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Schopenhauer

Vita, opera, pensiero generale

Filosofo tedesco, nato a Danzica attorno al 1780/85. L'opera principale s'intitola Il mondo come volontà e rappresentazione. Muore attorno alla metà dell'800. E' importante perché è il primo filosofo dell'800 che è critico dell'ottimismo ottocentesco, l'800 è secolo di progressi economici celebrati con il positivismo, è il secolo della borghesia, Schopenhauer è il primo che ha una visione pessimistica e negativa della realtà e quindi, secondo alcuni, è il primo filosofo che smaschera le finzioni della società dell'800. La sua importanza sta in questo, nell'essere un autore che smaschera finzioni che si nascondono dietro la borghesia dell'800, mentre la filosofia per esempio di Hegel è ottimistica, la realtà è un prodotto della ragione, quindi è spiegabile, giusta, in ordine così com'è la e in questo è ottimista. Invece per Schopenhauer la realtà è contraddizione, disordine, dolore fondamentalmente, la vita è dolore e tutta la realtà è manifestazione del dolore, quindi non condivide con contemporanei e successori la visione ottimistica della realtà.

"Il mondo come volontà e rappresentazione"è stato scritto nel 18/19, quando stava trionfando in Germania la filosofia di Hegel. Mentre la filosofia di Hegel pensa che la realtà sia un prodotto della ragione ed è ottimista, quella di Schopenhauer pensa che la realtà sia dolore, disordine, caos e quindi una visione opposta a quella di Hegel, perciò non ebbe successo quando Hegel era vivo, ma dagli anni quaranta in poi dopo la morte di Hegel.

Riassumendo:la filosofia di Schopenhauer è importante perché smaschera le finzioni e l'ottimismo dell'800, mostrando disordine e caos dove l'800 credeva ci fosse l'opposto, ordine e razionalità. La sua filosofia è per molti versi opposta a quella di Hegel la quale interpreta la realtà come un prodotto di una ragione ordinata e necessaria, per Schopenhauer la realtà è disordinata, caotica, dolorosa, irrazionale e quindi ha una visione diametralmente opposta e ciò spiega il suo insuccesso.

Ripresa di Kant, integrazione "cosa in sè", correzione visione idealista


Egli sostiene di avere altri maestri da Hegel, ritiene primo suo grande maestro Kant, sostiene di essere un Kantiano e addirittura sostiene di riprendere la filosofia di Kant (erroneamente), rimetterla in piedi giusta e integrarla. Si proclama Kantiano, vuole riprendere il sistema autentico di Kant, correggere gli errori interpretativi degli idealisti e anzi proporrà un'integrazione, propone la sua filosofia come la giusta continuazione di quella di Kant.
Gli idealisti eliminano la cosa in sè, l'idealismo parte dall'idea che la cosa in sè sia inspiegabile e vada tolta di mezzo e la realtà è un prodotto dello spirito perché non c'è più una cosa in sè. L'idealismo parte da Kant, dal dualismo fenomeno-cosa in sè, poi trova la cosa in sè incomprensibile, allora la elimina e la sostituisce con lo spirito. L'immagine che tutti hanno della realtà è che da una parte c'è la cosa in sè, che determina il fenomeno, la cosa in sè è causa del fenomeno: questo è il riassunto che tutti fanno della filosofia di Kant. Per gli idealisti, la cosa in sè, oggetto sconosciuto, allora la vera realtà, la cosa in sè, è sconosciuta, quindi essi la eliminano e la sostituiscono con uno spirito che produce il fenomeno. Si toglie la cosa in sè ed è l'io infinito che produce il fenomeno.
Schopenhauer vuole ripristinare la cosa in sè, vuole ritornare a Kant e a pensare che esiste la cosa in sè ed il fenomeno, cioè esistono due livelli di realtà, si proclama Kantiano in questo senso, è convinto come Kant che esistono due livelli di realtà, la cosa in sè ed il fenomeno. Fa un passo oltre: ci spiega cos'è la cosa in sè, cosa che Kant non aveva fatto. Vuole ripristinare l'autentica filosofia di Kant, quindi non dire che è l'io a produrre il fenomeno, ma tornare alla cosa in sè. C'è una cosa in sè che è causa del fenomeno, ma non vuole tornare ad una posizione Humiana per cui la vera realtà ci è sconosciuta, allora spiegherà la cosa in sè, cioè la causa ultima del fenomeno e della realtà. Il titolo della sua opera fondamentale Il mondo come volontà e rappresentazione vuol dire che la volontà è la cosa in sè il fenomeno non è altro che rappresentazione. Il mondo consiste di due parti, la cosa in sè e fenomeno, la cosa in sè è volontà ed il fenomeno è rappresentazione.
Propone la sua filosofia come un ritorno a Kant, cioè ritorno alla dualità: cosa in sè (realtà profonda) e fenomeno (apparenza). Vuole integrare la scoperta della cosa in sè.
Anche lui come gli idealisti, parte dalla cosa in sè, dal noumeno, in accezione positiva, come realtà esistente al di là dell'esperienza, quindi non ha capito l'essenziale. Parla di noumeno in senso positivo, mentre Kant ne voleva parlare in senso negativo e infatti la chiama cosa in sè. Inoltre lui come gli idealisti pensa che la cosa in sè sia causa del fenomeno, solo che gli idealisti vogliono togliere la cosa in sè, lui la vuole mantenere e anzi dirci che cos'è. La sua risposta sarà che la cosa in sè esiste ed è Volontà.
Quindi mentre Hegel interpreta la realtà come una creazione dello spirito e questo spirito e ragione, Schopenhauer pensa che la realtà sia un prodotto della cosa in sè che è Volontà.

Spiritualità indiana, induismo, buddismo


è il primo filosofo occidentale che fa i conti con la cultura orientale soprattutto col buddismo. Del buddismo è l'idea che la vita è dolore e sofferenza e che questa sofferenza è dovuta al desiderio e la sofferenza è eliminabile attraverso l'eliminazione del desiderio. Prende dal buddismo quest'idea di vita come dolore e sofferenza.
Sostiene che tra i suoi punti di riferimento ci sia oltre Kant, Platone e il Buddismo da cui prende questa idea. Filosofia che si apre alle filosofie orientali.

