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La Commedia


ll periodo di fioritura della Commedia si verifica nella seconda metà del V secolo a.C. Secondo Aristotele, la commedia nacque dalle "falloforie", le feste connesse al ciclo annuale della vegetazione; sarebbe quindi il "canto della festa" o "canto del villaggio". Il "riso rituale" ha funzione apotropaica e magica, poiché è una forza rigeneratrice.
Fu la tragedia che fornì il modello per l'organizzazione drammaturgica; ma la commedia attica contiene forme mimiche assai più antiche della tragedia. Si distinguono tre tipi di commedia: antica, essenzialmente politica, di mezzo e nuova.
La commedia sviluppa anche argomenti "bassi", poiché è legata all'attualità cittadina; l'eroe comico è caratterizzato dalla capacità di sovvertire la realtà senza macchiarsi di alcuna colpa di ubris, e porta a compimento situazioni impossibili nella realtà, spesso travestendosi; ciò permette una palingenesi della convivenza civile, permessa da un farmacos, un "capro espiatorio" (che può essere una figura corrotta, un vizio cittadino o un'intera città) che porta con sé l'impurità e il malanno e consente di rigenerare la comunità. La conclusione spesso prevede una festa, col trionfo di sessualità e cibo.
Spesso, soprattutto nei primi tempi dell'attività comica in Grecia, si verifica la rottura della "quarta parete", ovvero un momento, nella parabasi, in cui gli spettatori sono chiamati in prima persona a partecipare alla rappresentazione.
I modelli linguistici sono assai vicini alla lingua parlata, conferendo la libertà linguistica tipica della commedia.


Aristofane


Aristofane nacque ad Atene attorno al 450 a.C. e iniziò giovanissimo la carriera di autore comico; acquistò grande popolarità con una delle sue prime commedie, i Babilonesi, dove dileggiava l'uomo forte del partito democratico, Cleone, che lo accusò successivamente di aver diffamato la città di fronte agli alleati; ma la sua crescente popolarità gli garantì l'impunità.
Le opere di Aristofane accompagnano i vari momenti della vita ateniese nel tragico periodo della guerra contro Sparta. Usa la commedia come espressione dell'immaginario collettivo riuscendo nell'intreccio, nel colpo di scena ma meno nella definizione dei caratteri.
L'eroe è un eroe comico, scaltro, spregiudicato e moralmente ambiguo, che si ribella allo stato di degenerazione della vita cittadina ed escogita un'idea fantastica e paradossale per rinnovare la polis oppure evade per cercare una realtà migliore. Il rinnovamento, tuttavia, non tocca mai soltanto l'eroe, ma sempre l'intera società. Vi sono ovviamente antagonisti grotteschi ed è presente la cacciata rituale del farmacos. La conclusione è spesso vittoriosa e si conclude con trionfo di sessualità e cibo.
Il ritmo dell'azione è serrato, incalzante; Aristofane poco si cura di situazioni ed eroi, piuttosto mira a sviluppi inattesi e paradossali per meravigliare il pubblico.
Il linguaggio usato è fantasmagorico, il lessico è ampio e brillante e vi è inoltre il primo esempio di grammelot, puri suoni che imitano una certa lingua o un certo dialetto. L'inesauribile inventiva verbale si innesta su un gioco di personaggi anch'essi tendenzialmente deformati, poiché Aristofane non vuole riprodurre la realtà, ma riplasmarla in modo fantastico.

