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Arthur Schopenhauer (1788-1860)

Nato a Danzica in Prussia, nell’attuale Polonia.
All’inizio dell’Ottocento, nel 1803, quindi fin da ragazzo inizia ad interessarsi alla filosofia.
Conobbe Goethe e studiò i filosofi realisti come Fichte.
Nel 1813 si laurea a Jena, città simbolo dei romantici.
Nel 1819 pubblica il suo capolavoro “Il Mondo come Volontà e Rappresentazione”.
Scrive poi un’altra opera, meno importante, “Parerga e Parapolipomena” (dal greco Appendici e Cose Trascurate), nella quale tratta molti temi tra i quali l’arte di avere sempre ragione.

Nel suo pensiero vi sono tracce di filosofi e correnti filosofiche precedenti: di Kant (riprende a modo suo la distinzione tra fenomeno e noumeno), di Platone (concezione del mondo delle idee), del Romanticismo (non si basa sul romanticismo storico, ma da importanza all’arte e alla musica), della filosofia indiana, analizzata per distinguere apparenza e realtà, valorizzerà di questa l’ascetismo, cioè vivere senza desideri, in modo sobrio, con castità, astinenza e digiuno.

Schopenhauer preleva dal pensiero di Kant, la distinzione tra noumeno e fenomeno, e che quest’ultimo costituiva una realtà fenomenica; diversamente da Kant però egli pensa che il fenomeno o rappresentazione fosse illusione, falsa, parvenza, dietro di essa si nasconde la vera realtà ( il noumeno), contrariamente da Kant che diceva che essa fosse reale.
La rappresentazione (il fenomeno) è associata al velo di Maya (termine orientale induista):
Maya = un potere di Brahma che consiste nel poter far apparire qualsiasi cosa,
“velo” che deve essere squarciato per poter arrivare al noumeno e quindi alla conoscenza.
La rappresentazione non è caotica, è ordinata e regolare, ce l’abbiamo tutti e proviene da noi stessi, è ordinata secondo spazio, tempo e causalità anche se falsa.
Berkley diceva che la materia è percezione e che quindi la realtà è pura rappresentazione.
Schopenhauer riprendendo alcuni concetti di Leibniz dice che la causalità può essere definita come Principio di Ragion Sufficiente.
Di ciò ne parla nella dissertazione con la quale si laurea: “La Quadruplice Radice del Principio di Ragione Sufficiente”.
“Nulla è senza una ragione del suo essere” (Leibniz) Leibniz si basava però sulla metafisica, mentre Schopenhauer traduce queste idee in termini non metafisici.
Il principio di ragione sufficiente dipende dagli oggetti fenomenici che si dividono in 4 classi:
- la prima classe riguarda le rappresentazioni intuitive o sensibili, attraverso le quali formiamo l’esperienza intesa come totalità di fenomeni retta da leggi obiettive e necessarie, in questo principio mettiamo quindi in relazione sensibilità e intelletto, cioè essi collaborano.
- la seconda classe riguarda le rappresentazioni astratte, i concetti che formano il contenuto della ragione e questo principio di ragione sufficiente ha la forma del principio della conoscenza ed esprime il nesso tra premesse e conseguenze nei giudizi ipotetici (se… allora…).
- la terza classe riguarda le rappresentazioni di spazio e tempo a priori che sono le condizioni di pensabilità della matematica e degli enti matematici che presuppongono sempre una posizione nello spazio e una collocazione nel tempo.
- la quarta classe riguarda le azioni, che sono regolate dalla legge di motivazione cioè dal principio di ragione di sufficienza dell’agire. Ogni azione può essere spiegata in base al carattere empirico dell’individuo, alle circostanze, agli stimoli sensibili. Ogni azione ha motivazioni empiriche che sono quindi constatabili nell’esperienza.

Noi abbiamo spiegato la rappresentazione attraverso i sensi. Questa è la nostra rappresentazione ma non è reale, non siamo arrivati al noumeno. Kant diceva che il noumeno era inconoscibile; per Schopenhauer invece esso è conoscibile se noi guardiamo dentro di noi (interiorità/ricerca interiore) (Io Voglio) (Parmanide, Zenone, Leibniz e Platone), dobbiamo quindi trovare un rapporto tra il corpo e la mente, fare qualcosa a prescindere dagli stimoli. In noi vi è una Volontà che è al di fuori delle motivazioni empiriche.