Il mondo come volontà e rappresentazione


Principium Individuationis


Il fenomeno, la rappresentazione, è illusione, sogno, falsa realtà. In Schopenhauer c'è l'idea di tutti gli interpreti di Kant per cui il fenomeno è apparenza, non vera realtà, è ciò che noi ci rappresentiamo e non è la vera realtà. Esso è solo apparenza ed illusione, usa un'espressione presa dalla filosofia indiana dal buddismo: E' Il velo di Maya. Maya è la madre del Buddha. E' il velo di Maya nel senso che il fenomeno è come un velo steso sulla realtà che ce la nasconde. Il fenomeno, cioè ciò che noi ci rappresentiamo della realtà, è sogno ed illusione ed è il velo di Maya cioè un velo che vela la realtà che sta sotto e non ce la fa vedere, mantiene l'apparenza. Il fenomeno esiste solo all'interno della coscienza e al suo interno viene ordinato (ripresa della filosofia Kantiana), esso non è altro che rappresentazione, quindi la sua realtà la ha all'interno della coscienza ed in quanto rappresentazione viene ordinato in base alle forme che sono tre: spazio e tempo (da Kant) e al posto delle 12 categorie né sostituisce una sola, la causalità. Quindi il fenomeno è rappresentazione, esiste nel soggetto e riceve da esso una forma che consiste in spazio, tempo e causalità (è ordinato). E' un sogno necessario, cioè un sogno in cui tutto ciò che c'è dentro è necessariamente ordinato da spazio, tempo e causalità. Illusione nel senso che non è vera realtà, ma è ordinata.
Spazio e tempo costituiscono il Principium Individuationis.. Esso è il principio di individuazione, è un concetto che prende dalla filosofia medievale, dall'aristotelismo, nella filosofia medievale questo principio è ciò che fa passare da ciò che è universale, generale al particolare, individuale. S'intende ciò che individua.
Esempio: abbiamo la specie uomo universale, comune a tutti gli uomini. Per passare dalla specie uomo a Socrate e Platone e ai singoli uomini occorre aggiungere qualcosa secondo i medievali cioè il principium individuationis. Per Aristotele il P.I. è la materia. Cosa che aggiunta alla specie dà l'individuo.
Qui abbiamo la cosa in sè che causa il fenomeno, in questa attività di determinazione del fenomeno lo spazio ed il tempo sono ciò che restringono il fenomeno ad essere un insieme di individui.Il P.I. è costituito da spazio e tempo. La cosa in sè causa il fenomeno, ma lo causerebbe in modo generale, aggiungendoci spazio e tempo il fenomeno generale si individua, si spezzetta in un insieme di individui. La cosa in sè determina la rappresentazione, ma la determinerebbe in generale, il soggetto gli dà una forma spezio-temporale e così crea esseri individuali. Ho degli individui se ho degli esseri spazio-temporalmente determinati, che sono qui ed ora.
Al posto delle dodici categorie il fenomeno è ordinato secondo il principio di causalità. Tutti i fenomeni sono tra loro concatenati in base al principio di causa-effetto.
Quindi:
Nel mondo fenomenico non c'è libertà, tutto è determinato in base al principio di causa-effetto. Se il fenomeno è un sogno, è un sogno necessario perché tutti i suoi elementi sono concatenati fra loro con cause ed effetti. Tutto è causalità, tutto è necessario nel mondo fenomenico, quindi non c'è nulla di libero. Nulla è libero poichè determinato dalla cosa in sè e tutto ciò che accade nel mondo fenomenico della rappresentazione è necessario perciò non c'è traccia di libertà, tutto è determinato dalla cosa in sè.
In particolare il principio di causalità (questo lo spiega in un'altra opera), si può suddividere in quattro domini. L'opera s'intitola Sulla quadruplice radice del principio di ragion sufficiente, è la sua tesi di dottorato che ha discusso con Hegel il quale gliel'ha stroncata. Afferma che Hegel è un sicario della verità, un ciarlatano pesante e stucchevole.
In quest'opera, il principio di ragion sufficiente è sostanzialmente il principio di causalità, la ragion sufficiente di un fenomeno è la sua causa, quindi il titolo significa che il principio di causa si può suddividere in quattro ambiti:
Natura:del dominio della natura, tutto è ordinato in base a causa ed effetto. Una forza applicata ad un corpo determina un'accelerazione. In questo ambito è evidente l'azione della causalità, tutto ciò che avviene nella natura è determinato dal principio di causalità.
Essere:pensa agli enti matematici, anche essi, che rappresentano l'essere, sono determinati in modo necessario. 2+3 = 5, non può essere 6 o 4. Nell'ambito di tutto l'essere e della matematica che se ne occupa e lo comprende, tutto è determinato in modo necessario.
Ragione:se faccio un ragionamento parto dalle premesse e arrivo alle conclusioni, ma arrivo alla conclusione in modo necessario, la premessa è causa della conclusione. Anche il ragionamento sottostà al principio di ragion sufficiente in quanto in un ragionamento la conclusione ha la sua ragion sufficiente nelle premesse da cui si è partiti. Questo è l'elemento più interessante. Afferma che anche quando ragioniamo non siamo liberi, che il ragionamento non è libero, ma è determinato dal meccanismo del ragionamento, perciò l'uomo non è libero, non si libera attraverso la ragione. La conclusione filosofica che lui trae è che quando esercitiamo la nostra ragione non siamo liberi, se facciamo un ragionamento siamo costretti a fare quel ragionamento lì e inoltre non ci libereremo con la ragione, non siamo liberi quindi non ci possiamo liberare dalla sofferenza. E' una concezione che poi nell'800 viene detta della ragione strumentale, per cui la ragione è strumento di qualcos'altro e quindi non può liberare l'uomo, è succube anch'essa della cosa in sè.
Desideri:i nostri desideri sono determinanti dai loro moventi. "Desidero bere perché ho sete", dunque anche qui non c'è libertà.
Conclusioni:l'uomo non è libero, né come essere naturale, ha un corpo sottomesso alle leggi della fisica che lo determina, non è libero come matematico, non è libero quando ragione, non è libero quando asseconda i propri desideri che sono determinati necessariamente dai loro moventi.

