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MARX
Marx viene definito da un importante filosofo americano contemporaneo Richard Rorty “colui che tentò di trasformare in pensiero il suo tempo”. Perciò la filosofia marxista ebbe così successo e ne ha ancora oggi.
Karl Marx nasce a Treviri in Renania, regione della Germania nel 1818 da una famiglia di ebrei convertiti al protestantesimo. Gli viene impartita una formazione di stampo illuministico orientata verso stampi laici e liberali. Inizialmente studierà giurisprudenza per poi trasferirsi a Berlino dove l’influenza del pensiero hegeliano si faceva ancora sentire. Si schiererà dalla parte della Sinistra hegeliana. Si attiva politicamente e lavora alla “Gazzetta Renana” ma il governo prussiano non gli permette di pubblicare i suoi articoli. Marx si trasferisce a Parigi e fonda gli “Annali franco-tedeschi”su cui pubblica Introduzione alla Critica della filosofia di Hegel e Sulla questione ebraica. Sempre a Parigi conosce Friedrich Engels, grande amico e compagno nella sua avventura politica. Marx conduce studi sull’economia e scrive i Manoscritti economico-filosofici. Nel 1845 pubblica con Engels Sacra famiglia o Critica della critica critica diretto alla Destra hegeliana. Il governo prussiano lo espelle da Parigi e il filosofo va a Bruxelles. Intraprende poi un viaggio a Londra con Engels dove osservano la condizione della classe operaia inglese. Nel 1847 nasce la Lega dei Comunisti la quale affida a Marx il compito di redigere un documento, il Manifesto del partito comunista, scritto con Engels nel 1848. In seguito al fallimento dei moti rivoluzionari in Francia, Marx emigra a Londra e dagli avvenimenti europei del ’48 trae spunti per la sua opera Le lotte di classe in Francia dal 1848 al 1850. La Lega dei comunisti si scioglie e Marx viene aiutato economicamente da Engels. Nel 1867 Marx pubblica il primo volume del Capitale e nel 1883 morirà. Engels completerà così il Capitale con secondo e terzo volume.

Secondo Marx la filosofia deve abbandonare il suo isolamento teoretico e confrontarsi con l’ambito pratico. La rottura con la filosofia di Hegel (e quella idealista) non poteva essere più netta se si pensa che quest’ultimo definiva la filosofia come la “nottola di Minerva” che spicca il volo al calare della notte quando è tutto già compiuto (significa che la filosofia non deve intervenire nella realtà). Ispirandosi a Feuerbach, anche Marx vuole ripristinare il corretto rapporto tra soggetto e predicato ( “l’elemento ideale non è altro che l’elemento materiale trasferito e tradotto nel cervello degli uomini”). Per Hegel le istituzioni politico-economiche di cui parla descrivendo lo spirito oggettivo sono manifestazione dello spirito, cioè qualcosa di metafisico e necessario che non può essere cambiato. Per Feuerbach sono prodotti umani e per Marx questi sono condizionati storicamente da scelte umane. Quindi per Marx, Hegel rende necessario ciò che ha un’origine particolare (peculiare) e contingente (accidentale). Questo capovolgimento delle reali condizioni di fatto, secondo il quale lo status quo (lo stato attuale delle cose) è perfetto perché opera dello spirito, è definito da Marx misticismo logico (Hegel scambia per metafisico ciò che per Marx è storico e per Feuerbach è umano). Per M. Hegel strumentalizza e distorce la verità al fine di giustificare ciò che è ingiustificabile. Questo verrà chiamato da Marx ideologia ( termine proprio della filosofia francese avente un significato tecnico riferito a conoscenze e percezioni. Marx e Engels lo interpretano come un “vestito di idee” cioè una rappresentazione distorta della realtà orientata dal ceto dominante socio-economicamente che si foggia una sua verità. Si è consapevoli di commettere un’ingiustizia ma si spaccia per vero ciò che è falso).
