Il mondo come volontà e rappresentazione


Cenni sulla vita

Arthur Schopenhauer nacque a Danzica; il padre lo fece educare in Francia e in Inghilterra, ma gli impedì di approfondire gli studi.
Alla morte del padre, si trasferì a Weimar per applicarsi alla letteratura e alla filosofia.
Si appartò a Rudolfstadt per comporre la sua tesi di laurea, intitolata Sulla quadruplice radice del principio di ragion sufficiente.
L’impianto di questo scritto, nel quale il pensiero di Schopenhauer si presenta vivamente personale e matura, è di ispirazione kantiana: si tratta infatti di uno studio su come la causalità influisca a determinare la forma degli oggetti di conoscenza.
Le conclusioni alle quali giunge La quadruplice radice aprono la via alla ricerca che condurrà Schopenhauer a pubblicare il suo capolavoro: Il mondo come volontà e rappresentazione.
Gli anni di insegnamento a Berlino lo avevano profondamente inasprito tanto che, avendo decido di fare concorrenza a Hegel, aveva stabilito l’orario delle sue lezioni in concomitanza con quelle dell’avversario, incorrendo così in un ulteriore fallimento.
C’è però un punto in comune tra Hegel e Schopenhauer: mentre Hegel pone l’idea come fondamento della realtà, Schopenhauer pone la volontà come principio primo della realtà.

Vero maestro di Schopenhauer fu senza dubbio Kant e, in seconda linea, ebbero importanza rilevante nella sua formazione i dialoghi platonici e la filosofia indiana.
Ponendo la distinzione tra fenomeno e noumeno (che corrisponde al principio della volontà in Schopenhauer), Kant ha insegnato ciò che l’Oriente buddhista sa da secoli, vale a dire che la nostra conoscenza del mondo è puramente illusoria, che le cose non sono che oggetti della nostra rappresentazione, che tutta la realtà accessibili ai sensi non è che “ombra”.
Vi è però una differenza tra il fenomeno kantiano e il fenomeno schopenhaueriano: mentre secondo Kant il fenomeno è la realtà, l’unica realtà accessibile alla conoscenza umana, secondo Schopenhauer il fenomeno è apparenza, illusione, sogno, ciò che nella filosofia indiana è detto “velo di Maya”.
Il primo libro del Mondo come volontà e rappresentazione svolge dunque la dottrina del mondo come fenomeno soggetto al principio di ragion sufficiente, riprendendo le argomentazioni della Quadruplice radice e ispirandosi alle analisi kantiane.
Schopenhauer accentua il carattere di mera apparenza del mondo fenomenico, che egli assimila all’illusorio “velo di Maya” della filosofia indiana; inoltre, il problema della validità della scienza, che era centrale per Kant, lascia Schopenhauer completamente indifferente: ciò che lo attira è proprio il noumeno, del quale invece Kant preferisce occuparsi il meno possibile nella Critica della ragione pura.