Scoperta che la cosa in sè è volontà


afferma che questa scoperta è avvenuta facendo il seguente ragionamento:
io vedo me stesso, il mio corpo, non solo dall'esterno, ma mi vedo anche dall'interno, cioè vedo che il mio corpo ed i suoi gesti, i suoi movimenti, sono determinati dalla mia volontà. Quindi il mio corpo è manifestazione della mia volontà. Ciò mi permette di estendere questa scoperta a tutta la realtà e a vedere in tutta la realtà fenomenica una manifestazione della realtà.
Io vedo il mio corpo come manifestazione della mia volontà, posso perciò estendere il ragionamento agli altri esseri umani, animali o piante e vedere in tutti nient'altro che la manifestazione di una volontà che vuole fondamentalmente solo una cosa: vivere. Quindi questa volontà è la cosa in sè, è ciò che determina il fenomeno, il corpo.
Il mio fenomeno, corpo, è determinato dalla mia volontà, estendo questa scoperta a tutta la realtà e posso quindi pensare che tutta la realtà fenomenica sia determinata dalla volontà, che è la vera cosa in sè. Così ha scoperto cosa mancava a Kant. Questa volontà vuole vivere e continuare ad essere, vuole perpetuarsi. Tutto il fenomeno è manifestazione della volontà di vivere.
E' convinto che questa volontà di vivere sia unica e identica in tutti gli esseri: la volontà è unica perché si colloca al di là dello spazio e del tempo, che sono P.I., quindi questa volontà di vivere non è individuale, ma è collettiva, unica ed identica in tutti gli esseri.
Quindi: io ho scoperto che il mio corpo è manifestazione della mia volontà, poi scopro che la mia volontà non è differente dalla volontà di un altro essere perché essendo cosa in sè, sta al di là del P.I., al di là di spazio e tempo. Tutta la realtà è manifestazione di un'unica volontà di vivere, tutti non vogliamo altro che la stessa cosa, cioè vivere. La mia unica volontà non è altro che l'individuazione dell'unica volontà di vivere. C'è un'unica volontà di vivere che poi determina come fenomeno ciò che voglio io, quest'unica volontà di vivere si spezzetta nelle volontà dei singoli esseri, i quali vogliono ognuno vivere per conto suo, quindi si faranno la lotta perchè ognuno vuole vivere per sè. Esiste un'unica volontà che non vuole altro che vivere, la volontà di vivere ha alcune caratteristiche che Schopenhauer gli attribuisce:
Sta al di là di spazio e tempo, quindi:
1.essendo al di là è unica, cioè identica in tutti gli esseri, tutti gli esseri vogliono vivere.
2.Quindi se è al di là del tempo è anche eterna ed indistruttibile, vuole vivere e basta eternamente. E' dunque eterna, immutabile, vuole sempre la stessa cosa, vivere e basta.
3.La prende da Platone: la volontà di vivere è il principio del dolore. Coincide con il buddismo. Cita il dialogo più bello di Platone che è il Simposio, in questo dialogo Platone parla dell'amore è afferma che l'amore è figlio del desiderio e della mancanza, di Povertà e Acquisto. Chi ama, desidera e desidera ciò che gli manca, perciò l'amore è figlio della sofferenza.
Uno dei due miti del Simposio è che l'amore nasce dall'unione di Acquisto, che è ricco ed alla fine di un banchetto soddisfatto ed ubriaco, poi arriva la Povertà che soffre sempre e desidera e dalla loro unione nasce Amore che è desiderio di ciò che ci manca.
Altro mito del Simposio è quello degli androgeni che racconta che quando noi amiamo desideriamo ciò che ci manca. Ecco perché l'amore nasce dalla sofferenza, perché nasce da una mancanza che cerchiamo di colmare.
Questo ragionamento viene ripreso da Schopenhauer per dire che il desiderio è appunto figlio della mancanza,se la volontà vuole, vuole ciò che le manca, quindi ha la sua origine nella mancanza e nella sofferenza,quindi la volontà di vivere è il principio del dolore. Tutti gli esseri vogliono vivere e ciò genera una sofferenza ineliminabile.
Quest'unica volontà di vivere si spezzetta nelle volontà dei singoli esseri attraverso il P.I., quindi ognuno poi vuole vivere per conto proprio anche a spese dell'altro, quindi l'immagine della realtà che lui ha è di una realtà che è in lotta costante con se stessa, ogni essere lotta contro l'altro per vivere, per avere ciò che desidera e questo determina la sofferenza universale. L'esempio che lui fa è della formica gigante d'Australia, che una volta tagliata in due, le due parti continuano a lottare tra di loro, la lotta è talmente inesorabile che un essere tagliato in due se continua a vivere lotta fra se stesso.

