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Rinascimento

Il pensiero rinascimentale risponde a trasformazioni di natura economica, sociale e politica. L’economia agraria medievale era completamente dipendente dagli eventi naturali, intesi come dipendenti dalla volontà divina. Da questo scaturiva un profonda mentalità fatalista. La nuova economia manifatturiera e mercantile è invece indipendente da ciò che accade in natura: il successo economico dipende solo dalle capacità umane. La nuova economia pone l’esigenza di comprendere e controllare la natura. Si ripresenta quindi la prospettiva che aveva caratterizzato la filosofia greca, secondo cui la natura è razionale e la ragione che guida la natura corrisponde alla ragione umana, per cui l’uomo può capire e controllare la realtà e anche trasformarla. L’affermarsi di una mobilità di classe legata alle capacità individuali determina l’interesse per la formazione dell’individuo: l’uomo è artefice del proprio destino, la riflessione sull’uomo assume centralità per la filosofia e per il sapere in generale. Anche il rapporto con Dio cambia: l’individuo vuole essere protagonista della propria fede e stabilire un rapporto diretto con Dio. Cambia anche la concezione del tempo: adesso coincide con il denaro; il tempo agricolo prima regolato dalla natura, ora corrisponde al valore delle merci prodotte e ai salari da pagare agli operai. L’esigenza di ridurre i vari aspetti della realtà a quantità prelude alla rivoluzione scientifica.

La filosofia rinascimentale ruota intorno a due concetti principali: la nuova centralità dell’uomo e una nuova concezione della natura. Queste due espressioni sono strettamente collegate, trovando espressione nella corrispondenza tra il “microcosmo” e il “macrocosmo” (Paracelso). L’uomo è inteso come microcosmo, la cui struttura riproduce quella del macrocosmo, l’universo, che è anch’esso dotato di anima. La consonanza tra uomo è universo è sviluppata in più direzioni:
1) Sottolineando l’opera creatrice dell’uomo a quella immanente di Dio (Bruno);
2) Parlando dell’influsso delle stelle sulla vita umana (Campanella)
3) Sottolineando la medietà dell’uomo tra il mondo materiale e quello spirituale (Cusano e Ficino);
4) Anche il cosmo, come gli esseri viventi, avverte sensazioni ed è animato (Telesio).
La filosofia rinascimentale si rifà principalmente al neoplatonismo, ma anche all’aristotelismo, pitagorismo ed epicureismo; fonte di interesse per i filosofi rinascimentali è la magia.
La natura è in primo luogo affermazione della centralità dell’uomo e della vita terrena, sacralizzata dalla presenza immanente della divinità. Con Copernico, l’unificazione del terreno e del divino è il superamento del modello cosmologico aristotelico-tolemaico che separava nettamente l’uomo dalle cose divine. Sia il neoplatonismo che il naturalismo affermano la razionalità della natura. Nel Rinascimento si delinea la possibilità di poter modificare il corso o prevedere la natura. Sia Cusano che Bruno affermano che l’uomo debba collaborare alla creazione divina; Telesio e Campanella sottolineano come l’uomo sia parte del vitalismo della natura e come possa conoscerla e trasformarla.

Cusano (Neoplatonismo)

Nella sua opera più nota, “La dotta ignoranza”, muove un’analisi delle possibilità conoscitive dell’uomo. La conoscenza consiste nella proporzione tra ciò che è certo e ciò che è incerto. Mentre la conoscenza umana è limitata, quella divina è infinita, quindi non se ne può avere conoscenza, ma soltanto una “dotta ignoranza”. Nell’uomo esiste però il desiderio di sapere, che lo porta ad ampliare sempre di più la sua conoscenza. Cusano fa la metafora della circonferenza e del poligono: il poligono aumentando il numero di lati si approssima sempre più alla circonferenza, ma non potrà mai coincidere con essa. Ciò non preclude la possibilità di conoscenza, ma ne sottolinea il carattere ipotetico. Cusano è noto anche per la concezione cosmologica che anticipa i concetti copernicani. Egli nega il geocentrismo, afferma l’infinità dell’universo e dei mondi, supera il dualismo del sistema aristotelico-tolemaico.
Dio comprende in sé tutto l’universo, pur non identificandosi con esso. L’universo non può avere in sé nulla che non sia già in Dio. Ma nell’universo la realtà divina si spazializza nelle forme della pluralità: l’unità diventa molteplicità. Il rapporto tra Dio e l’universo è di complicatio (tutte le cose ritornano all’unità, Dio) ed explicatio (Dio si spazializza e si dispiega nell’universo). Se l’universo è explicatio di Dio, ne deve conservare gli attributi. L’universo è infinito, come Dio, e come tale non ha centro, né è ammissibile la sfera delle stelle fisse come limite.

