gaiabox di gaiabox
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Montaigne si può considerare (accanto ad altri grandi filosofi della tradizione moderna: Machiavelli, Hobbes, Spinoza, Hume, che incontreremo nei prossimi capitoli) il fondatore dell'antropologia filosofica o della scien-za morale. Con queste espressioni si intende lo studio dell'uomo, condotto con un intento più «descrittivo» che «valutativo». Con l'occhio rivolto, cioè, a considerare ciò che l'uomo è di fatto, sulla base della sua costituzione fisica, psicologica, sociale, culturale, anziché ciò che dovrebbe essere, sulla base di una presupposta concezione morale o religiosa.

Montaigne si propone «la considerazione delle nature e delle condizioni dei diversi uomini, i costumi delle differenti nazioni». Egli fa propria un'accezione neutra del comportamento dell'uomo (costume), osservato in uno standard «medio», quale gli è offerto dalla diretta auto-osservazione. La mediocrità dell'uomo è accettata come condizione inseparabile dalla sua realtà esistenziale. Egli (come ripete spesso nei Saggt) non si propone infatti di «formare l'uomo», bensì, più semplicemente, di «descriverlo». Anziché preoccuparsi di ciò che l'uomo «può e deve» diventare (secondo il concetto aristotelico della finalità o entele-chia, come passaggio dalla potenza all'atto), Montaigne preferisce interessarsi di ciò che esso «è comunemente»: un essere mediocre, le cui stesse qualità ne costituiscono spesso anche i difetti. Egli definisce l'uomo una creatura di una sorprendente diversità, cui l'educazione e l'incivilimento servono più spesso per dissimulare la propria natura, anziché manifestarla.

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