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Aristofane

Aristofane nasce intorno al 450 a.C. e muore nel 385. Vive, quindi, la sconfitta di Atene nelle guerre del Peloponneso.
Prima di Aristofane abbiamo nomi di qualche autore, frammenti di qualche opera, mentre di Aristofane ci è arrivata l’opera completa.

La commedia di Aristofane deve essere necessariamente il risultato di un percorso che a noi è del tutto sconosciuto; infatti, è strutturalmente così perfetta ed elaborata che non può essere nata improvvisamente, ma deve avere alle spalle una storia abbastanza lunga.

La commedia ha un aggancio molto più evidente e diretto con la realtà rispetto alla tragedia. Nella tragedia dovevamo andare a cercare l’aggancio con la realtà, con qualche personaggio o situazione; nella commedia, invece, tutto questo è molto più evidente. Aristofane a volte fa proprio il nome di Cleone, successore di Pericle, fa il nome di Socrate, non nasconde quindi il riferimento alla realtà, riferimento che noi cogliamo subito.

La commedia è caratterizzata da quella libertà di parola che in questo momento in Grecia è al massimo: non abbiamo soltanto la "parresia" (la libertà enorme di parola), ma anche l’"onomasticon odein", cioè il prendere di mira una persona e chiamarla per nome.

La commedia era in maggior misura rappresentata nelle Lenee, cioè quando il mare era difficile da navigare, ad Atene arrivavano pochi stranieri e quindi la commedia era essenzialmente per la città, perché al di fuori di Atene non si riconoscevano determinati personaggi e situazioni e avrebbe perso quindi la sua forza satirica.

La commedia è un problema anche per noi che la leggiamo perché, quando ci sono riferimenti a situazioni o personaggi che noi non conosciamo, la commedia perde in quel punto l’importanza che aveva invece per il pubblico di Atene. Si differenzia in questo dalla tragedia, che invece portava valori per tutta la Grecia. La commedia, dunque, parla di una storia che può essere compresa soltanto dagli Ateniesi, ma che al di fuori di Atene non può essere capita.

Aristofane è un conservatore, non è per la guerra (siamo nel periodo della guerra del Peloponneso). Ha scritto addirittura una commedia intitolata “Pace”, scritta nel 421, anno della pace tra Atene e Sparta. Egli sottolinea sempre quello che la guerra comporta e quello che la pace favorisce. Molto spesso, dunque, nelle sue commedie avremo la separazione fra il personaggio che ha accettato la guerra e quello che ha favorito la pace; oppure la commedia terminerà sempre con un banchetto, una festa, proprio a sottolineare la gioia della vita che viene meno quando c’è la guerra.

Molti hanno visto in Aristofane un percorso: prima, egli è profondamente catapultato nella realtà politica ateniese, poi, invece, quando vede che le cose stanno prendendo una piega diversa, che Atene continua a fare la guerra, è come se pian piano si staccasse dalla realtà e creasse un mondo altro, tutto suo. Per esempio, con la commedia “Uccelli” egli fa creare a questi uccelli una città posta tra la terra e il cielo, ed è una città in cui dovrebbe esserci la pace, non dovrebbe esserci il male, non dovrebbe esserci la menzogna. È una commedia triste perché Aristofane evidenzia in essa che sulla terra non ci sono più questi valori; per ottenerli bisognerebbe fondare una realtà altra.

Il pensiero di Aristofane è in un certo senso negativo: anche se noi uomini costruissimo una città in cui dovrebbe regnare la pace, essa non sarebbe in grado di esistere perché gli uomini sono impregnati di male.
La parte finale della sua produzione (per esempio la Lisistrata) mostra un capovolgimento della realtà: le donne salgono al potere, mentre Aristofane dice agli uomini che essi non sono più in grado di governare, mentre le donne sono più intelligenti e più in grado di gestire le situazioni.

Abbiamo detto che Aristofane è un conservatore. Questo lo notiamo in particolare nella commedia “Le rane”, in cui troviamo la disputa, nell’Ade, tra Eschilo e Euripide. Aristofane fa vincere Eschilo, ed è tra quelli che accusano Euripide di misoginia, di “rivestire di stracci gli eroi”. Egli fa vincere Eschilo che rappresenta il passato, che è la certezza degli dèi, la vittoria della giustizia; non può invece amare Euripide che è la distruzione delle certezze, il crollo delle tradizioni.

Le commedie di Aristofane prendono tutte il titolo dal coro.
Importante è il momento della parabasi (dal greco parabaino = "stare fermi"): la scena si ferma, la storia non va più avanti, il coro si spogliava del ruolo che rivestiva nella commedia e si metteva a parlare col pubblico del momento storico, dell’autore. Il coro sfilava davanti al pubblico, si sedeva in un certo punto e si aveva questo momento di stasi. Era questo il momento in cui il pubblico veniva chiamato direttamente in causa. Questo ruolo fondamentale del coro, man mano che si va avanti con le commedie si perde.

Negli "Acarnesi" vi è una condanna netta della guerra: all’inizio e alla conclusione. Il generale Lamaco ritorna malconcio, mentre il protagonista, Diceopoli, che ha fatto la pace, può spassarsela tranquillamente. C’è il cibo, c’è il sesso: vengono sottolineati tutti i valori positivi che la pace porta e che la guerra, invece, impedisce.

Nella commedia “I Cavalieri”, il protagonista è il vecchio Demo ("il popolo"), accompagnato dai suoi due assistenti tuttofare, Nicia e Demostene. Demo è rappresentato come un vecchio pazzo che si fa prendere in giro da tutti. Quello che più di tutti lo prende in giro è Paflagone, dietro il quale si nasconde Cleone. Nicia e Demostene, che sono i fedeli servitori di Demo, escogitano un piano: trovando qualcuno che riesca a guidare meglio Demo, forse possono liberarsi di Paflagone. Chiamano quindi un salsicciaio, ignorante, violento, che non sa né leggere e né scrivere. È questa l’affermazione più disincantata di quanto in basso sia arrivato il demos, che potrebbe accettare anche una persona rozza e del tutto incapace pur di avere qualcuno che la guidi. Solo perché ci sono Nicia e Demostene, Demo riesce a rinsavire, a ringiovanire e a cacciare via il malvagio Paflagone.

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