Un’ulteriore differenza riguarda la considerazione delle forme a priori, cioè delle condizioni del mondo fenomenico, che Schopenhauer riduce a tre: spazio, tempo e causalità.
In generale, la dottrina della rappresentazione di Schopenhauer tende a una forma raffinata di materialismo, ma la conclusione che più gli sta a cuore è che il mondo è puro fenomeno, niente di reale, “velo di Maya”.
Per far cadere questo velo, Kant avrebbe risposto che non sarebbe possibile in alcun modo.
Schopenhauer è di diverso avviso: secondo quest’ultimo Kant ha limitato la considerazione dell’uomo all’aspetto esteriore dell’esistenza, ma non ha riflettuto su questo aspetto: se è vero che anche noi siamo fenomeni, proprio per questo dobbiamo portare nel nostro interno la cosa in sé, il fondamento dell’esistenza.
Infatti, se riflettiamo su noi stessi, sulla vita che si agita in noi, scopriamo una più profonda natura, che Schopenhauer chiama volontà: volontà di vivere, impulso, passione, desiderio, che è il vero elemento costitutivo del mondo.
Guardando nel proprio intimo, l’uomo scopre l’essenza reale di se stesso e di tutto il mondo dei fenomeni.
Il tal modo il “velo di Maya” è squarciato e la strada è aperta per la comprensione della cosa in sé o volontà.
Il secondo libro del Mondo come volontà e rappresentazione descrive il mondo come volontà.
La volontà è quella forza che si esprime nei fenomeni, a cominciare dal nostro stesso corpo che ne è l’immediata oggettivazione: essa è forza cieca e istintiva ma è anche la causa della nostra facoltà rappresentativa.
La volontà non è soggetta alle condizioni spazio-temporali e alla causalità, essa è libera; in quanto si manifesta nello spazio, nel tempo e nella causalità, essa è sottomessa in tutti i suoi fenomeni alla necessità.
Manifestandosi nei suoi fenomeni dunque, la volontà, sostanza unica e libera, si divide, si distingue, si individua secondo una necessità che è spaziale, temporale e causale.
La coscienza non è altro che un più potente strumento al servizio della volontà di autoconservazione: essa non attende lo stimolo per agire, ma lo previene in quanto è capace di anticipazione e di previsione, in una parola, di rappresentazione.
Schopenhauer afferma infatti: “Il mondo è la mia rappresentazione”.
È solo a questo punto che nasce il mondo come rappresentazione, nel quale l’individuo si illude di operare in base alle proprie libere scelte, mentre altro non fa che obbedire alla cieca volontà di vita che si afferma più potente che mai proprio nell’impulso sessuale il cui carattere di scelta individualizzata è in realtà al servizio di una più sicura conservazione della specie, ossia della volontà medesima.
I prodotti della razionalità umana sono nuove armi con le quali la volontà, dopo aver tormentato la specie nella lotta per l’autoconservazione, tormenta ora gli individui, costretti a una reciproca e spietata contesa.
Se dunque nella natura si manifesta un processo evolutivo che attraversa i vari gradi del darsi fenomenico della volontà, la storia è l’esempio di una continua ripetizione.
Qualsiasi interpretazione ottimistica della realtà non è che un altro strumento attraverso il quale la volontà ci rende ciechi e ci spinge ad agire per i suoi scopi, proprio mentre noi crediamo che essi siano i nostri: la ricerca di piacere e di felicità.
L’esperienza tuttavia ce ne mostra l’illusorietà: al termine di ogni azione ci attende, implacabile, il dolore, il medesimo dolore che, in quanto mancanza, bisogno, desiderio, ci aveva spinti ad agire.
Il dolore è dunque l’unica vera realtà dell’esperienza, laddove ciò che noi chiamiamo piacere è solo un non-essere, un momentaneo e parziale venir meno del dolore, al quale subentra subito il senso della sazietà e della noia; da qui l’insorgere di nuovi tormentosi bisogni, di una sete inestinguibile.
La rivelazione della portata cosmica del dolore spinge allora alla domanda circa le possibilità di una liberazione, di un riscatto.
Questa possibilità è solo in parte affidata all’iniziativa umana, dal momento che l’individuo è esso stesso uno strumento condizionato dalla cieca volontà; se non che, proprio nel suo sforzo evolutivo, la volontà perviene, attraverso l’uomo, alla coscienza di sé: essa è dapprima cieca e irrazionale; nell’uomo si solleva a coscienza, a rappresentazione, sempre allo scopo di meglio soddisfare il suo impulso inconscio; ma alla fine essa perviene all’autocoscienza, all’autocomprensione del suo agire cieco e tormentoso.
Tale riconoscimento si esprime proprio nel momento in cui l’uomo giunge a riconoscere che la vita è dolore e che la radice di tale dolore sta proprio in quella volontà di cui la vita è espressione.
È per questa via che la cieca volontà arriva a promuovere, attraverso l’uomo, la sua stessa liberazione:
1) Un primo livello di tale emancipazione si raggiunge mediante la contemplazione artistica, attraverso la quale l’individuo inizia a liberarsi della volontà non ponendosi più all’interno del mondo considerato come oggetto delle sue iniziative pratiche, ma osservandolo in maniera disinteressata.
L’arte si dirige alle idee e considera le cose sotto il punto di vista dell’eternità.
Alla musica Schopenhauer riserva una posizione particolare e unica: essa non coglie le idee ma, al di là di esse, la volontà stessa; la musica è diretta oggettivazione della volontà.
L’arte dunque è liberazione: sollevandoci alla contemplazione disinteressata essa ci fa dimenticare la nostra individualità fenomenica, i nostri bisogni, i nostri impulsi, e ci affranca così dal dolore.
La sua liberazione è tuttavia solo temporanea.
2) Un grado di liberazione più alto e completo, al quale è dedicato il quarto libro del Mondo come volontà e rappresentazione, si raggiunge invece mediante la comprensione del dolore universale, cioè di quel legame che collega tra loro tutti gli esseri e li rende partecipi di una medesima volontà (compassione: cum pathos, sentire insieme).
Nella lotta e nella malvagità, il singolo si illude che il suo bene stia nella sopraffazione degli altri; in realtà però, il dolore che l’uomo provoca negli altri lo provoca in se stesso, perché si sottomette alla legge dell’universale violenza.
Sorge allora il sentimento della giustizia e della pietà: il singolo riconosce nel dolore di tutti il proprio medesimo dolore; egli ha così squarciato il velo di Maya dell’illusoria singolarità dell’esistenza.
3) La totale liberazione dal dolore si consegue solo nella completa rinuncia alla volontà di vivere, nell’opposizione della noluntas alla voluntas, cioè nell’ascesi.
All’orrore della vita, l’asceta oppone la sua indifferenza e la mortificazione degli istinti attraverso la castità, la rassegnazione, la povertà.
Non è invece vera liberazione il suicidio, che è al contrario esasperata manifestazione di attaccamento alla vita: il suicidio infatti non rifiuta la vita nel suo significato universale, ma solo quella che gli è toccato di vivere; il suicida distrugge solo il suo corpo, ma non estingue in sé la volontà di vivere in generale.
L’ascesi invece promuove la negazione universale: tale dimensione può apparire un nulla a chi non si è liberato dalle ombre fenomeniche dell’esistenza del mondo ed è perciò strumento inconscio della volontà.
Non così è per l’asceta, che guarda il mondo con occhio limpido e vede il nulla che in esso si cela; l’accoglimento di quel nulla è allora la vera libertà dal dolore: nolontà, consapevole abbandono di qualunque residua volontà di vita.

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