Per Hegel l’alienazione era l’azione dell’idea che usciva da se stessa per oggettivarsi in qualcosa di diverso da sé ovvero natura e storia. Per Feuerbach l’alienazione era la rinuncia di sé da parte dell’uomo che proiettava le sue caratteristiche finite, rendendole infinite, in una divinità. Si assiste ad una scissione che per F. è più concreta in quanto si separano terra, luogo sensibile di sofferenze umane e cielo divino, dove l’uomo trova consolazione alla sua infinitezza. Marx adotta questa distinzione e la applica alle nozioni di società civile (che Marx corrisponde alla terra), e Stato (che per Marx corrisponde al cielo divino) presenti nella descrizione dello spirito oggettivo da parte di Hegel. Marx concorda con Hegel sul fatto che la società civile sia il luogo di scontro tra gli interessi comuni e quelli privati dei singoli ma non è d’accordo sul fatto che lo Stato sia in grado di salvaguardare i diritti di tutti. Nello Stato continuano i conflitti della società civile e gli squilibri per cui vi sarà una classe dominante (borghesia) e una sfruttata (proletariato). Di conseguenza Marx introduce la distinzione tra eguaglianza formale e eguaglianza sostanziale, o meglio tra formalità e sostanzialità dei diritti. La promulgazione dei diritti dell’uomo e del cittadino durante la Rivoluzione francese è la prova di una disuguaglianza sociale che non si vuole colmare effettivamente, anzi viene introdotto il rispetto formale dei diritti solo perché se i gli oppressi si dovessero lamentare, si potrebbe ricorrere a ciò che è scritto sulla carta costituzionale, senza però attuare un’iniziativa di miglioramento concreto.
Perché vi sia un’eguaglianza sostanziale bisognerebbe garantire il diritto al lavoro, all’istruzione, alla giustizia, alla salute preceduti da un’effettiva parità socio-economica. Quindi Marx sostiene che è l’elemento sostanziale che sta a fondamento della realtà ideale e finché non si interverrà sull’aspetto concreto, gli squilibri non verranno mai sanati. Per Marx bisogna prima intervenire sulla sfera economica e non su quella ideale. Non si può migliorare la società mantenendo la società e la politica borghese perché la maggioranza parlamentare rappresenterà sempre gli interessi del ceto dominante (borghese). Inoltre, Marx sostiene che non basta estendere il diritto di voto a tutti ma è necessario dare al popolo degli elementi sostanziali ed imparziali (senza strumentalizzazione delle informazioni) al fine di rendere capaci i cittadini di formarsi una libera opinione. Infine, la società borghese non va riformata ma abbattuta.
La rivoluzione di cui parla Marx non deve essere solo politica ma deve avere un ruolo palingenetico (cioè di rivoluzione) e redentivo (ovvero di restaurazione dell’essenza autentica dell’uomo). Secondo Marx, l’essenza dell’uomo ha un tratto innegabilmente sociale e si realizza tramite il lavoro. Già Hegel, con la figura di servo-padrone utilizzata nella Fenomenologia dello spirito, aveva messo in evidenza l’importanza del lavoro in quanto il servo, lavorando, afferma la propria dignità di uomo e il padrone è sempre più dipendente dai servizi del suo lavoratore. Ma per Marx, il lavoro, nella società borghese, da dignità dell’uomo si trasforma in condanna poiché se il lavoro è alterato nella sua originaria destinazione, allora l’essenza dell’uomo che attraverso esso avrebbe dovuto realizzarsi, risulterà corrotta.
Ispirandosi così alla filosofia feuerbachiana, Marx introduce il concetto di alienazione che è sinonimo di espropriazione ed è l’essenza umana che viene espropriata, sottratta all’uomo stesso. Per Marx, il motivo dell’alienazione avviene per ragioni economiche più che per motivi psicologici (Marx) o metafisici (Hegel). Per Marx, l’uomo crea il paradiso perché vive l’inferno in Terra, è soggetto a ingiustizie sociali, soprusi politici, disuguaglianze salariali e condizioni di sfruttamento. Inoltre il filosofo integra la critica di Feuerbach alla religione definendola l’oppio dei popoli, la droga con cui si evade dall’inferno per rifugiarsi in paradiso. Ovviamente Marx rifiuterà questa evasione e proporrà di costruire una nuova società da lui teorizzata, il paradiso in Terra al fine di rivalorizzare l’aldiqua e svalutare l’aldilà.
