moglie di Tolomeo III; viene inoltre riportata la novella di Aconzio e Cidippe. Nell’opera troviamo altri miti eziologici, come la fondazione di alcune città, il mito della nave di Argo ecc. Nel libro IV troviamo la “Chioma di Berenice”: Berenice aveva offerto un ricciolo perché il marito tornasse vincitore dalla guerra con la Siria; la scomparsa del ricciolo dal tempio diede spunto ad un astronomo per dare il nome di Chioma di Berenice ad una costellazione da lui scoperta.

Ecale

E' un epillio che nasce dalla fusione tra epos ed elemento lirico, in quanto ricalca le strutture dell’epos tradizionale, ma la lingua è più aspra e ci sono pochi epiteti. Il mito narrato riguarda un episodio marginale delle gesta di Teseo: l’eroe, alla ricerca del terribile toro che devastava la zona di Maratona, viene sorpreso da un temporale e trova ospitalità presso una vecchia di nome Ecale; il giorno seguente Teseo riesce ad abbattere il toro ma, ritornando nella casa di Ecale, la trova morta, e per onorarne la memoria istituisce il nuovo demo di Ecale e dedica un tempio a Zeus ecaleio.

Epigrammi

Sono circa 70 e sono caratterizzati dalla brevitas e dal labor limae. I temi sono svariati.

Epinici elegiaci

Sono due e si tratta di componimenti anomali.

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