Riassunto


S. vuole essere un continuatore della filosofia kantiana, sviluppare la filosofia di Kant, accusa gli idealisti di aver falsificato Kant. Per lui la filosofia di Kant si riassumeva nell'affermazione che esistono due livelli di realtà, la cosa in sè ed il fenomeno, esso è il prodotto della cosa in sè, in questo lui partiva dalla stessa lettura che gli idealisti avevano dato di Kant, però mentre gli idealisti eliminano la cosa in sè e pensano che tutta la realtà sia prodotta dallo spirito e quindi che il fenomeno sia un prodotto spirituale, S. Intende essere fedele a Kant riaffermando che invece esiste una cosa in sè, entrambi pensano che la cosa in sè sia causa del fenomeno, gli idealisti eliminano la cosa in sè e la sostituiscono con lo spirito, S. Invece crede che esista e afferma che è Volontà, volontà di vivere. Realtà = Prodotto della volontà di vivere.
Abbiamo visto con Hegel (idealista) che questo spirito che produce la realtà è ragione, è uno spirito razionale e necessario. Invece qui prendiamo una strada diversa, la realtà è un prodotto della volontà di vivere.
La distinzione cosa in sè e fenomeno è rispecchiata nel titolo Il mondo come volontà (cosa in sè) E Rappresentazione (fenomeno), questa è l'opera fondamentale.
Riprende molto altre filosofie, come buddismo e platonismo. Come nella filosofia buddista afferma che il fenomeno è il Velo di Maya, cioè un velo che nasconde la vera realtà. La cosa in sè è la vera realtà che è nascosta dal fenomeno che è il velo di maya, il fenomeno è quindi apparenza, inganno, è un'apparenza ingannatrice nel senso che esso sembra dire che è la vera realtà, invece non lo è.
Le tre forme del fenomeno sono Spazio, tempo (come in Kant, in cui erano le forme dell'intuizione sensibile) e tutte le 12 categorie le riduce alla Causalità.
Lo spazio ed il tempo costituiscono il Principium Individuationis, cioè ciò che restringe l'universale nell'individuale. Restringono nel Qui e Ora il fenomeno, che non è più universale come la cosa in sè, ma è spezzettato in tanti singoli esseri.
La Causalità vale per tutto il fenomeno, tutta la realtà fenomenica è determinata causalmente, quindi tutto è determinato nel mondo del fenomeno, non c'è libertà, tutto è determinato in modo causale, anzi, la cosa in sè è causa del fenomeno quindi il fenomeno è determinanto dalla cosa in sè, dunque non ha libertà, non c'è libertà nel mondo della rappresentazione. Il mondo fenomenico può essere diviso in quattro grandi partizioni in cui vale il principio di causalità:
Natura: nel mondo naturale c'è causa ed effetto (fenomeni fisici ad esempio)
Essere: il principio di causalità vale anche in matematica, il 3 è determinato dal 2, il 2 è determinato dall'1, gli enti matematici sono causati. Il mondo della matematica è un mondo necessario in cui non c'è libertà e egli lo riconduce al principio di causalità.
Ragione: non c'è libertà, c'è necessità, siamo determinati. Se prendiamo l'uomo come essere naturale non sarà libero, è determinato dalle leggi della fisica, se l'uomo riflette sui suoi ragionamenti si accorge che non sono liberi, perché partono da premesse e arrivano a conclusioni.
DesideriI: sono determinati da una causa, dai loro moventi. Il rapporto movente-desiderio non è libero, io non posso non voler bere se ho sete ad esempio. E' un rapporto determinato.
Perciò in tutta la realtà fenomenica non c'è libertà, non c'è libertà nell'uomo. Se nel mondo fenomenico non c'è la libertà la conclusione è che in questo mondo non potrò liberarmi dalla volontà di vivere, se il mondo fenomenico è determinato dalla volontà di vivere ed è un insieme di fenomeni necessari non c'è libertà e non c'è neanche liberazione. Non c'è modo di liberarsi, la ragione non è in grado di liberarci, non libera l'uomo, è un'affermazione antitetica a quella dell'illuminismo. Posizione anti-illuminista. La ragione è anch'essa necessaria. Conclusione: il fenomeno non è libero e non può liberarci dalla sofferenza, se di questo fenomeno fanno parte i desideri e la ragione possiamo dire che non sono in grado di liberarci, posizione antitetica all'illuminismo (superato).
Spiega che la cosa in sè è volontà di vivere con un ragionamento, io osservo che il mio corpo è manifestazione della mia volontà, è determinato dalla mia volontà ed è lo strumento della mia volontà, allora posso generalizzare questa osservazione a tutta la realtà fenomenica e pensare che essa sia tutta strumento, manifestazione della volontà e questa volontà vuole vivere. La volontà vuole continuare ad essere e utilizza come strumento il corpo cioè il fenomeno. La cosa in sè è perciò volontà di vivere.
Caratteristiche della volontà di vivere:
è eterna, è principio di sofferenza e dolore, è unica per tutti, identica in tutti. E' eterna perché essendo al di là del fenomeno è anche al di là del tempo che è forma del fenomeno. Eterno significa che è immutabile, nel senso che vuole sempre e solo vivere. Né nasce, né muore, né muta, è sempre identica a se stessa, non vuole altro che vivere. Essendo al di là dello spazio non è divisa in tanti esseri, è unica e identica in tutti gli esseri. Tutti hanno una stessa volontà di vivere. L'uomo razionale e civilizzato, il selvaggio, l'assassino o l'animale, sono la stessa cosa, hanno una stessa volontà identica, vivere, quindi si distinguono fra di loro solo per il fenomeno cioè per il modo in cui realizzano ciò che la volontà di vivere vuole. Le differenze che passano tra uomo e uomo, uomo e animale, sono solo fenomeniche, quindi sono apparenti e sono solo strumenti della volontà di vivere, cioè la condotta razionale dell'uomo civilizzato, non è altro che uno strumento per fermare la sua volontà di vivere come invece l'uomo primitivo usava lance, frecce, forza, non c'è differenza, se non nell'efficacia, non c'è differenza ontologica.
Com'è possibile il suicidio?
Sostiene che il suicida non protesta contro la volontà di vivere, ma contro il modo concreto in cui vive, cioè il suicidio non è una negazione della volontà di vivere, ma solo del vivere in quel modo, quindi anch'esso è una riaffermazione della volontà di vivere perchè il suicida avrebbe continuato a vivere se avesse vissuto in altro modo. Il suicida non si vuole liberare della volontà di vivere, ma solo delle condizioni concrete del fenomeno che è, cioè delle condizioni concrete in cui si trova a vivere, cioè delle condizioni fenomeniche.
La volontà di vivere si traveste in tanti modi solo per essere più efficace, critica la civiltà occidentale: S. È uno dei primi critici della civiltà ottocentesca che credeva che ragione, progresso, scienza, permettessero all'uomo di fare passi avanti, lui afferma che essi sono solo delle maschere dietro le quali si nasconde una volontà di vivere che è una volontà si sopraffazione. La volontà di vivere è unica ed eterna, quindi il fenomeno è solo la sua manifestazione, quindi da comportamento razionale o criminale che sia non c'è differenza ontologica (uno è bene l'altro è male), ma c'è solo differenza fenomenica (come manifestazione), differenza di strumenti scelti dalla volontà di vivere per realizzarsi. Critica alla civiltà dell'800 e al suo ottimismo, alle convenzioni dell'800, che la civiltà occidentale fosse superiore alle altre.
Altra caratteristica fondamentale della volontà di vivere è che è principio del dolore, questo è un argomento che riprende da Platone (dal dialogo Simposio, in cui si occupa dell'amore e dice che è figlio di Mancanza e Sofferenza, chi ama desidera acquistare ciò di cui manca, ecco che l'amore trae origine dalla sofferenza e la porta con sè), ragionamento ripreso da S. E adattato alla volontà, Chi vuole desidera ciò che non ha, quindi la volontà di vivere è intrinsecamente principio di sofferenza. La sua teoria si sovrappone con il buddismo anche qui, il desiderio secondo il buddismo è il principio della sofferenza.
La volontà di vivere è onnipotente nel senso che tutto è determinato da essa, tutto determina e da nessuno è determinata, è anche libera nel senso che si autodetermina, si determina da se stessa, è libera ed onnipotente.
L'uomo soffre, tutti gli esseri soffrono, la sofferenza è universale, sono tutti zimbelli della volontà di vivere e sono tutti sofferenti. La ragione non può liberarci da questa sofferenza perché è strumento della volontà di vivere. La vita è sofferenza e dolore, sofferenza universale, vale per tutti gli esseri ed una conseguenza è che non può liberarci da essa la ragione perché è succube della volontà di vivere. Dall'idea della sofferenza universale, del dolore, deriva tutta la diagnosi che fa del mondo contemporaneo.

