Mongo95 di Mongo95
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Si giunge ad una condizione pessimistica della vita umana, a cui però vengono proposte delle vie di liberazione. Si critica l’ottimismo cosmico di Hegel, nonché in generale l’idealismo e il positivismo (movimento culturale che sosteneva la positività di un metodo basato sulla scienza, la filosofia inoltre viene vista come sintesi della scienza). È un periodi di decadenza dei valori tradizionali, dovuto ad uno spirito di spregiudicatezza che caratterizzava i nuovi ricchi.
È un pensiero un po’ alieno al suo tempo, che si caratterizza da una “pars destruens” e da una “pars construens”, rispettivamente l’idea pessimista e le proposte di liberazione. Le domande che ci si pone sono: che cosa è la vita? Quale è la sua essenza? Perché esiste il dolore, o la noia? La ragione riesce da sola a spiegare gli aspetti della realtà, o è solo un edulcorante, cioè è consolatoria? Quale terapia per la sofferenza dell’uomo nella società moderna? È una svolta per la cultura dell’epoca, perché si mette in crisi l’idea che la ragione possa interpretare e spiegare i diversi aspetti della realtà. Si va contro i miti del progresso, della perfettibilità ad ogni costo.

Definisce Hegel come un “accademico mercenario”, perché non ha esitato ad affermare che l’umanità è felice e che la storia segue la razionalità solo per pura volontà di fama, ricchezza e gloria. È una beffa: basta portare un qualsiasi ottimista convinto in un campo di battaglia. Non è solo un errore teorico, ma un’ “iniquità morale”, perché non solo l’uomo è in realtà infelice, ma gli si è anche fatto credere il contrario, cioè che vive nel migliore dei mondi possibili. Schopenhauer invece diceva: “Dei sette giorni della settimana, sei sono di dolore e bisogno, il settimo di noia”
Schopenhauer nasce a Danzica nel 1788 da una ricca famiglia, padre mercante anseatico arrichitosi durante la Rivoluzione Francese. Girarono per tutte Europa, da giovane visse per due anni in Francia a casa da un amico del padre, per essere avviato alla carriera nel mondo del commercio. Ma già in questo periodo mostra un’indole chiusa e inizia a scrivere di temi come la morte, l’eternità, la piccolezza dell’uomo. Mancano però le condizioni estreme che potrebbero giustificare il suo pessimismo. Ha sempre delle avversità nei confronti del mondo borghese: alla morte del padre (1805) cambia ambiente (vive a Weimar) e si dedica allo studio della letteratura e filosofia, alla contemplazione, vuole scoprire l’origine del suo “male di vivere”. Scopre così, grazie all’amico Mayer, l’antica saggezza orientale, testi buddhisti ed induisti. Si laurea in filosofia a Jena, dove ha la possibilità di consocere Fichte, che subito inizia a criticare.
Pubblica quello che sarà poi considerato il suo capolavoro, “Il mondo come volontà e rappresentazione”, con cui intende rivelare la verità al mondo filosofico tedesco. È però un flop, molte copie finiscono al macero.

Nel 1820 diventa docente a Berlino, dove conosce Hegel, e lo affronta in forti dispute verbali. I suoi corsi non hanno mai studenti ed è costretto ad abbandonare l’insegnamento. Viaggia, fino alla morte a Francoforte nel 1860.
Intende scovare la radice del suo male di vivere e studiando si trova molto vicino ai pensieri di Platone (iperuranio) e di Kant (noumenon). Nella filosofia orientale scopre il carattere effimero della vita umana, il continuo e perenne fluire delle cose senza meta e senza senso. Di positivo vi vide una realtà profonda, raggiungibile una volta che ci si libera delle apparenze e delle illusioni. Questi continui riferimenti suggeriscono la sua forte volontà di opporsi al razionalismo tipico della cultura occidentale (particolarmente di Hegel). La filosofia orientale viene da lui considerata anche concettualmente superiore allo stesso cristianesimo, con Buddha preso come esempio di moralità, a cui sempre ispirarsi.
Come appunto suggerisce il titolo della sua opera, l’esistenza viene vista sotto una duplice prospettiva:
1)Il mondo è soggettiva rappresentazione intellettuale
2)Il mondo è volontà di vivere (Wille zum Leben), che porta al dolore. Siamo esseri limitati, quindi in uno stato di continua tensione verso ciò che ci manca, che però non sarà mai soddisfatto. Si oscilla continuamente tra dolore e noia.