Secondo Marx, il difetto d’origine che produce alienazione è la proprietà privata dei mezzi di produzione. Anche se il lavoratore produce ricchezza, non sarà comunque capace di trarne beneficio poiché il capitalista lo esproprierà del suo prodotto e vi trarrà vantaggio. E visto che dal lavoro dipende la sua realizzazione come uomo, allora l’alienazione produrrà disumanizzazione. Quando non si lavorava per privati ma nella propria bottega, da artigiani, il prodotto finale rispecchiava lo spirito del suo autore. Adesso, in fabbrica, il lavoratore non si confronta con la totalità del proprio lavoro ma è solo uno strumento che collabora nel percorso che un prodotto deve affrontare per essere finito. Il lavoro diviene un corpo estraneo, non appassiona più l’impiegato, non viene effettuato in un ambiente proprio e i ritmi da rispettare sono quelli della fabbrica.
Marx individua diversi tipi di alienazione:
1) L’alienazione dalla attività lavorativa in cui Il lavoro è visto come un’imposizione che allontana l’individuo dai suoi reali interessi;
2) L’alienazione del prodotto del lavoro, perché il lavoratore produce ricchezza (il capitale) ma ne beneficerà solo parzialmente tramite il salario;
3) L’alienazione essenziale per cui l’operaio non si realizza nemmeno come uomo;
4) L’alienazione sociale, strettamente legata col precedente punto, poiché non realizzandosi come uomo, l’individuo non potrà realizzare la sua autentica essenza sociale poiché l’operaio conoscerà solo rapporti strumentali, di sfruttamento in cui il capitalista sarà considerato un nemico.
L’unico modo di superare l’alienazione sta nell’abolizione della proprietà privata.

Il soggetto della storia e l’essenza dell’uomo e della società si ritrovano nella concretezza dei rapporti produttivi è da rinvenirsi nei rapporti produttivi tra uomini e la produzione di ricchezza. Anche qui Marx riprende la filosofia di Feuerbach e la integra affermando che l’essenza dell’uomo è da ritrovarsi nella sua corporeità, sensibilità (quindi concretezza Feuerbach) ma soprattutto nel contesto socio-economico e storico in cui esso vive. Marx riprende perciò anche Hegel, secondo cui la storia seguirebbe un movimento dialettico. Tuttavia, H. aveva sbagliato a porre un’idea metafisica al centro del movimento dialettico perché, secondo M., il soggetto di questo processo sarebbe proprio l’uomo collocato all’interno di un contesto socio-economico. L’essenza dell’uomo ha un carattere sensibile e materiale (Feuerbach), storico (Hegel) da riconciliare a coordinate di tipo economico (Marx).
L’elemento economico in cui devono essere riconciliate materialità e storicità è chiamato struttura che è composta da due elementi:
1) La forza-lavoro cioè l’insieme delle forze produttive ovvero gli uomini che producono e i mezzi per produrre e le conoscenze tecniche che migliorano il prodotto;
2) I rapporti di produzione cioè il modo in cui si produce, il metodo attraverso il quale si sfruttano la forza lavoro e i mezzi di produzione e come si ripartiscono le ricchezze.
