Pascal

1. Il cartesianesimo seicentesco viene supportato e continuato da Spinoza e Leibniz, mentre è messo in discussione da Pascal.
Pascal nasce a Clermont nel 1623, quando Cartesio aveva quasi 30 anni. Si interessa in primo luogo alla matematica e alla fisica: compone infatti un Saggio sulle sezioni coniche a 16 anni; a 18 inventa l’antenata della calcolatrice. Fa esperimenti sul vuoto riportati nel Trattato sulla pesantezza della massa d’aria e anche nel Sull’equilibrio dei liquidi. Non abbandona la scienza neanche quando la rigorosa e angosciosa fede religiosa viene acquisita. Si adopera infatti sulla teoria della roulette, sul calcolo delle probabilità e su altre invenzioni.
•• Proprio all’età di 30 anni trova la fede religiosa e scrive a proposito dell’illuminazione che si fa nel suo spirito: questo scritto è stato ritrovato dopo la sua morte, cucito nel suo vestito.
Pascal entra a far parte dei Solitari di Port-Royal, dove vi era una sua sorella cara, Jacqueline. Port-Royal era stato ricostruito attorno a una comunità religiosa senza regole determinate, poiché i membri studiavano, meditavano e insegnavano.

•• Arnauld promulga gli insegnamenti del vescovo olandese Giansenio, nell’Augustinus, pubblicato postumo. Si proponeva una riforma cattolica ritornando ai precetti fondamentali di Agostino. Si riprende in primo luogo il concetto di “grazia”.
Nella dottrina agostiniana vi era il tacito messaggio che il peccato originale avesse tolto all’uomo la libertà del volere: l’uomo è dunque incapace del bene ed è attratto verso il male. Dio concede poi la grazia (della salvezza) non a tutti, ma solo a pochi eletti. Queste tesi erano dunque contrarie alla chiesa del tempo e ai costumi rilassati di questa. Erano infatti malvisti dai gesuiti, che vedevano la salvezza come una possibilità probabile per l’uomo, che era all’altezza di procurarsela. Infatti, egli ha innata una “grazia sufficiente”, che ti salva solo se fai qualcosa di buono per meritarti la salvezza. I gesuiti abbracciavano il proselitismo (conversione) e questa tesi accomodante e positiva per avere un gran numero di fedeli anche se con scarsa religiosità interiore.
Il giansenismo, al contrario, era puro rigorismo morale e religioso, e non consentiva compromessi. Solo con la “grazia efficace” si arriva alla salvezza, perché la “grazia sufficiente” dei gesuiti paradossalmente non è sufficiente per la salvezza. Ma la “grazia efficace” era riservata a pochi.
La Chiesa ovviamente reagisce e Innocenzo X condanna i giansenisti e i precetti e gli stili di vita contenuti nell’Augustinus, nonostante i giansenisti credevano che la condanna non riguardasse il giansenismo. La disputa riprende a Parigi e Pascal interviene con 18 lettere (Lettere Provinciali). Le Lettere Provinciali sono profonde e umoristiche e diventano i primi monumenti letterari della lingua francese. Mette in contrasto la grazia sufficiente (che è di tutti, ma che non basta) e la grazia efficace (di pochi e che garantisce la salvezza). Le Lettere si rivolgono anche all’atteggiamento accomodante di tendere le braccia a tutti. Infatti dirà che serviranno molti direttori accomodanti per le anime peccatrici (perché sono molte) e pochi direttori severi per le anime pie (rarissime).
Nell’ultima lettera Pascal riprende e difende la teoria agostiniana della grazia, dicendo che le nostre azioni sono sia nostre, grazie al libero arbitrio, sia di Dio, grazie alla sua grazia, perché è Dio che ci permette di avere il libero arbitrio, che è in realtà una riflessione di ciò che Dio vuole che facciamo. Dio ci induce a fare ciò che ci piace, perché è lui che permette e controlla il libero arbitrio, e di conseguenza noi con le nostre azioni.
Contemporaneamente alle lettere, Pascal lavorava a un’Apologia del cristianesimo, la sua grande opera, ma purtroppo mai terminata per via delle fragili condizioni di salute. Pascal muore a 39 anni e i frammenti dell’Apologia vengono raccolti dai suoi amici di Port-Royal e pubblicati postumi con il titolo di Pensieri.