Commedie

Acarnesi: Il contadino Diceopoli, amante della giustizia e della pace, non riuscendo a convincere i suoi concittadini della necessità di porre fine al conflitto con Sparta, decide di stipulare una pace separata con la città nemica, ma, scoperto dagli Acarnesi, viene condannato a morte come traditore. Travestito da personaggio euripideo, riesce successivamente a convincere anche Lamaco, fautore della guerra. Al termine, i due rientrano in scena in condizioni ben diverse: Lamaco, ferito, geme e si lamenta in maniera tragica; Diceopoli è ubriaco e contento mentre si appoggia a due ragazze pregustando i piaceri che lo attendono.
La tematica principale della commedia è l’attualità della guerra e l’utopistico progetto di tregua; attraverso il più capzioso dei poeti contemporanei, Euripide, Aristofane mira a far capire che la guerra non è la soluzione ai loro problemi. La trama è bipartita: si cerca di mandare in rovina l’eroe e il dramma termina con l’elemento topico della commedia, la festa.
Quello che gli Acarnesi esemplificano è un rito di rinascita, un farmacos da eliminare, ma l’antagonista è la guerra stessa.
Rane: Dioniso si reca nell’Ade per riportare sulla terra Euripide; si traveste da Eracle ma incappa in personaggi che, avendo subito in passato le angherie di Eracle, non vedono l’ora di agguantarlo. Scambia il proprio abbigliamento con quello del servo Xantia, che lo accompagna. I due giungono presso Eschilo ed Euripide, che si contendono il titolo di primo poeta tragico. A Eschilo, Euripide rinfaccia il linguaggio troppo solenne e pesante e la staticità dei personaggi e delle situazioni. Euripide viene accusato di essere venuto meno al ruolo civile del poeta tragico. I versi dei due tragici vengono pesati su una bilancia, e quelli di Eschilo ovviamente risultano più pesanti. Così Euripide viene riportato sulla terra per tornare ottimo consigliere dei cittadini.
Il clima di tramonto politico dell’ultima fase della guerra contro Sparta si congiunge con quello del genere letterario, la tragedia. Recuperando i grandi del passato, Aristofane riporta il solido patrimonio di valori morali e civili poiché si avverte un grande problema culturale: il problema dell’essenza del teatro.
La discesa di Dioniso nell’oltretomba dipinge figure dell’immaginario dai contorni fantastici, come il coro delle rane che accompagna il protagonista durante tutto il viaggio.
Nuvole: Il vecchio contadino Strepsiade è assediato dai debiti contratti per soddisfare la passione per i cavalli del figlio Fidippide, un giovane snob che disprezza il padre rozzo e vuole frequentare solo i parenti della madre, donna raffinata e di ottima famiglia. Strepsiade decide di inviare il figlio a studiare presso i filosofi che, sotto la guida di Socrate, vivono nel Pensatoio per apprendere l’arte sofistica, in modo da farsi aiutare a liberarsi dai creditori, senza ottenere l’aiuto del figlio. Così decide di recarsi personalmente a studiare presso il Pensatoio, dove incontra Socrate accompagnato dalle Nuvole. Ricerche astruse e oziose, nuove divinità non favoriscono l’insegnamento pratico che Strepsiade desidera e viene cacciato via, potendo però mandare al suo posto il figlio. A causa della mancata collaborazione da parte di quest’ultimo, che anzi gli provoca danni, Strepsiade incendia il pensatoio insieme a tutti i filosofi.
In quegli anni, filosofi e pensatori stavano provocando una rivoluzione del pensiero, vista con sospetto dai tradizionalisti. Il filosofo Anassagora era addirittura dovuto fuggire da Atene, che condannava chi praticasse l’astronomia e non credesse negli dei della città. Socrate, in quest’opera, viene deriso e dipinto come un imbroglione che corrompe la gioventù, si occupa di scienze assurde e inutili, sovverte i costumi e la morale e venera divinità nuove e assurde (la Lingua, il Caos, l’Aria, le Nuvole); incarna dunque la minaccia per i tradizionalisti. Aristofane mette dunque in luce il conflitto tra generazioni, tra tradizionalisti e rivoluzionari, ed è la vecchia generazione ad uscirne sconfitta, anche se l’esponente della nuova generazione appare amorale.
Tuttavia la commedia si chiude con l’espulsione del farmacos, del male dalla città, l’incendio del Pensatoio, che libera Atene dal pericoloso focolaio di corruzione.