Come Dio crea le cose, la mente crea gli oggetti della propria conoscenza, in particolare gli enti matematici, con i quali è possibile dare significato razionale alle sensazioni. La struttura dell’universo è matematica. Dio ha compiuto la creazione seguendo modelli matematici. Gli enti matematici, però, possono essere creati anche dalla mente umana: questo fa sì che l’uomo, a livello conoscitivo, è creatore.
La struttura matematica creata dall’uomo non è identica a quella presente nell’universo. L’uomo occupa la posizione mediana nell’universo: partecipa delle idee con l’intelletto, ma ha bisogno anche del corpo, cioè della sensazione, per conoscere le cose. La teoria della conoscenza di Cusano è razionalistica.

Ficino (Neoplatonismo)

La filosofia di Ficino si richiama esplicitamente al neoplatonismo di Plotino. La realtà metafisica è costituita da cinque ipostasi, disposte gerarchicamente. Al vertice vi è Dio, poi la natura angelica, l’anima, la qualità (cioè la forma) e il corpo. Da Dio procedono le altre ipostasi, create e non emanate. La creazione procede dall’interno, per cui Dio, pur essendo trascendente, si manifesta nel mondo e attraverso il mondo. L’ordine gerarchico è determinato dalla proporzione tra unità e molteplicità. L’unità senza molteplicità è Dio, la molteplicità senza unità è il corpo. In Dio non c’è né molteplicità né pluralità, ma unità assoluta.

L’anima è considerata in generale come il principio razionale che regola la realtà. Essa non è perciò solo dell’uomo, ma anche del mondo e delle sfere celesti, cioè di tutto ciò che è organizzato secondo ragione. La filosofia di Ficino è una vera esaltazione della natura, la quale è provvista di una razionalità complessiva ed è vivente. Il mondo è un unico essere animato. Fra tutti gli essere sussiste una completa interdipendenza: le anime costituiscono il tramite che mette in rapporto gli individui di ogni ordine. La visione di Ficino può essere definita “organicismo dinamico”, per il quale il mondo presenta un’unità e un senso complessivi che derivano da Dio.
I gradi superiori, immobili, non potrebbero congiungersi con la materia. Occorre un tramite, la cui natura tochi per un verso la realtà superiore e per altro la materia. L’anima razionale è anche, essendo ragione e sensibilità, il punto di unione tra spirituale e materiale. L’anima è il cnetro dell’essere, la copula mundi. In quanto essenza intermedia, partecipa della natura in tutte le cose. L’anima di cui parla Ficino è quella del mondo, ma è anche e soprattutto quella dell’uomo, che opera la congiunzione tra razionalità e istinto.

La magia nel Rinascimento

La magia conosce una grande diffusione nel periodo rinascimentale, rifacendosi a diverse radici, ma con un comune interesse: la conoscenza e il controllo della natura. Gli elementi magici sono strettamente congiunti con quelli filosofici e anticipano per alcuni aspetti la rivoluzione scientifica. La magia ha un ruolo simile a quello che assumerà la tecnologia nella rivoluzione scientifica: utilizzare il sapere per controllare la natura e migliorare le condiziona di vita dell’uomo. Gli ambiti principali della magia sono l’alchimia e la medicina.

Telesio

Il proposito di Telesio è quello di spiegare la natura della cose “secondo i propri principi”, cioè sulla base di leggi immanenti. I principi di tutte le cose sono tre: uno passivo, la materia, e due dinamici, responsabili del divenire, il caldo e il freddo. Il primo provoca dilatazione e movimento, il secondo contrazione e quiete. I tre principi, costituendo tutta la realtà, devono dar ragione di ogni fenomeno, quindi anche della sensibilità. Telesio afferma che tutte le cose hanno un’anima e sono capaci di sensazioni (pampsichismo). La fonte di ogni conoscenza è rappresentata dalle sensazioni. Telesio afferma un rigoroso sensismo che riconduce le idee a questa origine. I sensi non possono mai ingannarci, perché mettono in contatto diretto l’anima con le cose. L’intelletto deve necessariamente fondarsi sui sensi. La conoscenza intellettiva è ricordo delle sensazioni, quindi è meno precisa. Secondo Telesio è necessario affidarsi all’intelletto quando non è possibile conoscere con i sensi, ma tutte le volte che al ragionamento può sostituirsi l’esperienza diretta, questa è sicuramente più attendibile: è una posizione di sensismo.
Dal mondo naturale deriva anche la morale. Il fondamento della morale è la tendenza di tutti gli esseri alla propria conservazione e al proprio accrescimento. Le cose o gli eventi che favoriscono questi processi producono una dilatazione dell’anima, una sensazione di calore e piacere. A questa diamo il nome di “bene”. Al contrario i fatti che provocano una contrazione dell’anima sono causa di dolore. A questi diamo il nome di “male”. Bene e male sono conseguenze della reazione dell’anima a certi eventi. Il comportamento dell’uomo è descritto dalla tendenza spontanea a ricercare il piacere e fuggire il dolore. L’etica di Telesio viene definita “descrittiva”, in contrapposizione con le morali di tipo “prescrittivo” (quando da essa derivano norme che sarebbe auspicabile seguire). Una teoria etica è descrittiva se non fissa precetti, ma si limita a descrivere i comportamenti umani. Non ha senso dettare norme morali: non resta che descrivere le cause del comportamento, che è indipendente dalla volontà dell’individuo.
L’analisi che Telesio fa della morale è naturalistica e descrittiva, escludendo ogni finalismo e ogni origine soprannaturale. Anche l’anima è mortale. Telesio parla anche di un’anima immortale, una forma superaddita che Dio unisce direttamente agli uomini.