Ovviamente la struttura e i suoi elementi cambiano nel corso del tempo e si adattano a seconda del periodo storico in cui sono collocati. La struttura è anche fondamento della sovrastruttura, insieme di prodotti ideali, culturali, religiosi ma anche di concezioni giuridiche e politiche di una determinata società in una altrettanto determinata epoca storica. È, inoltre, il riflesso del pensiero e delle concezioni della classe dominante. La sovrastruttura è influenzata dalla struttura su cui poggia quindi Marx corregge la concezione hegeliana secondo un materialismo economico concezione per cui sono autentici solo i fattori economici di produzione materiali e non le entità ideali(Hegel). Se per Hegel i prodotti umani erano solo il riflesso dei prodotti dello spirito e quindi nella loro autonomia non avevano senso, per Marx le forme giuridiche, culturali … sono momenti ed oggettivazioni del cosiddetto materialismo storico marxiano.
Il rapporto tra struttura e sovrastruttura è sempre stato ambiguo sia in Marx che in Engels poiché non si riusciva a comprendere se esso potesse essere definito rigida determinazione o semplice condizionamento. Sicuramente le coordinate socio-economiche o storico-spirituali possono aiutarci a capire un fenomeno culturale(perché è stata realizzata un’opera d’arte, per esempio) ma non bastano. Se si pensasse che queste fossero sufficienti, si incapperebbe nel paradosso e in un ingenuo riduzionismo o determinismo e perciò anche le dottrine marxiste (sovrastruttura) non rivoluzionerebbero nulla in una situazione già rivoluzionaria (struttura). La sovrastruttura varia al variare della struttura, è costituita da prodotti ideali, culturali, artistici, religiosi, giuridici, filosofici e di teoria economica i quali retroagiscono sulla struttura confermandola e verificandola (ideologia) e retroagiscono sulla struttura esprimendo la presa di coscienza della necessità del cambiamento.

IL CAPITALE
All’analisi filosofica di Marx si accosta ovviamente quella di tipo economico. A partire dalla prima rivoluzione industriale (seconda metà del Settecento), il modo di produzione capitalistico ha influenzato ed influenza l’economia attuale anche se vi sono stati dei grossi cambiamenti in esso. Marx fa perlopiù un’analisi dell’economia del XVIII e XIX secolo che può essere adattata a quella del XXI visto che svela dei meccanismi economici a noi ignoti e dati x scontati i quali ci fanno credere che il nostro sia l’unico metodo di produzione possibile.
Prima del modo di produzione capitalistico (produzione enorme di merci di ogni tipo), vi era un’economia di sussistenza. Le merci hanno un duplice valore: il valore d’uso in quanto sono state prodotte per soddisfare un’esigenza o un bisogno ed un valore di scambio che permette di determinare il valore in vista di uno scambio con altre merci. Per essere scambiate, le merci sono ridotte ad un valore monetario (non vi è il baratto di due merci ma le si scambia attraverso il denaro). Ma chi stabilisce il valore del denaro? Marx risponde dicendoci che è la quantità di lavoro necessario a produrre quell’oggetto per cui il valore è uguale al lavoro (”una merce ha un valore perché è una cristallizzazione di lavoro”). Ma il valore prodotto dal lavoro non sempre coincide col prezzo ma quest’ultimo è influenzato anche da altri fattori quali l’aumento della domanda e o dalla scarsità della merce stessa ( i prezzi aumentano). Marx critica il feticismo delle merci in base al quale si dimentica l’equazione valore=lavoro cioè il carattere umano che una merce assume.