• Il mondo come rappresentazione
Il mondo è una nostra propria rappresentazione, riguarda tutti gli esseri viventi, non necessita di essere dimostrata, è un assioma che si ritrova anche nei più antichi testi induisti. Dire ciò significa avere la consapevolezza di non conoscere esattamente l’oggeto, che è solo un oggetto per il soggetto che lo conosce, una rappresentazione intellettuale. È un fenomeno, cioè illusione, parvenza, sogno, irrealtà.
Dall’induismo viene estratto il concetto di “velo di maya”, che ricopre ogni cosa, impedendo di scorgere la realtà. Tra i fenomeni e la cosa in sé, c’è proprio frapposto il velo, che scherma la vera realtà. Principio universale della filosofia induista, maya è l’illusione che fa apparire l’universo come costituito da entità separate, collegate da causa ed effetto e immerse nel tempo e nello spazio. Causa ed effetto non esistono nella realtà, sono solo un modo per organizzare le percezioni che derivano dall’essere immersi nel tempo e nello spazio. Secondo il buddhismo invece, maya è il mondo dei fenomeni, delle apparenze e delle forme, dell’illusione e dell’inganno. È un mondo instabile, in permanente evoluzione, che lo spirito non risvegliato scambia per la sola realtà esistente. Il concetto della maya di contrappone alle idee di immutabilità, di assoluto, di essenza. Non è però un’illusione considerare il mondo fenomenico qualcosa di reale; l’illusione consiste piuttosto nel considerare il mondo dei fenomeni come la sola realtà immutabile e nel lasciarsi sfuggire il significato dell’essenziale. Relativo e assoluto sono identici e costituiscono la medesima cosa.
La nostra rappresentazione del mondo è un fluire incessante di immagini, di fenomeni, un conoscere gli oggetti in modo superficiale. Come è possibile avere una conoscenza più approfondita? Questo fluire deve essere organizzato secondo le forme spazio-temporali per la sensibilità e nella categoria della causalità per l’intelletto (che poi è un passo più approfondito della conoscenza). Ogni fenomeno è collegato ad un altro secondo il nesso di causa-effetto. La realtà appare come trama di fenomeni tra loro connessi e subordinati, esiste quindi una unica categoria.
La rappresentazione che si ha del mondo è un insieme di immagini, a volte serene e tranquillizanti, a volte inquietanti e terribili. È un qualcosa che assomiglia alla vita notturna, onirica  la vita come sogno. La vita e i sogni sono come le pagine di un libro: lo si sfoglia in maniera ordinata e corretta. Ma quando la giornata volge al termine, e lo sfogliamo svogliatamente, vedremo anche pagine già viste, ma sempre appartenenti allo stesso libro. Così avviene nei sogni, dove manca la connessione e l’ordine dei fatti, che invece è presente nella vita.
C’è un modo per squarciare il velo di maya e scorgere la vera essenza, il fine ultimo delle cose? Si. Secondo Kant l’unico mondoi conoscibile è quello fenomenico. Schopenhauer invece ritiene che si possa andare oltre la nostra rappresentazione del mondo. L’uomo è un naimale, ma a differenza delle altre creature viventi è capace di stupore e di meraviglia riguardo la sua esistenza. Essa non è cosa naturale e scontata, come potrebbe ritenere l’uomo superficiale. L’uomo che riflette su se stesso, sulla vita e sulla morte, sulla gioia e sul dolore, può raggiungere la ragione ultima dell’esistenza. In questo modo l’uomo si trova a non assimilare soltanto le cose dall’esterno, ma anche dall’interno, perché l’uomo è anche corporeità. È l’esperienza del corpo che permette di andare al di là. Essa ci dona brama di vivere, emozione e sensazione, cioè una forza cieca ed irresistibile che ci spinge ad agire, di cui la corporeità è soltanto la manifestazione esteriore.

• Il mondo come volontà
Espressioni di questa brama di vivere sono tutte quelle attività che mirano all’affermazione della nostra individualità. Quando per esempio mangiamo lo facciamo per l’instinto più profondo della sopravvivenza. Così come quando ci accoppiamo lo facciamo per il profondo istinto della sopravvivenza della specie.