Dolore, piacere e noia, 1.6: la vita è dolore per essenza, l'essenza della vita è volontà e la volontà è dolore. Quando appaghiamo i nostri desideri proviamo piacere, quindi non è solo dolore, ma lui afferma che l'appagamento del desiderio genera in noi la noia, che è ancora peggio della sofferenza. La vita dell'uomo è senza scampo, è come un pendolo che oscilla tra desiderio e con esso la sofferenza e la noia che è ancora peggio della sofferenza. La sofferenza è universale, tutto soffre, osserva che il male non è nel mondo, ma è il principio stesso del mondo, non c'è bene e male mescolati, ma c'è solo il male, il male è il mondo, male nel senso di dolore e sofferenza. Tra sofferenze e illusioni è forte quella dell'amore, lui si occupa dell'amore sessuale, in esso afferma che non 'è amore senza sessualità, la sessualità è lo strumento con cui la volontà di vivere si perpetua. Si occupa dell'amore sessuale e ogni forma di amore è manifestazione della sessualità e la sessualità è fondamentale perché è lo strumento con cui la volontà di vivere si eterna, si riproduce, la utilizza per vivere e per riprodursi, la sessualità è una manifestazione essenziale della volontà di vivere, in questo si può dire che anticipa Freud. Pensa la sessualità come procreazione e a questo rimane fortemente legato. Sessualità = Procreazione, strumento con cui la specie continua.
L'essere è manifestazione di una Volontà infinita, la vita è dolore per essenza, infatti volere significa desiderare qualcosa che manca e che si vorrebbe avere. Il desiderio è per definizione assenza, vuoto, indigenza, ossia dolore. Poichè nell'uomo la volontà è più cosciente, egli risulta il più bisognoso e mancante degli esseri destinato a non trovare mai un appagamento definitivo. Alla mancanza dà fine l'appagamento, tuttavia per un desiderio che venga appagato, ne rimangono almeno dieci insoddisfatti; inoltre la brama dura a lungo, l'appagamento è breve. La soddisfazione finale è solo apparente, il desiderio appagato dà luogo ad un nuovo desiderio, nessun oggetto del volere, una volta conseguito, può dare appagamento durevole. Ciò che gli uomini chiamano godimento o gioia è soltanto cessazione di dolore. Perché ci sia piacere bisogna per forza che vi sia uno stato precedente di tensione o di dolore. Invece un uomo può sperimentare una catena di dolori, senza che questi siano preceduti da piaceri, mentre ogni piacere nasce solo come cessazione di una preesistente tensione fisica o psichica. Il piacere riesce a vincere il dolore solo a patto di annullare se stesso.
Accanto al dolore, che è una realtà durevole, e al piacere, che è qualcosa di momentaneo, pone la noia, che subentra quando viene meno l'aculeo del desiderio. La vita umana è come un pendolo che oscilla fra il dolore e la noia, passando attraverso l'intervallo fugace del piacere e della gioia.
Volontà = Desiderio = Mancanza = Dolore
Piacere = Cessazione momentanea del dolore
Il pendolo della vita oscilla fra: desiderio e dolore; sazietà e noia;
Esistere è soffrire. Nessun oggetto del volere, una volta conseguito, può dare appagamento durevole.
La Volontà di vivere, che è un desiderio perennemente inappagato, si manifesta in tutte le cose sotto forma di un desiderio inapagato cosmico, il dolore non riguarda soltanto l'uomo, ma investe ogni creatura, tutto soffre. L'uomo soffre di più delle altre creature solamente perché egli ha consapevolezza, patisce maggiormente l'insoddisfazione del desiderio e le offese dei mali. Per la stessa ragione il genio, avendo maggiore sensibilità rispetto agli uomini comuni è votato ad una maggiore sofferenza, chi aumenta il sapere, moltiplica il dolore. Perviene ad una delle più radicali forme di pessimismo cosmico ritenendo che il male non sia solo nel mondo, ma nel Principio stesso da cui esso dipende. Dietro le celebrate meraviglie del creato si cela un'arena di esseri tormentati e angosciati, i quali esistono solo a patto di divorarsi l'un l'altro. Esempio della formica gigante d'Australia: se viene divisa in due parti, ci offre il combattimento tra capo e coda. Al di là del breve sogno dell'esistenza individuale, l'unico fine della natura sembra essere quello di perpetuare la vita, e con la vita il dolore.
Ritiene che l'amore sia basilare per l'individuo, esso infatti è uno dei più forti stimoli dell'esistenza. Ma se l'amore è così forte è perché dietro le sue lusinghe e il suo incanto sta in realtà il freddo Genio della specie che mira alla perpetuazione della vita. Il fine dell'amore è solo l'accoppiamento, questo vuol dire che l'individuo è uno zimbello della Natura, proprio dove crede di realizzare maggiormente il proprio godimento. Caso limite: mantide femmina, che divora il maschio dopo l'unione sessuale. Ma se l'amore è un puro sentimento per continuare la specie, non c'è amore senza sessualità. Per questo motivo l'amore procreativo viene inconsapevolmente avvertito come peccato, vergogna. Esso commette infatti il maggiore dei delitti: la perpetuazione di altre creature destinate a soffrire.