2-3. Il problema del senso della vita e il divertissement
Pascal s’interroga molto sul senso della vita, tanto che per lui è la questione più importante per l’uomo. Egli reputa il problema di ciò che l’uomo è a se stesso come il più importante ed è mostruoso che gli uomini, impegnati nella quotidianità, non si fermino per darsene pensiero. Infatti, condanna non solo la cecità di coloro che non sentono l’assillo del problema, ma anche dei filosofi che non la mettono al centro della loro indagine.
Le tematiche esistenziali sono profonde e c’interessano profondamente. Dunque lo studio dell’uomo, dell’anima e Dio sono gli unici possibili a noi uomini. Il resto è solo svago, libido sciendi.

Ma la sua speculazione sui problemi esistenziali si risolve sul piano religioso, poiché secondo lui è l’unica via per la verità. Pascal vuole infatti mostrare quanto la mentalità comune, la scienza e la filosofia non si adoperino sul problema dell’esistenza e vuole far rendere conto come grazie al cristianesimo si possa arrivare ad avere una risposta. È per questo che nella sua Apologia l’interlocutore tipico è il libero pensatore, che egli cerca di far riflettere sul mistero dell’uomo avvicinandolo alla fede cristiana.
•• Pascal afferma che l’atteggiamento comune nei confronti dei problemi esistenziali sia quello del divertissement. Questo “divertimento” non è inteso nel senso di “sollazzo”, ma come oblio o stordimento di sé causato dai troppi impegni quotidiani e dagli intrattenimenti sociali (la sua critica alla società appare modernissima e attuale).
Il divertimento è una fuga da sé attraverso una qualunque attività. L’uomo per Pascal fugge dalla propria infelicità e dagli interrogativi come la vita e la morte.
Le attività distraggono l’uomo e lo allontanano dalla noia, che rivela all’uomo la sua reale condizione di insufficienza e di miseria.
L’uomo non cerca le cose, perché se ci fossero offerte non le desidereremmo.
L’uomo piuttosto cerca la ricerca delle cose, che ci distraggono dal pensare alla nostra condizione. Non viviamo mai nel presente, ma in attesa del futuro.
Pascal ha un atteggiamento pessimista nei confronti dell’uomo, che utilizza il passato e il presente come mezzi per arrivare al futuro. Il futuro è il solo fine dell’uomo: in questo modo non viviamo mai, ma speriamo di vivere, o di essere felici. Il divertimento, una continua fuga da noi stessi, non genera di certo felicità, ma ci dà solo l’illusione di raggiungerla. La sola cosa che può consolare l’uomo dalle sue miserie è la sua miseria più grande. Senza il divertimento saremmo nella noia e dunque cercheremmo un mezzo più solido e “utile” per uscirne. Ma il divertimento è piacevole e ci fa smarrire conducendoci alla morte senza che ce ne rendiamo conto. L’uomo non deve chiudere gli occhi di fronte la sua miseria, ma deve saper accettare lucidamente la propria condizione. L’uomo è nato per pensare e la sua dignità sta nel pensare rettamente, cominciando da se stesso.

I limiti del pensiero scientifico: “spirito di geometria” e “spirito di finezza”
Nonostante Pascal sia uno scienziato, egli riconosce nella scienza alcuni limiti strutturali sia in sé stessa, sia a proposito del rapporto con i problemi dell’uomo.
•• Il primo limite della scienza è l’esperienza: per Pascal questa è sia un fattore positivo sia un qualcosa con cui la ragione deve fare i conti (ricordiamo quanto questo sia galileiano e anti-cartesiano). L’esperienza (sensibile) è infatti contrapposta alla ragione e circoscrive i suoi poteri, che non sono assoluti, come credevano Cartesio e i suoi seguaci.

