Mongo95 di Mongo95
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In quanto rappresentazioni dell’universo, le monadi possiedono un sapere, che è innato (Nuovi saggi sull’intelletto umano). Per Leibniz, il pensiero cosciente è solo una parte dell’attività dello spirito. È di fondamentale importanza riconoscere l’esistenza delle “piccole percezioni”: c’è in noi un’infinità di percezioni di cui non siamo consapevoli, cioè mutamenti che noi non “appercepiamo” perchè sono troppo piccoli, restano al di sotto della soglia della conoscenza. Si ha consapevolezza soltanto della percezione complessiva.
Ecco in che senso le idee e le verità sono innate in noi: come inclinazioni, disposizioni, abitudini o virtualità naturali. Quando vengono pensate, le idee e le verità divengono attuali. L’occasione che le fa emergere dall’anima è l’esperienza, che risveglia in noi idee e principi innati. Tutta la nostra conoscenza si fonda su di essi. Tutto ciò che vi è di generale e necessario nella conoscenza precede l’esperienza, non deriva dall’esperienza. I sensi forniscono sempre e soltanto esempi, cioè verità particolari. Esempi che, pur confermando una verità generale, non sono in grado di stabilire la sua necessità universale. Infatti la certezza che attribuiamo alle asserzioni empiriche si fonda su principi che non dipendono dagli esempi. Chiaramente sono innate anche le idee di Dio e di una vita futura.

Su di un punto importante però Locke e Leibniz concordano. Chi rifiuta la dottrina delle verità innate ha uno scopo preciso: impedire che sotto questo bel nome si facciano passare pregiudizi. Le verità –innate o no- devono essere dimostrare e giustificate.

Secondo Leibniz, esistono fondamentalmente due tipi di giudizi: le “verità di ragione”, la cui fonte è l’intelletto, e le “verità di fatto”, la cui fonte sono invece le esperienze dei sensi. Le verità di ragione sono necessarie, cioè il loro opposto è impossibile, ovvero implica una contraddizione. Invece le verità di fatto sono contingenti, cioè il loro opposto è possibile, ovvero non implica una contraddizione.
Le verità di ragione si fondano sul principio di contraddizione. Le verità di fatto invece si fondano sul principio di ragione sufficiente: nessun fatto potrebbe essere vero o esistente, e nessun enunciato potrebbe essere veridico, se non ci fosse una ragione sufficiente del perchè il fatto o l’enunciato è così e non altrimenti. Niente accade senza una ragione sufficiente, senza che sia possibile a chi conosce abbastanza le cose (Dio) dare una ragione sufficiente del perchè le cose stiano così e non altrimenti.
Dato che tutto ciò che accade ha una ragione, evidentemente anche ogni azione umana ha una ragione, cioè una causa. Ogni azione umana è determinata, però il determinismo è compatibile con la libertà, cioè che ogni azione azione, pur essendo determinata, viene eseguita liberamente. Siamo sempre sottoposti a innumerevoli impulsi, che molto spesso neppure avvertiamo. Alla fine uno di questi riesce a imporsi sugli altri, inclinandoci ad agire in un senso piuttosto che in un altro. Ma essere inclinati non significa essere necessitati. L’inclinazione non coincide con la necessità logica o assoluta. Ovviamente Leibniz si rende conto dei problemi posti dal suo tentativo di coniugare determinismo e libertà, e che si è davvero liberi soltanto se la possibilità di sottrarsi all’impulso prevalente è reale e non meramente logica. La soluzione, pur continuando a negare che ci si possa sottrarre all’impulso prevalente, è che con qualche artificio, si potrebbe arrivare a farlo. Quando siamo sottoposti a un impulso prevalente, di fatto non ci possiamo sottrarre; possiamo però, in un altro momento e con l’esercizio, rafforzare uno stimolo non prevalente fino a farlo diventare prevalente.

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