La volontà di vivere è la cosa in sè, la causa del fenomeno, ciò vuol dire che tutta la realtà fenomenica è apparenza ed è determinata da qualcosa di più profondo che è volontà, se da una parte Hegel vedeva la realtà come manifestazione di una spiritualità infinita di una civiltà che è ragione, S. All'opposto vede la realtà come manifestazione di una volontà di vivere che è in sè dolore e sofferenza, essa ha alcune caratteristiche: è unica perché va al di là dello spazio e del tempo e quindi non si spezzatta in tanti individui, questo vuol dire che tutti, uomini, animali, esseri più o meno evoluti, abbiamo la stessa volontà di vivere, in profondità siamo la stessa cosa, non c'è una differenza tra uomo e animale, tra intellettuale e bruto, vogliamo vivere nello stesso modo, ci differenzia solo il fenomeno, quindi la volontà di vivere è unica ed eterna, al di là del tempo, non cambia mai, se la causa profonda della realtà non cambia mai, vuol dire che alla fine la realtà non cambia mai, cioè che il fenomeno si cambia, ma ciò che lo muove, ciò che muove il burattino, la cosa in sè, è sempre uguale a se stessa, si ripete sempre la stessa storia.
Principio del dolore: chi desidera vuole qualcosa che non ha e quindi volere è soffrire, sofferenza universale, non c'è scampo al dolore perché nel momento in cui il piacere viene appagato, subentra una sofferenza ancora peggiore che è la noia.
La sessualità è per S. La manifestazione fondamentale della volontà di vivere, perché attraverso la sessualità la volontà si riproduce e continua ad essere, trova nella sessualità lo strumento che le permette di continuare a vivere. Questo ci fa capire l'originalità di S. Rispetto alla cultura del suo tempo, più incline ad esaltare aspetti romantici e mistici dell'amore, egli invece dietro l'amore vede la sessualità, in questo anticipa in qualche modo Freud, in Freud la sessualità ha un ruolo fondamentale nella spiegazione dell'uomo, la civiltà e l'individuo.
Questa modernità è limite di S., limite perché interpreta la sessualità solo come riproduzione, perché nella logica del suo discorso questo è, mentre in Freud l'idea è più ampia, la sessualità è piacere. S. Ha questa concezione della sessualità come riproduzione e quindi ha anche pregiudizi tipici dell'800, per lui la sessualità è maschile prima di tutto, le donne si perdono, maschile nel senso che lui vede la sessualità dal punto di vista maschile, non riesce neanche ad immaginare, scrive nel 1818, che la donna abbia desiderio sessuale, elemento abbastanza strano, non comprende tutte le altre manifestazioni della sessualità che non sono riproduttive, l'omosessualità per esempio, di fronte ad afferma l'idea che essa è una condizione marginale, o uno è costretto ad essere omosessuale oppure è nei vecchi che non hanno capacità riproduttiva, cose stravaganti, non si sogna neanche di affrontare il discorso masturbazione o queste cose, non rientrano nella sua visione. Pur in questi limiti però a differenza dei suoi contemporanei, almeno se ne occupa. Sostiene che il figlio prende dall'uomo l'intelligenza e dalla donna la bellezza, oppure descrive le caratteristiche delle donne belle cercando di dare una giustificazione metafisica, sono sciocchezze alla fine. Inoltre in Hegel certamente vi ricordate l'astuzia della ragione, essa era quella capacità dello spirito universale di utilizzare le passioni degli individui per realizzare il proprio disegno, S. Vede nell'amore, una cosa simile, afferma che dietro ogni amore si nasconde il genio della specie, cioè l'amore, i sentimenti d'amore che noi proviamo, non sono altro che delle passioni suscitate dalla specie per riprodursi, dietro alle nostre passioni amorose, che ci spingono a fare le cose più folli, si nasconde il freddo genio della specie, che calcola quale sarà il possibile individuo che deriverà dall'incrocio di questi due innamorati.
Come in Hegel la ragione utilizza le passioni dell'individuo per realizzare il proprio disegno, così in S., la volontà di vivere della specie, utilizza le passioni degli individui, cioè i sentimenti amorosi per riprodursi, per realizzare il proprio disegno di riprodursi e quindi calcolare quale sarà l'individuo che nascerà dall'unione di questi due innamorati. L'amore è un'illusione con cui la specie fa dell'individuo il suo zimbello, l'amore è una presa in giro, non esiste, è la specie che calcola che così otterrà un nuovo individuo da far soffrire e in cui continuare a vivere. L'individuo è lo zimbello della natura.
Perché ci vergogniamo tanto delle nostre manifestazioni sessuali?
Perché queste nascondono dietro l'orrore della specie, questo calcolo cattivo, immagina che la volontà di vivere, la specie è quella che sta dietro l'amore ecco perché noi ci vergogniamo di compiere atti sessuali pubblicamente, perchè sono l'atto con cui la volontà di vivere si prosegue e che noi vogliamo nascondere.
Cos'è l'amore? Due infelicità che si incontrano e un'infelicità che si prepara.

1,7: Critica alle varie forme di ottimismo


mentre la cultura ottocentesca è ottimista, vede nella storia e nella civiltà un progresso, in Schopenhauer Tutto questo viene smascherato, uno dei temi che l'ha reso importante nella cultura del 900 è quest'idea di smascherare le finzioni dell'800, un secolo che crede nelle buone maniere, nel progresso, nella ricchezza sociale, queste sono maschere, maschere dietro cui si nasconde una volontà di vivere che è sopraffattoria. In questo mondo, mondo che non è governato da Dio, dalla ragione Hegeliana, questa credenze in Dio o nella ragione di Hegel è una credenza fittizia, falsa, che serve a mascherare la realtà delle cose. L'ottimismo è addirittura un insulto secondo Schopenhauer, non solo non si riconosce la sofferenza, ma addirittura la si deride dicendo che non è nulla, qualcosa di passeggero. L'ottimismo è parole al vento, insulto alla sofferenza che è intrinseca all'esistenza umana. Afferma che il Paradiso è venuto male a Dante perché non aveva un modello a cui ispirarsi, l'Inferno funziona meglio, aveva un bel modello da copiare. L'800 soprattutto col positivismo crede nel progresso economico, sociale e che questo sia in grado di eliminare le ingiustizie e le disparità sociali, esso con la sua fiducia nella scienza e nella tecnica, è convinto che il progresso riuscirà ad eliminare le ingiustizie sociali, queste invece sono ineliminabili secondo Schopenhauer, la cattiveria dell'uomo è innata, perché innato è appunto il desiderio di vivere ai danni degli altri.
Critica dell'ottimismo storico: se la volontà di vivere è unica, eterna, immutabile, non c'è storia nella filosofia di Schopenhauer, non c'è una dimensione storica, la storia è solo apparenza, ma in verità è ripetizione sempre dello stesso dramma, in Schopenhauer. La volontà di vivere sta al di là del tempo, dunque non cambia mai, è sempre la stessa, nel mondo fenomenico c'è storia, ma è apparente, cambiano le epoche, ma vengono recitare sempre le stesse parti, perché ciò che sta dietro non cambia. La volontà di vivere è immutabile, non cambia, quindi non ha storia, la storia è apparente, ma in realtà ogni epoca non fa che ripetere lo stesso dramma di sofferenze, umiliazioni, sconfitte. Quindi anche in questo si colloca completamente al di fuori dalla filosofia Hegeliana e da quella dell'800 che invece attribuiva alla storia una grossa importanza. In questo anticiperà la visione di Nietzsche in certi versi, una concezione ciclica della storia.
Se non c'è storia e c'è ripetizione sempre di uno stesso dramma, di una volontà fuori dal tempo è ovvio che sia anche da buttar via l'ottimismo storico, la pretesa che con il tempo e con la storia la civiltà umana migliori, la civiltà umana non migliorerà mai, sarà sempre la stessa vicenda. Nascita, sofferenza e morte sono tratti immutabili, la filosofia spiega che in ogni tempo sarà sempre la stessa cosa, la volontà di vivere non cambia, fatale ripetersi dello stesso dramma.