•• Il secondo limite della scienza e l’indimostrabilità dei suoi primi principi: le nazioni che stanno alla base del ragionamento scientifico, come tempo, spazio, movimento, sfuggono al ragionamento stesso, poiché è impossibile determinare la più piccola parte dei concetti e ci dobbiamo fermare ad alcuni termini primi (come l’impostazione dell’atomismo di Democrito). Dai principi primi parte il ragionamento e la scienza.
•• La scienza nel suo ambito è arbitra assoluta. Ha un dominio e da questo respinge ogni intrusione metafisica o teologica e ogni principio di autorità (ipse dixit). La ragione si mostra invece incapace di speculare sui problemi esistenziali. Pascal contrappone infatti la scienza (ragione scientifica) al cuore (comprensione istintiva) che è l’organo capace di captare gli aspetti problematici dell’esistere.
•• La contrapposizione tra ragione e cuore è espressa con il celebre antagonismo tra esprit de géometrie ed esprit de finesse:
la ragione scientifica procede dimostrativamente e ha per oggetto le cose esteriori (dimostrazione);
il cuore si fonda sul sentimento e sull’intuito e ha per oggetto l’uomo (e lo coglie in maniera immediata - intuizione).
•• Con l’esprit de finesse le cose si sentono, più che vedersi. Il cuore vede l’oggetto di un corpo solo e con uno sguardo solo il cuore non passa attraverso il ragionamento discorsivo. La differenza tra i due spiriti è che il primo “ragiona” e il secondo “comprende” intuitivamente. E lo spirito di finezza sta alla base non solo del ragionamento, ma anche della scienza. Dunque, lo spirito di geometria presuppone lo spirito di finezza, poiché si sente istintivamente per esempio che vi siano tre dimensioni e che i numeri siano infiniti. Ma lo spirito di finezza ha come oggetto l’uomo e lo spirito di geometria il mondo naturale.
L’eloquenza, la morale e la filosofia sono fondate sullo spirito di finezza, poiché per formarle si ha bisogno di giudizio, di sentimento e di cuore. E la scienza, di fronte agli interrogativi umani, risulta impotente, muta ed estranea, poiché è nella stessa posizione della mentalità comune e del divertissement. Dunque, la cosa più preziosa per l’uomo non è la scienza, ma la conoscenza dell’uomo stesso, e bisogna conoscere se stessi, anche se non serve per trovare la verità, perché aiuta a regolare la propria vita, e non c’è nulla di più necessario e giusto.
•• Per Cartesio l’uomo è fatto di due parti (dualismo): res cogitans e res extensa. Per Pascal l’uomo è un’incognita, è in bilico tra il tutto e il nulla. L’uomo aspira ad arrivare alla divinità, ma non può. L’uomo era felice quando si trovava nel paradiso terrestre e conosceva l’infinito e poi è stato scaraventato sulla terra, come un re spodestato (detronizzato), e si ricorda dell’infinito e aspira ad arrivarci di nuovo, ma è impossibile. L’uomo è angosciato e sfugge da questa certezza con il divertissement.

I limiti della filosofia
•• La filosofia individua e specula sui problemi esistenziali, ma non li risolve: si indaga “inutilmente” sull’uomo, l’essere e Dio (come dice il derviscio in Candido o l’ottimismo).
Non si può dimostrare dunque l’esistenza di Dio razionalmente partendo dalla natura (perché la natura appare come un’opera divina solo a coloro che già credono; per chi non crede, la natura viene interpretata senza Dio). Pascal ritiene singolare il paradosso degli autori canonici (passati) che non si servivano della natura per dimostrare l’esistenza di Dio e invece oggi succede questo.
•• Per Pascal l’esistenza di un creatore non si stabilisce razionalmente. Le prove metafisiche, in più, descrivono una divinità solo astratta, un Dio dei filosofi e degli scienziati, inutile e lontano dall’uomo, che è individuo di ragione.
•• La filosofia non riesce a rispondere né ai problemi di Dio, né a quelli esistenziali. Per Pascal l’uomo è in una posizione intermedia, compreso tra l’infinitamente grande e l’infinitamente piccolo, tra il tutto e il nulla. L’uomo è un misto di essere e non essere.
Questa posizione è valida anche per l’intelletto e la conoscenza, poiché si può dire che egli conosca e non conosca. Non è né in una totale insipienza, né sapienza. Via di mezzo tra ignoranza e scienza. L’uomo ha un infinito desiderio di conoscere, ma non può cogliere il principio e il fine delle cose. La stessa posizione anche nella praticità, poiché l’uomo si propone bene e felicità, ma non riesce a realizzare effettivamente né bene né felicità.
L’uomo pascaliano è vittima di un desiderio. Impossibile da raggiungere, tra volere e non potere, ed è in dissidio con se stesso.
Ma nell’uomo vi è questa vocazione naturale verso un ordine superiore di essere, e già la coscienza della propria miseria è segno di grandezza così come lo è il pensiero. L’uomo è ambigua compresenza di miseria e grandezza, è un mostro incomprensibile, o un paradosso di fronte a se stesso.
•• L’errore della filosofia sta nell’avere oscillato troppo dalla grandezza dell’uomo alla puntualizzazione della sua miseria. Ma solo la ragione filosofica fallisce anche sui principi pratici morali e politici, poiché non è in grado di stabilire che cos’è il bene in maniera oggettiva, assoluta, immutabile e universale. Su tutto ciò che si riferisce al bene regna da sempre la massima confusione. I principi universali redatti dai filosofi non sono naturali e razionali, quanto convenzionali, di abitudine, di storia...
I principi etici dipendono da fattori extra-etici (extra-razionali).
Pascal non risulta in grado di fondare solide norme comportamentali, per questo non è relativista e umilia la ragione per far posto alla fede.

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