La Volontà è per Schopenhauer il noumeno, che sta alla base di tutto, non è razionale, è inconscio, infinito, incondizionato ed eterno. Nella vita però vi è sempre la mancanza, non si è mai completi, questa Volontà spinge sempre a desiderare qualcosa.

“L’universo è indifferente” Woody Allen da Crimini e misfatti
Il rapporto tra noumeno e fenomeno, quindi tra la Volontà e ciò che noi ci rappresentiamo: la Volontà si oggettiva nella rappresentazione fenomenica secondo gradi diversi:
-il primo grado consiste nei generi sommi, le idee (ad esempio l‘uomo)
-il secondo grado si basa sul principio di individuazione, i singoli individui che sono sempre in conflitto, sempre intenti a prevaricare sugli altri, essi sono schiavi della Volontà.
L’amore è visto come un mascheramento sdolcinato dell’impulso sessuale, la riproduzione, e genera sofferenza.
Gli animali stanno meglio, perché essi, al contrario rispetto all’uomo, non sono consapevoli.
L’uomo viene definito come un animale malaticcio, viene dimostrato anche nella storia (Hegel e Marx): la storia è la ripetizione continua della distruttività umana che deriva dalla competizione e dal conflitto, e per questo non vi è nessun progresso. Quanto manca questa distruttività subentra la noia e viceversa.
La legge, il diritto e lo stato servono esclusivamente per impedire l’autodistruzione, e quindi per dare regole con il fine di limitare i danni all’uomo stesso.

Schopenhauer da indicazioni per attenuare il dolore fino quasi a farlo scomparire attraverso le tre Vie di Liberazione dal Dolore; specifica che il suicidio non è una di queste vie, perché esso è un atto di Volontà che porta all’autodistruzione e che quindi sopprime l’individuo e non il problema.

- la 1° via di liberazione si rifà al romanticismo ed è l’arte (Schelling ed Hegel), essa è una forma di conoscenza espressa dal genio artistico. Nella fruizione, quindi nella visione e nella creazione, di un’opera d’arte si attenua il dolore perché essa porta ad una conoscenza libera e disinteressata, non porta ad utilitarismo.
L’arte non ci da l’individualità ma esprime le idee, qualcosa di universale. L’arte regine è la musica perché ci consente di conoscere la volontà senza sofferenza, ma quando finisce torniamo allo stato iniziale e quindi alla sofferenza e al dolore.
- la 2° via di liberazione è l’etica della pietà, essa nasce da un nostro sentimento della pietà. Consiste nell’avvertire come nostre le sofferenze altrui ed è intesa come compassione (soffrire con…).
L’etica (Ginestra di Leopardi) per Schopenhauer è divisa in due momenti o gradi:
1. la Giustizia, gli uomini capiscono che dietro le sofferenze c’è un’unica volontà e pongono un freno all’egoismo; si tratta di un’etica negativa, nel senso che si fonda sul non fare del male.
2. la Carità, si tratta di un etica positiva, nel senso che si fonda sul fare del bene agli altri in modo disinteressato. Un momento importante perché ci si libera un po dalla volontà ma si è sempre all’interno della stessa.
La seconda via risulterà così insufficiente e con dei limiti.
- la 3° via di liberazione è quella dell’ascesi (ricorda la mistica medioevale e orientale). Essa consiste in uno stato di quiete, nella negazione della Volontà (Noluntas -- nolontà): tutti i desideri devono essere ridotti al livello minimo: la castità assoluta, la rinuncia ad ogni tipo di piacere, la povertà, e così via. Ci deve essere un sacrificio fino all’automacerazione.
Con questa via noi avremo un acquietamento, la pace, la tranquillità (concetto indiano del Nirvana).

Dal pessimismo cosmico (Leopardi) non si esce, vi è un assoluto nichilismo (l’essere non ha alcun senso) (concetto antihegeliano).
Questa concezione verrà inizialmente accettata da Nietzsche, ma poi abbattuta con il fatto che si può fare di meglio.

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