Polemizza contro l'ottimismo cosmico che circola in buona parte delle filosofie dell'Occidente ed interpreta il mondo come organismo perfetto, provvidenzialmente governato da un Dio oppure da una Ragione immanente. Questa visione per Schopenhauer È palesemente falsa, poichè il mondo anzichè essere il regno della logica e dell'armonia, è il teatro dell'illogicità e della sopraffazione. Fra la credenza in un mondo governato da Dio o dalla Ragione e la realtà di un mondo malfatto e caotico, esiste aperta contraddizione. Inoltre si deve ammettere secondo Schopenhauer Che la regola di fatto dei rapporti umani è sostanzialmente il conflitto ed il tentativo di sopraffazione reciproca. La cattiveria dell'uomo è già evidente dal fatto che le disgrazie altrui provocano una malcelata soddisfazione al nostro istinto egoistico, mentre ogni vantaggio del prossimo, ci infastidisce e ci irrita, di conseguenza se gli uomini vivono insieme è per bisogno.
Polemizza contro ogni forma di storicismo. Afferma che la storia non è una vera e propria scienza, in quanto, anziché procedere per concetti e leggi generali, è costretta a limitarsi alla catalogazione dell'individuale. Dunque risulta inferiore anche all'arte ed alla filosofia, che mirano alle strutture universali e permanenti. Gli storici a furia di studiare gli uomini, perdono di vista l'uomo e cadono nell'illusione che gli uomini cambino di epoca in epoca. Ma in realtà il destino dell'uomo presenta nei suoi caratteri essenziali tratti immutabili, ogni temo fu, è e sarà sempre la stessa cosa.

Le vie di liberazione dal dolore:
la sua filosofia non solo ci dice che la vita è sofferenza, ma ci indica anche la strada per liberarci dal dolore, questa strada in parte segue quella buddista, del Nirvana buddista, ma anche altri elementi originali.
Innanzitutto, spiega il rifiuto del suicidio: secondo Schopenhauer, il suicidio non è liberazione dalla volontà di vivere, perché il suicida si libera solo del fenomeno e non del noumeno, si ritiene insoddisfatto della sua vita, protesta contro il mondo concreto in cui ha vissuto lui, cioè in fenomeno e non la cosa in sè, al vita in sè, il suicida è colui che è disperato per vivere in quel modo, vorrebbe vivere in un altro, non è negazione della volontà di vivere, è semplicemente affermazione della volontà di vivere in un altro modo.
Inoltre il suicidio sopprime solo l'individuo e non la volontà di vivere in sè che sta al di là del fenomeno. Il suicida uccide solo il fenomeno, cioè il singolo individuo e non la volontà di vivere in sè.
La liberazione dalla volontà di vivere avviene secondo Schopenhauer in due modi:
uno è quello definitivo, che segue la strada del buddismo
l'altro è un modo solo istantaneo ed è attraverso l'arte; sostiene che l'arte ci libera momentaneamente dalla volontà di vivere, cioè nel momento in cui noi contempliamo l'opera d'arte, sopprimiamo per un istante, nel momento in cui godiamo della bellezza dell'opera d'arte, la volontà di vivere, la mettiamo tra parentesi. Perché l'arte non vuole darci nulla, non vuole fornirci qualche cosa e quindi non è succube della volontà di vivere, cioè la volontà di vivere è quella che ci spinge ad impossessarci degli oggetti, a dominare le cose, gli altri uomini, l'arte invece, non vuole darci oggetti o cose da dominare; parte dall'idea centrale in Kant, l'arte ci procura un piacere disinteressato, Kant dice che attraverso l'arte noi godiamo di un piacere, sentiamo un piacere puro, puro vuol dire non empirico e disinteressato, cioè noi non siamo interessati, nel momento in cui contempliamo la bellezza, alla realtà dell'oggetto , per Kant il sentimento del bello è quello attraverso cui noi prendiamo un piacere puro, cioè un piacere non empirico che è privo di realtà, noi non siamo interessati alla realtà come momento in cui diciamo di un bel paesaggio che questo paesaggio sia reale, quindi disinteressato per Kant vuol dire questo, non interessato alla realtà dell'oggetto, questo perché non lo vogliamo conoscere, Schopenhauer parte da questa analisi e la condivide, l'arte ci fornisce un piacere disinteressato, se è disinteressato è il momento in cui per un attimo, la volontà di vivere che è invece interessata, viene zittita, io contemplo l'opera d'arte, provo un piacere disinteressato, questo piacere innanzitutto è l'opposto della sofferenza tipica della volontà di vivere e lo è perché è disinteressato; noi ci fermiamo alla rappresentazione e non vogliamo l'oggetto che sta dietro, quindi zittiamo la volontà di vivere che invece desidera le cose. L'arte si stacca dalla realtà.

In Schopenhauer la cosa in sè è la volontà di vivere e poi c'è il mondo come fenomeno, a metà strada tra cosa in sè e fenomeno, ci sono le idee platoniche, la volontà di vivere si realizza nel fenomeno, dà luogo e causa al fenomeno, ma per poterlo causare in modo ordinato utilizza le idee cioè gli archetipi del mondo delle idee platonico. Un unica volontà di vivere si realizza nelle specie varie e poi attraverso questi, aggiungendoci spazio e tempo si ottengono gli individui.