Il tono è elevato e la genialità e la raffinatezza dei temi inaugurano un’opera del tutto nuova e matura, con spessore psicologico ben delineato.
Lisistrata: Le donne greche, stanche della guerra fra sparta e Atene, assecondano il piano della protagonista, l’ateniese Lisistrata: si astengono collettivamente dai rapporti sessuali con i mariti fino a che questi non avranno posto fine al conflitto. A nulla valgono i tentativi di allontanarle: un gruppo di vecchi viene affrontato a secchiate d’acqua, un commissario viene sbeffeggiato e costretto a ritirarsi. Alcune donne cedono al desiderio e abbandonano la lotta, ma la maggior parte di esse resiste. Alla fine la pace è ottenuta e la commedia si conclude allegramente fra canti e danze.
Le donne, appartenenti a due città storicamente nemiche, si alleano per ottenere la pace e con uno sciopero sessuale pongono fine alla guerra. E’ una comica creazione di un mondo alla rovescia dove l’utopia si realizza sulla scena. Ma si tratta anche di una guerra fra sessi, per mezzo dello schema del sovvertimento. Le donne vincono senza bisogno di armi e smascherano la fragilità degli uomini, la sessualità, alla quale dovranno arrendersi.
Lo scherzo non declina mai verso esiti grossolani ed il testo risulta elevato, senza cattivo gusto.
Tesmoforiazuse: Euripide teme che le donne di Atene, in occasione delle Tesmoforie, si vendichino di lui per aver portato personaggi femminili immorali sulla scena, come Fedra o Medea. Così decide di travestirsi da donna aiutato dal parente Mnesiloco, che si fa smascherare e viene imprigionato. Riesce tuttavia a scappare grazie all’allontanamento della guardia, attirato da una seducente prostituta. Euripide riesce a salvare Mnesiloco promettendo alle donne di non parlare mai più male di loro.
La tematica principale del dramma è la polemica letteraria contro poeti ed intellettuali della nuova generazione, come Euripide.
Vi è un’abile struttura drammatica con un intreccio compatto, da scene tutte abili e divertenti; è un primo esempio di “metateatro”, il teatro nel teatro. Il testo gioca su due aspetti rilevanti della commedia: il travestimento e lo scambio di sessi.
Donne in assemblea: Le donne ateniesi compiono un colpo di stato: travestite da uomo, in assemblea decidono di mettere in comune tutti i beni e di eliminare ogni favoritismo; in materia sessuale, saranno le donne a scegliere e gli uomini dovranno soddisfare prima di tutte le partner vecchie e brutte. Qualcuno si rifiuta di mettere in comune i propri beni ma si vuole appropriare di quelli altrui; tre vecchie megere pretendono un bel giovane tutto per loro prima che per la sua giovane innamorata. La commedia si conclude festosamente con un abbondante banchetto comunitario.
Il teatro appare mutato, come anche il pubblico ed Atene, impoverita e alle prese con un dopoguerra lungo e difficile. Erano scomparsi anche i grandi bersagli del suo teatro, non sostituiti da personaggi di pari livello. In questo clima nuovo, Aristofane non si trova pienamente a suo agio.
Tono e struttura presentano tratti originali: la parabasi scompare e diminuiscono le parti corali, che fungono da intermezzo per separare un episodio dall’altro, senza rinunciare ad una comicità vivace.

Socrate nacque ad Atene nel 469 a.C. Era di modesto status sociale, era un cittadino qualsiasi integrato nella vita della sua polis. Combatté nell’esercito ateniese durante la guerra del Peloponneso e dopo il ritorno della democrazia si sviluppò un movimento sfavorevole a Socrate, che fu condannato a bere la cicuta e morire, morte che affrontò con grande serenità di spirito. Si colloca nella dimensione orale e non lascia niente di scritto, ciò che sappiamo di lui ci perviene principalmente grazie al suo discepolo, Platone. Socrate usò l’immagine della maieutica per far nascere la verità a poco a poco nella mente di chi la sta cercando. Il suo contributo fu decisivo nel percorso che portò a considerare la psiche come il centro della vita spirituale dell’uomo, da essa dipendono tutte le attività superiori, in essa sta la radice della morale, e dopo la morte la psyche sopravvive. Egli individua nella ricerca della virtù e del bene il fine supremo dell’individuo; il bene è sinonimo di conoscenza, infatti male, errore e colpa possono nascere soltanto da un uomo ignorante del bene (nessuno è totalmente malvagio).

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