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Dietro l'apparente uniformità del costume, occorre perciò indagare senza illusioni la natura complessa e varia dell'uomo, cercando di cogliere la «diversità» e «dissimiglianza» individuale, anziché accontentarci del concetto astratto e generico dell'uomo (animale razionale, animale politico ecc.). Come osserva Montaigne: «c'è più differenza fra un uomo e un altro uomo, che fra un animale e un uomo», Egli afferma l'origine sociale, ossia dal costume, della coscienza morale. Questa non è innata, ma è un prodotto dell'educazione e delle leggi. Egli vorrebbe difendere l'autenticità dell'io, in contrasto con la sua «maschera» convenzionale. Ma è abbastanza realista, da riconoscere che le società sono organismi complicati e fragili, che non si fondano sulla ragione o sulle idee filosofiche («1a società non sa che farsene dei nostri pensieri»), ma sulla forza di coesione dei costumi ereditati e delle regole sperimentate nell'uso.

Il costume, che egli chiama «l'imperio della consuetudine», è così forte, da farci giudicare come «razionali» solo quei comportamenti che rientrano nell'ambito espressamente previsto e regolato dalle sue leggi non scritte: «quello che è fuori dai cardini della consuetudine, lo si giudica fuori dei cardini della ragione». L'atteggiamento di Montaigne di fronte alla società è ambiguo: da un lato, egli è un critico del costume, in cui rintraccia un elemento di finzione e pregiudizio.

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