Giordano Bruno (Neoplatonismo e Naturalismo)

Bruno coglie nella riforma copernicana un profondo significato morale di liberazione dalla superstizione e dall’accettazione acritica dei filosofi del passato. L’infinità dell’universo è posta un relazione all’infinità di Dio: l’universo è manifestazione, “vestigio” di Dio. L’aver abbattuto le muraglie delle sfere celesti ha anche liberato la conoscenza, che adesso ha come oggetto l’infinito. La divinità non è più trascendente, è nell’universo. Bruno si pone il problema di spiegare il moto apparente degli astri: all’interno di un sistema non è possibile stabilire se esso si muova o sia in quiete. Il moto apparente dell’intero universo deve essere ricondotto al moto rotatorio della Terra intorno a se stessa. L’infinità dell’universo è spiegata a partire dai concetti di “causa” (determina l’effetto) e “principio” (l’effetto). Se Dio è principio, allora permane nel mondo; di conseguenza tutta la natura è animata, la vita è in tutte le cose.
L’universo è concepito da Giordano Bruno in modo panteistico, come Uno-tutto, un organismo vivente. Una conseguenza di tale affermazione è l’ammissione di una pluralità di mondo e della presenza di altri esseri viventi in altri mondi. Queste concezioni sono alla base della morale di Bruno: viene elogiata l’attività umana e lo sviluppo della civiltà. Gli uomini dell’età dell’oro erano più felici e avevano meno vizi, ma avere meno vizi non significa essere più virtuosi. L’uomo operando con l’intelletto e con le mani può formare “altre nature e altri corsi”, divenendo creatore come Dio. Bruno esalta l’attività e il lavoro conferendo loro sacralità. Trasformando la natura, l’uomo non solo conosce Dio, ma si fa come lui.
L’uomo è mosso dall’amore che può indirizzarsi a singoli esseri ma può anche volgersi a Dio. È questo il tema del dialogo “Degli eroici furori”. Gli “eroici furori” costituiscono la tensione verso l’azione e la conoscenza che caratterizza l’uomo (eroici deriva da eros, da intendersi nel significato platonico, cioè come tensione spirituale verso il divino). Bruno si avvicina qui all’idea di purificazione platonica, di liberazione dalle passioni per giungere alla contemplazione della verità. Il furore eroico è ansia di ricerca, al di là del mondo sensibile, e interpreta l’aspirazione dell’uomo all’infinito.

Naturalismo

È la concezione secondo la quale la natura costituisce il principio unico della realtà.

Campanella (Naturalismo e magia)

Il naturalismo di campanella è influenzato da Telesio: noi non conosciamo le cose, ma le modificazioni che esse producono in noi. La conoscenza sensoriale presuppone quella di sé, il cosiddetto sensus inditus. La conoscenza dei sensi, al contrario di Telesio, non è evidente di per sé, ma relativa ai cambiamenti che provoca in noi e quindi incerta perché indiretta. Dentro di noi troviamo anche verità autoevidenti, le nozioni comuni: esse comprendono anche la conoscenza delle funzioni costitutive dell’anima, o delle tre primalità: potere, sapere e volere.
In natura tutto è animato e tutto ha senso (sensazione). Gli esseri costituiscono nel loro insieme un organismo unitario, l’universo. Essi interagiscono sulla base di sentimenti di simpatia ed antipatia. Campanella disegna un teleologismo universale che vede in Dio il termine ultimo, ma individua nella natura la coscienza di esso.
Nella “Città del Sole” (Dio), Campanella delinea uno stato ideale: niente proprietà privata né famiglia; un’educazione derivante dall’analisi della natura e il governo affidato ad un sommo sacerdote.

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