L’accumulazione del denaro è un altro elemento alla base dell’economia capitalistica. Se nelle economie precapitalistiche vigeva la norma M-D-M (merce-denaro-merce) ovvero si produceva una merce per venderla e procurarsene un’altra, adesso vale la regola D-M-D+ (denaro-merce-denaro maggiore) perché l’obiettivo principale è guadagnare dalla merce venduta un capitale maggiore rispetto a quello investito. Ma come avviene ciò? La si vende ad un prezzo maggiore rispetto al suo valore. Ma se tutti i produttori adottassero questa strategia, ciò che viene guadagnato da uno di questi individui, verrebbe perso acquistando da un’altra persona. Questo però “limiterà una perdita ma non potrà mai contribuire a realizzare un profitto”. Il profitto del capitalista sta nel plusvalore (differenza tra la ricchezza che il lavoratore produce e ciò che gli viene corrisposto la ricchezza prodotta è sempre maggiore al salario che gli viene assegnato). Il capitalista acquista la forza-lavoro ovvero gli operai che compiono un lavoro. Il valore di questa merce sarà dettato dalla quantità del lavoro necessario a produrla, come x esempio i mezzi di sussistenza (cibo, alloggio …). Perciò il capitalista pagherà al lavoratore un salario necessario al lavoratore che corrisponde alle spese sostenute da esso x mantenersi. Tuttavia la forza-lavoro (M) comprata dal capitalista (D) produrrà per quest’ultimo un guadagno superiore (D+) al denaro investito per procurarselo (gli operai producono un valore nettamente superiore a quello che gli viene corrisposto salarialmente). È come se l’operaio lavorasse gratuitamente o compisse un sopralavoro, un lavoro supplementare e non dovuto (“… un sopralavoro che si incorporerà in un plusvalore ed un sopraprodotto”). Grazie all’introduzione delle macchine, si è permesso l’incremento della produzione di plusvalore. Queste inoltre non si stancano mai, non rivendicano alcun diritto, lavorano come gli operai o più velocemente e gli eventuali costi di riparazione o mantenimento sono spesso inferiori a quelli implicati per il pagamento dei salari.
Questo sfruttamento deriva da un problema strutturale, cioè dal rapporto tra la forza-lavoro (gli operai) e proprietà dei mezzi di produzione (datore di lavoro) tipico della società borghese. Marx ipotizza che se gli operai fossero anche proprietari dei mezzi di produzione, vi sarebbe una corrispondenza più esatta tra lavoro compiuto per produrre una merce e ricchezza prodotta (e guadagno del lavoratore). Però questo potrà accadere unicamente con l’avvento della società comunista (“la terra ai contadini e le fabbriche agli operai). Un secondo problema è stato rinvenuto nella sovrapproduzione per cui si produce moltissimo in un determinato settore quando le condizioni del mercato sono favorevoli, ma bloccando la produzione in un secondo momento e licenziando quando il mercato risulta saturo. Un comportamento immorale da parte del capitalista poiché ogni giorno si distruggono interi stock di merci invenduti per non assistere al crollo dei prezzi, mentre il problema della fame nel mondo è ancora molto presente. Marx fa una distinzione tra capitale costante (cioè quello investito dal capitalista nei mezzi di produzione) e capitale variabile (ovvero il denaro investito nei salari). Più aumenta il capitale costante e più si abbassa il guadagno del capitalista. Questo fenomeno determina anche l’avvento di guerre imperialistiche che il capitalista finanzia per avvalersi delle materie prime a basso o nullo costo prelevate dalle zone colpite. Inoltre, sarà anche possibile lo spostamento della produzione in zone in cui i salari dati potranno essere più bassi, fattore che aumenterà ulteriormente il guadagno dei capitalisti. Questo determinerà un minore decremento del capitale costante e variabile ma, come annuncia Marx, lo scontro tra proletari e capitalisti sarà sempre più imminente.
Questa rivalsa del proletario verrà descritta da Marx auspicando ad una rigenerazione dell’essenza dell’uomo dismettendo così le vesti da economista per assumere quelle di visionario che annuncia un mondo migliore e più giusto abolendo innanzi tutto la proprietà privata. Secondo M., non è possibile conciliare gli interessi capitalisti e quelli dei proletari e perciò si andrà incontro ad una lotta di classe. Questa può avere un esito favorevole per il proletariato solo se esso comprenderà dove i borghesi hanno sbagliato, giungendo alla coscienza di classe. Marx criticherà le teorie di alcuni noti democratici i quali avevano affermato che il miglioramento delle condizioni del proletariato potesse avvenire grazie a riforme interne alla società borghese. M. pensava che quest’ultima dovesse solo essere abbattuta. Secondo il socialismo utopico ci si sarebbe dovuti appellare alla benevolenza del ceto borghese sperando che esso aderisse spontaneamente, in virtù della propria coscienza morale, alla causa degli sfruttati rinunciando ai loro privilegi. Una volta preso il potere, il proletariato si occuperà della costruzione della società comunista che avverrà solo gradualmente poiché, visto che le forze spodestate (borghesia) tendono a riorganizzarsi in dei movimenti controrivoluzionari, ci sarebbe il rischio di incappare nella formazione di una dittatura da parte degli oppressi per contrastare gli oppressori, mandando così in fumo il progetto iniziale di creare una società comunista e basata sull’uguaglianza e la giustizia sociale ed economica. Adesso l’apparato statale non dovrà più difendere i privilegi dei borghesi ma i diritti dei proletari.
