Ominide 732 punti

Partendo da una formazione post-kantiana e da una rilettura di Kant stesso perché Schopenhauer ha avuto come insegnante Schulze che aveva sostenuto la concezione kantiana del noumeno secondo la quale se il noumeno non è conoscibile, essendo esso prodotto del fenomeno, neppure il fenomeno è conoscibile, egli giunge a teorizzare il concetto di rappresentazione. Il fenomeno teorizzato da Kant diventa in Schopenhauer una rappresentazione individuale caratterizzata dalla sua apparenza. La rappresentazione è l’unico modo in cui il soggetto si può rapportare alla realtà esterna e questo unico modo è connotato da una rappresentazione individuale e apparente. Non giunge al soggetto così com’è ma tramite i suoi organi di senso e questo significa che la realtà esterna è coperta da un velo, il cosiddetto velo di maya che la rende una rappresentazione individuale e ingannevole. Questo non produce una conoscenza scientifica ma apparente. Il fenomeno non può essere oggetto di ricerca scientifica e nulla è realmente conoscibile.

Il fenomeno era in partenza l’oggetto scientifico quando queste materia era ordinata dalle forme a priori; con Schopenhauer viene a coincidere con l’apparenza delle cose, è il soggetto vittima di una rappresentazione soggettiva.
Questa tesi è una rielaborazione di quello che era il concetto di noumeno in Kant ma è anche influenzata da un certo tipo di idealismo, Berkeley, Pindaro (tutto è sogno), Platone (secondo il quale il mondo sensibile è fenomeno, apparenza, parvenza), Giobbe (il quale teorizzò che tutto è vanità) e dalla filosofia orientale (che sosteneva la vacuità delle cose, apparenza, sogno, rappresentazione del soggetto). Anche per Schopenhauer tutto è apparenza e vanità. Questi depongono a favore di una impotenza dell’uomo ad attingere alla realtà e quindi ad una sorta di vanità del tutto.
Ne ‘Il mondo come rappresentazione’ si interroga se sia possibile una via di accesso al noumeno e ripensa al modo in cui Kant aveva trovato uno squarcio: riteneva che fosse possibile attingere al noumeno attraverso la ragion pratica. Vi attinge non conoscitivamente ma come condizione di possibilità della vita morale. Nella forma dei postulati presupponeva come condizione della possibilità della morale che esistesse dio, la moralità, la libertà.
Dice Schopenhauer che il modo in cui Kant ha risolto il problema dell’esistenza di un mondo noumenico è viziato (ancor che in postulati) del fatto che secondo lui il noumeno fosse non dell’ordine della natura ma sovrannaturale e quindi per essere colto occorreva una metafisica della trascendenza.
Schopenhauer sostiene che il noumeno fosse nel mondo naturale e che fosse possibile accedervi tramite una metafisica dell’immanenza nella convinzione che da una parte ci fosse un varco nell’ordine naturale delle cose che permettesse di cogliere il noumeno. Teorizza che esista una esperienza privilegiata che ci permette di conoscere qualcosa sia dall’esterno e che dall’interno. Dall’esterno è rappresentazione, dall’interno permette di cogliere il noumeno della realtà. Questa esperienza è data dal nostro corpo. Ognuno di noi ha una rappresentazione ma contemporaneamente ci cogliamo dall’interno. Allo specchio ci vediamo in modi diversi: il corpo è fenomeno cioè rappresentazione ingannevole perché a seconda dell’umore ci vediamo in un modo o nell’altro. Però io ci sono dentro il mio corpo, mi sento dentro al mio corpo, mi colgo dall’interno, posso dire al mio corpo cosa fare, ho di me non solo una rappresentazione esteriore. Il varco è il corpo perché è l’unica realtà di cui possiamo avere una rappresentazione quando ci guardiamo e l’essenza, il noumeno perché ci cogliamo.
Il noumeno, l’essenza profonda della realtà è la volontà di vivere, wille zum leben. Se analizzo quello che si agita nel mio corpo capisco che la sua essenza è una forza ineludibile che lo porta a dover vivere. Tutto nel mio corpo è volontà di vivere. Ciò che rende possibile la sopravvivenza del mio corpo discende da una forza incontenibile e ingenerabile che è la volontà di un corpo di vivere, sopravvivere. Tant’è vero che, dice Schopenhauer, se due esseri umani dovessero trovarsi nella condizione nella condizione di non potersi nutrire, tenterebbero di mangiarsi l’uno con l’altro.
La volontà di vivere è questa forza, conatus, o pulsione usando un termine di Freud che proviene dal corpo. Un corpo non può non vivere; tutto in esso è dominato da questa volontà inconscia di vivere. I processi chimici che hanno luogo nel nostro corpo sono la dimostrazione di una inconscia volontà di vivere: ad esempio le cellule si devono continuamente rigenerare.
Per una sorta di analogia Schopenhauer trasferisce la volontà di vivere che colgo dentro di me a tutta la natura teorizzando che ci sia una analogia constatabile. Il noumeno che Hegel aveva colto nello spirito, nell’idea (unica, ingenerata e increata ma razionale e logica e spirito, non materia), in Schopenhauer è la volontà di vivere, che è una forza irrazionale e cieca, unica, innata, ingenerata e increata costituita da materia mossa da forze.

Hai bisogno di aiuto in Filosofia Moderna?
Trova il tuo insegnante su Skuola.net | Ripetizioni
Registrati via email