Per Schopenhauer le idee sono gli archetipi platonici della creazione, gli archetipi sono i modelli di partenza, i modelli fondamentali della realtà, un sinonimo sono le specie.

La volontà di vivere è unica, si realizza attraverso le idee, che sono le specie, gli archetipi platonici e aggiungendo spazio e tempo si passa agli individui. Schopenhauer sostiene che l'arte è disinteressata perché essa si eleva alla contemplazione delle idee, cioè l'artista non contempla il mondo fenomenico perché contemplasse questo in qualche modo lo riassorbirebbe come prodotto della volontà di vivere, ma si eleva al di là di spazio e tempo e contempla i modelli, le idee platoniche, quindi ecco perché l'arte è disinteressata, Schopenhauer aggiunge che l'artista è puro occhio del mondo, cioè occhio che osserva la realtà in modo puro, disinteressato. L'individuo, nel momento in cui gode dell'opera d'arte, smette soffrire e prova piacere nell'arte.

L'arte ci procura un piacere perché ci sottrae alla catena dei bisogni e dei desideri che invece ci fa soffrire. L'arte è disinteressata, non ha a che fare con la civiltà e con la storia. L'arte più alta è la musica, essa va al di là delle idee e contempla la volontà di vivere in se stessa, mentre le altre arti, si fermano al livello delle idee, degli archetipi, la musica è rivelazione della volontà di vivere in se stessa. L'arte è la prima liberazione dalla volontà di vivere, ma momentanea, cioè nel momento in cui distogliamo lo sguardo torniamo ad essere succubi della volontà di vivere, quindi non è una liberazione definitiva.

La liberazione definitiva, la si può ottenere attraverso un percorso che porta a spegnere la volontà di vivere, questo percorso culmina nell'ascesi mistica.
L'ascesi mistica porta al Nirvana, che è un termine che prende dalle religioni orientali e dal buddismo, esso consiste nello spegnimento della volontà di vivere, detto anche Noluntas, negazione della voluntas.
Questo percorso di liberazione dalla volontà di vivere, culmina in ascesi mistica, che è una forma di salita e liberazione dalla volontà di vivere, che produce uno stato di Nirvana, che è la Noluntas.
La volontà di vivere è la cosa in sè, la vera realtà, il fenomeno è la manifestazione.
La volontà di vivere è unica ed eterna ed è il principio del dolore, l'uomo può momentaneamente liberarsi dalla volontà di vivere, nel momento in cui contempla l'arte, perché in questo momento zittisce la volontà, l'arte infatti è completamente disinteressata, perciò nel momento in cui io contemplo qualcosa che non ha nessun interesse, "non sto volendo", quindi non soffro, però l'arte con la sua bellezza ci libera solo momentaneamente. L'arte non è soggettiva per S., come non lo è per Kant, né per Hegel. Il piacere artistico è un piacere intellettuale, è un piacere puro, non consiste nel procurarmi sensazioni piacevoli ed è perciò oggettivo, non nel senso che appartenga all'oggetto, ma comune a tutti gli esseri pensanti. Tutti abbiamo la stessa morale, quindi tutti abbiamo lo stesso piacere a contemplare l'arte.

La liberazione definitiva si ha con un percorso che deve portare a spegnere la volontà di vivere e questo percorso è quello che i mistici, secondo Schopenhauer hanno compiuto sia in occidente, sia in oriente, esso è detto ascesi mistica.

La liberazione si ha attraverso l'ascesi, cioè un cammino che è stato compiuto dai mistici ed ha come primo passo l'Etica, la vera etica si basa sulla compassione e sul riconoscimento che il dolore altrui è identico al mio, quindi il cammino che porta alla liberazione dalla volontà di vivere, ha come primo passo l'adozione di un comportamento etico e questo si fonda sul riconoscimento della comunanza del dolore, l'altra persona che soffre, soffre la mia stessa sofferenza, questo genera nei confronti dell'altro il vero amore ed il vero amore è compassione, cioè la capacità di patire insieme. Finchè gli individui si pensano distinti, si pensano in lotta l'uno con l'altro e il primo passo per superare la lotta è riconoscere che entrambi siamo fenomeni di una stessa cosa, siamo una stessa sofferenza, quindi l'altro non è qualcosa di diverso da me, è alla stessa mia radice della volontà di vivere ed è quindi da compatire, da amare nel senso di adottare nei suoi confronti un atteggiamento di compassione. Il passo ulteriore è la Giustizia, cioè l'adozione di un comportamento universale, come descritto da Kant nella ragion pratica e infine la Carità.
Quindi:
pietà, compassione, giustizia e carità sono i primi passi che mi permettono di riconoscere nell'altro qualcosa di identico a me stesso, di superare il fenomeno e quindi la contrapposizione tra un individuo e l'altro. Questi sono i passi preliminari verso la vera e propria liberazione dalla volontà di vivere, che consiste in un'ascesi, questa è un procedimento che tutti i mistici hanno sperimentato, che consiste nel vero e proprio spegnere la volontà di vivere in se stessa. Il primo passo è la Castità, perché la prima manifestazione fondamentale della volontà di vivere è il desiderio sessuale, quindi colui che vuole liberarsi dalla volontà di vivere, deve spegnere il desiderio sessuale in se. Questo cammino si conclude con un rifiuto del mondo, cioè l'asceta, è colui che, nella tradizione occidentale, fugge dal mondo, il primo passo è la castità, ma con essa segue un rifiuto completo del mondo, rifiutare il mondo, rifiutare i suoi piaceri e desideri, questo porta all'annullamento della volontà di vivere. Il punto finale è quello che nel buddismo è detto il Nirvana, cioè l'esperienza del nulla con cui l'uomo non vuole più nulla, quindi la noluntas. Secondo Schopenhauer la volontà di vivere che viene spenta nell'individuo, viene spenta in tutto il mondo contemporaneamente, perché la volontà di vivere è unica, quindi se essa viene spenta in un individuo, viene spenta in tutto il mondo. Affinché io riesca a spegnere la volontà di vivere in me, devono riuscire a spegnerla anche gli altri.

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