Il Wille zum Leben pervade l’universo intero, è la sostanza intima delle cose, il Kern della realtà, l’essenza stessa del mondo. Il saggio la sa scorgere in tutti i fenomeni, che sono espressione di essa stessa. Essa è la cosa in sé. È inconsapevole (precede al coscienza), eterna, indistruttibile, unica (non è individuale, ma sempre la stessa al di sotto dei fenomeni), cieca (non agisce in funzione di uno scopo, ma solo per affermare sé stessa. Esiste, senza una ragione cha la giustifichi. Miliardi di esseri non vivono che per vivere, il resto è illusione. È l’unica vera realtà della nostra esistenza. Le religioni e le filosofie razionalistiche hanno cercato di dare un senso e un significato alla vita dell’uomo e al mondo, ma si tratta soltanto di bugie. Schopenhauer è un filosofo dello “smascheramento”, perché ha avuto il coraggio di essere disincantato oppositore della razionalità della realtà, dell’idea della felicità e del nostro come il migliore dei mondi possibili in cui vivere.
La volontà di vivere ci porta necessariamente al dolore. Vogliamo infatti qualcosa che definisca e completi il nostro stato di esseri “mancanti”, la cui volontà si esprime sempre attraverso dei modi finiti e non si arriverà così mai ad un completo appagamento. Tale tensione continua ci conduce al dolore. Ogni appagamento è transitorio, perché poi subentrano altre necessità, finchè non si giunge alla noia dell’impossibilità del completamento del vuoto della nostra esistenza. La vita è dolore e sofferenza. Il pessimismo è forte, la vita è un perenne oscillare tra illusione e delusione, tra desiderio ed angoscia. Il piacere è solo un breve intervallo tra un desiderio ed un altro. Ma anche il desiderio è un indizio di una condizione di povertà e di carenza dell’uomo: si desidera, infatti, ciò che non si ha. L’essenza della vita è un ininterrotto volere ed aspirare. Ma tutte le brevi e modeste soddisfazioni non riescono ad appagare i nostri bisogni. Tutta la vita è quindi dolore e l’uomo disilluso, perde l’interesse e sfocia nella noia. Ma, pur di sfuggire a questa disperazione, si adatta alla sua naturale tendenza a non amare i suoi simili e cerca compagnia. La felicità momentanea non fa che prolungare l’infelicità.

Quando l’uomo capisce che la ragione ultima dell’esistenza è il Wille zum Leben, comprende che bisogna mettere in atto delle strategie che facciano venir meno la sofferenza. Bisogna attenuare tale volontà di vivere, attraverso delle vie di redenzione. Esse liberano l’uomo dalla catena dei bisogni e delle necessità, fino all’estirpazione della volontà dalle radici e trasormandola nel suo opposto, la noluntas. Non bisogna confondere questi elementi nichilistici con degli elementi distruttivi, come per esempio il suicidio. Il filosofo anzi lo condanna: si elimina così soltanto il fenomeno, l’uomo, ma si lascia intatta al volontà di vivere, che poi si esprimerà in mille altri modi. Il suicidio non è la negazione della volontà, ma la sua affermazione: chi lo fa ama davvero la vita, ma gli risultano insoddisfacenti le condizioni che gli sono capitate in sorte.
Le vie di redenzione sono due:
1. Arte: l’esperienza estetica allontana l’uomo dalla necessità, dal bisogno. Contemplandola, si abbandona in parte il dolore, liberandosi dalla catena della causalità. Per esempio la tragedia, che è più alta forma di arte, mette insieme sentimenti ed eventi forti, facendo conoscere, oggettivando la sofferenza, così che l’uomo capisca che il suo individuale dolore è parte del dolore cosmico, un riflesso del dolore comune a tutti gli uomini. Si supera l’individualità e ci si sente rinfrancati. La musica occupa un posto ancora più importante. Essa esiste al di là dei fenomeni, anche se non ci fosse il mondo, perché nessun altro mezzo espressivo ci allontana dal mondo fenomenico e ci lascia comprendere la vera ragione della vita. Essa infatti non indica un sentimento specifico, ma il sentimento di per sé stesso. Con il suo linguaggio universale non deve essere tradotta per parlare a cuore e mente degli uomini.
La filosofia, con i suoi concetti astratti, interpretabili in diversa maniera, esprime la medesima essenza della vita. Tutti questi però sono dei fugaci momenti, al termine dei quali siamo nuovamente riassorbiti dalle inquietudini e preoccupazioni quotidiane. Allora si ha un’altra via, un passo successivo.