Col consolidamento del potere del proletariato si potrà passare all’abolizione dello Stato e della sua funzione repressiva per i comunisti lo Stato verrà eliminato solo col consolidamento della rivoluzione (“…. Il pubblico potere perderà il suo carattere politico … il potere politico è il potere di una classe organizzato per opprimerne un’altra … il proletariato … Abolisce insieme a quei rapporti di produzione le condizioni di esistenza dell’antagonismo di classe, cioè abolisce le condizioni di esistenza delle classi in genere … il libero sviluppo di ciascuno è condizione del libero sviluppo di tutti”). Nella società comunista vi sarà in primo luogo l’abolizione della proprietà privata dei mezzi di produzione poiché essa origina lo sfruttamento. Si parla di abolizione perché estendere la proprietà privata significherebbe rendere tutti dei piccoli proprietari e quindi si avrebbe solo un ampliamento del modello borghese. Si otterrà così una più equa ripartizione delle ricchezze prodotte mediante il lavoro che rispetterà la formula “ognuno secondo le sue capacità; a ognuno secondo i suoi bisogni”, principio di giustizia ed eguaglianza ( chi è in buona salute contribuirà di più). Nella società comunista il lavoro restituirà la dignità propria dell’uomo e sarà l’occasione di sviluppo complessivo dell’essenza dell’uomo liberato da ogni oppressione. Il lavoro sarà godimento e non dannazione, attività disinteressata in cui non si pensa più al profitto ma al puro piacere di compierlo.
Nella filosofia di Marx vi è un tratto fondamentalmente utopistico poiché, a partire dalla formula “ognuno secondo le sue capacità; a ognuno secondo i suoi bisogni”, è cose se il filosofo considerasse di avere a che fare con angeli più che con uomini. Questi dovrebbero avere la capacità di autolimitarsi ed autogovernarsi. Senza una struttura statale (che premia e minaccia) chi lavorerà per i più deboli? Chi fermerà il parassitismo sociale?. Del quadro utopico fa parte l’idealizzazione delle masse popolari. Tra le varie interpretazioni, è stato appurato che nel corso del tempo, il proletariato non ha mai davvero aspirato a creare una società diversa ma anelava sempre agli ideali di sviluppo della società borghese ( borghesizzazione del proletariato). Perciò Marx sottolinea il fondamentale ruolo guida del Partito. Ma si rischierebbe così di creare una nuova “élite” isolata dal resto della massa che, per esempio, società dell’Est, è diventata una nuova classe di oppressori. Uno dei problemi delle società dell’Est è stato quello di decidere quanto prolungare la transitoria dittatura del proletariato per poi passare all’abolizione dello Stato in quanto la dittatura ha sicuramente problemi nell’autoeliminarsi. Anche l’ideale marxista di dominio sulla natura per mezzo del lavoro non farà altro che portare l’uomo a rinchiudersi nel suo antropocentrismo in cui l natura sarà vista solo ed unicamente come antagonista da dominare e sfruttare al fine di soddisfare i propri bisogni. Ma Marx scrisse ciò proprio perché egli aveva risolto il problema del male radicale (l’uomo è cattivo per natura) in una questione unicamente socio-politico-economica (come Rousseau), non contando che l’uomo potrebbe essere cattivo per natura e non solo a causa dell’esistenza della proprietà privata.

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