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La discriminazione della donna nel mondo


Pur essendo nel XXI secolo, la discriminazione sessuale nei confronti della donna, Circa i ¾ della popolazione femminile discriminata vive nei paesi sottosviluppati e più del 50% in Asia. Le discriminazioni nei vari settori della società, di cui le donne sono vittime in questi paesi, non sono soltanto causa di fattori economici anche il sottosviluppo contribuisce senz’altro all’emarginazione.
Le ragioni principali sono da individuare nel contesto politico e socioculturale di questi paesi e nel ruolo che la società, nel suo complesso, attribuisce alla donna. Nei paesi di cultura islamica, per esempio, il persistere di una tradizione culturale di stampo patriarcale e maschilista, rappresenta un grosso ostacolo sulla strada del superamento delle differenze fra uomo e donna nell’ambito dei diritti e delle opportunità sociali. Non va sottovalutato il fatto che il passato coloniale di alcuni paesi africani e asiatici ha contribuito a rallentare la transizione di queste società verso sistemi di valori del mondo occidentale, in cui la parità fra gli individui, almeno sul piano giuridico-formale è riconosciuta esplicitamente. Questo è successo perché l’incontro con le moderne culture occidentali è stato vissuto dalle popolazioni locali come una minaccia alla loro integrità culturale. Pertanto, la resistenza alla cultura europea importata ha prodotto reazioni di chiusura in difesa delle tradizioni autoctone che hanno provocato un irrigidimento delle discriminazioni sessuali esistenti.

Le società in cui la donna è collocata all’ultimo gradino del potere sono caratterizzate dal modello familiare patriarcale, a volte allargato anche a più nuclei familiari. In tale modello l’autorità ed il potere sono esercitati sia sui minori che sugli altri adulti del gruppo, dal capo della famiglia allargata e passano in eredità sempre ad un uomo dello stesso gruppo. Il ruolo assegnato alla donna è la maternità e la cura dei figli minorenni ed è così che essa arriva al riconoscimento sociale. La donna non ha la patria potestà e nemmeno ha il diritto di decidere né sul proprio futuro, né su quello dei figli. A volte è anche esclusa dal diritto di proprietà perché, sposandosi, è destinata a servire un’altra famiglia di cui assume la religione e il mestiere. Lo scopo di un modello familiare simile, tipico dell’Islam, è di assicurare lo sviluppo e rafforzare il gruppo di appartenenza di cui fa parte l’uomo. Questo ha anche ripercussioni sull’educazione riservata al le bambine. Infatti, nelle famiglie, specialmente se molto povere, viene deciso di non investire nell’educazione o negli studi delle figlie perché, una volta sposate, andranno a servire in un’altra famiglia. I sistemi giuridici islamici non fanno altro che rafforzare le differenze fra uomo e donna poiché danno valore ed accettano esclusivamente la tradizione patriarcale e maschilista.
Nelle ex colonie, una volta raggiunta l’indipendenza, i nuovi sistemi giuridici, pur di avere il consenso della popolazione, hanno evitato di imporre modelli culturali considerati estranei a favore dell’identità culturale locale e ciò ha contribuito a marcare ancora di più la differenza fra i due sessi, sempre a sfavore della donna. Nell’Africa subsahariana, il diritto all’eredità della donna è subordinato al consenso del capofamiglia, mentre nell’Africa nera, nessuna legge, scritta o orale, riconosce l’uguaglianza fra i due sessi. Qualche piccolo passo viene fatto, ma molto lentamente. Per esempio, in alcune popolazioni la verginità prematrimoniale è considerata un prerequisito indispensabile al matrimonio, mentre in altre etnie avere più figli prima o fuori del matrimonio è considerato una ricchezza. In India, inoltre non è più ammesso che la donna rimasta vedova debba perire sulla pira innalzata per cremare la salma del marito. Questa usanza aveva lo scopo di evitare che la donna rimasta sola fosse di peso alla famiglia; tuttavia, la consuetudine resta in uso in molti villaggi. Da quanto detto, risulta che il Corano, nei paesi islamici detta leggi repressive nei confronti della donna; esso non riconosce la pari dignità, anzi la donna è considerata un’eterna minorenne e per agire essa ha sempre bisogno del consenso dell’uomo (padre, marito, figlio maschio). L’adulterio è severamente punito (ma non quello dell’uomo) ed in passato era addirittura prevista la lapidazione. Fra i paesi islamici si distingue la Tunisia in cui la poligamia è proibita, è obbligatorio il consenso della donna per il matrimonio ed in fatto di divorzio viene riconosciuta un’uguaglianza totale fra uomo e donna.
Tuttavia, anche nei paesi in via di sviluppo si stanno facendo avanti delle iniziative a favore della donna. Si tratta, in genere, di movimenti nati nei ceti sociali più elevati che rivendicano la parità di trattamento uomo/donna in tutti i settori sociali, utilizzando metodi e strumenti di sensibilizzazione, simili a quelli in uso nel mondo occidentale. Esistono anche iniziative popolari di autotutela, di autodifesa e di assistenza reciproca che ricorrono ai meccanismi di solidarietà che tradizionalmente legano le donne fra di loro. Un esempio ci è fornito dalla Costa d’Avorio, in cui le donne hanno ripreso il sistema della “tontine”: si tratta di una raccolta di fondi in denaro o in beni da mettere a disposizione delle donne più deboli affinché si possano costruire una casa o esercitare un mestiere, cercando così di rendersi autonome e liberarsi dall’oppressione del modello patriarcale e maschilista.
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