2. Ascesi: si compone gradualmente di giustizia (l’uomo comprende di essere una rappresentazione di una giustizia universale quanto tutti veniamo giudicati alla stessa maniera. Tutti sono rappresentazione di una stessa volontà), compassione e carità, pietà universale (si capisce che la sofferenza personale è parte della sofferenza cosmica. Si esce dal proprio Io egoistico, cioè Eros, l’amore dell’Io e del Tu, e ci si rivolge agli altri in un amore disinteressato, la carità). Infine si giunge all’ascesi vera e propria, cioè l’esperienza del nulla, un mare di tranquillità. Si abbandona il piacere sessuale a favore della castità perfetta. La vità dei veri asceti comprende anche il digiuno, povertà, umiltà, sacrificio, rassegnazione. Si giunge così infine al Nirvana, uno stato di liberazione in cui ci si scioglie dalle catene del mondo. Non esiste più un rapporto tra Io e Tu, tra oggetto e soggetto. È una convivenza di essi. È l’esperienza del nulla, non assolutò, ma relativo, cioè appunto un mare di serenità. È una negazione del mondo e della volontà di vivere. Non esiste più la nascita, il divenire, la morte.
Queste potrebbero sembrare le preposizioni, prescrizioni dell’ascetica cristiana, ma non lo sono, perché non avviene un mistico incontro con Dio, ma la redenzione finale del Nirvana. Il saggio può raggiungerlo, ma tutti possono diventare saggi. Bisogna soltanto capire la radice della nostra sofferenza, cioè l’essere esseri limitati e definiti.
Il pensiero di Schopenhauer si discosta da quello di altri filosofi perché, a differenza di:
1. Kant: i fenomeni come apparenza ingannevole. Le dodici categorie dell’intelletto ridotte ad una sola, quella della causalità. La possibilità di attingere all’essenza noumenica del mondo
2. Platone: arte come possibilità di sottrarsi al mondo ingannevole dei fenomeni, come conoscenza disinteressata volta alle idee, modelli eterni delle cose
3. Hegel e l’idealismo: rifiuto dell’ipocrisia e della menzogna proprie di tali concezioni. Rifiuto di ottimismo e giustificazionismo, ingannevole e fuorviante
Invece concorda con essi perché afferma:
1. Kant: distinzione tra fenomeno e noumeno. Le forme a priori di spazio, tempo e casualità. L’esigenza della mente umana di raggiungere la cosa in sé, di evadere dal mondo dei fenomeni
2. Platone: il bisogno di evasione dal mutevole mondo sensibile per sollevarsi verso forme eterne
3. Il Romanticismo: l’irrazionalismo. L’importanza dell’arte, in particolare della musica. La presenza di un principio assoluto e infinito di cui le singole realtà sono manifestazioni passeggere
4. Tradizione orientale: il fenomeno come parvenza, illusione, velo di Maya  vita come sogno. Il carattere effimero dell’esistenza. Il non-senso del mondo, perenne fluire senza meta. Il nulla sostanziale dell’esistenza individuale. La possibilità per l’uomo di liberarsi dalle apparenze. Il Nirvana.
Schopenhauer e Leopardi assumono entrambi una posizione fortemente critica nei confronti della cultura del tempo, di cui però sono per tanti versi figli: ne disprezzano l’idealismo, l’adesione alle fedi religiose, l’ottimismo. Entrambi approdano al pessimismo cosmico, per il quale ogni creatura, non solo l’uomo, è condannato alla sofferenza. Il filosofo tedesco però considera errato il materialismo leopardiano. Se l’idealismo è falso perché nega l’oggetto riducendolo a soggetto, alla stessa stregua è falso il materialismo, perché nega il soggetto riducendolo a oggetto. Il fenomeno non è realtà, ma solo apparenza e illusione.
Inoltre per Schopenhauer la vera essenza dell’uomo è la volontà di vivere, che non ha né perché, né scopo. Leopardi invece vede nella ragione l’unico strumento per una vita dignitosa, che rifiuta falsità ed illusioni. Gli uomini si uniscono in una società più giusta e sono tra di loro solidali per unirsi in lotta contro la comune nemica: la Natura indifferente alla loro sorte. Schopenhauer non crede nella socievolezza degli uomini, ma nell’egoismo. Solo pochi riescono ad arrivare alla pietà, ma solo con la consapevolezza che serva ad intraprendere il percorso di liberazione dal dolore.

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