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Kierkegaard


Soren Kierkegaard nacque a Copenhagen nel 1813. La sua esistenza fu segnata da una rigida religiosità che gli era stata inculcata dal padre, che era un pastore vedovo e anziano che si risposò con una cameriera. Kierkegaard prese bene la morte della madre e, la conseguente morte di tutti i suoi fratelli. Si convinse perciò che sulla sua famiglia gravava una maledizione derivante dal fatto che il padre una sola volta aveva maledetto il cielo a causa della sua condizione di povertà. La loro condizione familiare migliora con la morte di uno zio che lascia loro una cospicua eredità che da Kierkegaard viene visto come un ulteriore castigo perché riteneva che la ricchezza chiudesse le porte del paradiso. Nel 1841 ruppe anche il fidanzamento con Regine Olsen della quale era innamorato e rimase innamorato, ma riteneva che lei fosse la sua prima priorità, un posto che doveva essere riservato soltanto a Dio e al loro rapporto assoluto. Dopo quest’episodio si recò a Berlino ad ascoltare gli insegnamenti di Schelling che ascoltò prima con entusiasmo e poi con delusione. Ritornato a Copenhagen si dedicò all’attività di scrittore. Nel 1846 fu vittima di una campagna denigratoria del giornale il Corsaro. Kierkegaard fu amareggiato non soltanto perché era stato deriso ma anche perché non era stato difeso da personaggi di spicco. Continuò a scrivere opere religiose e nel 1854 avviò una polemica contro la chiesa luterana danese in risposta ad un elogio funebre per il vescovo Mynister scritto dal vescovo Martenses. Inasprì la polemica nella rivista da lui fondata “l’istante.” La polemica consumò le sue energie e morì nel 1855. Scrisse numerose opere servendosi di pseudonimi e altre con il suo vero nome.
Kierkegaard critica Hegel per la sua filosofia di sistema. Per Kierkegaard infatti, la verità non è oggettiva, ma soggettiva e la filosofia ruota intorno all’esperienza personale. Inoltre, a differenza di Hegel, non ritiene sia possibile una mediazione et… et, per lui o si fa una scelta o se ne fa un'altra.
Egli individua tre diverse possibilità di esistenza “gli stadi della vita”. Ogni individuo può vivere la vita in uno solo di questi tre modi oppure può passare da uno stadio all’altro senza un collegamento, ma con un salto. I tre stadi, infatti, sono sono simili ma costituiscono delle alternative radicali: la vita estetica, la vita etica e la vita religiosa.
La vita estetica si basa sul piacere di un attimo che deve essere detratto da ogni situazione. L’esteta è colui che vive senza riflettere e senza impegnarsi sia dal punto di vista matrimoniale sia professionale.
Kierkegaard esemplifica questo stadio con la figura del Don Giovanni, il quale vive senza impegnarsi l’amore immediato e sensuale. Per lui vedere e amare una donna sono una cosa sola, e in questo modo deve continuamente ripetere la conquista. La donna viene così da lui considerata non nella sua individualità ma nell’università. L’uomo che vive da esteta è però costretto a rimanere inappagato perché la somma di esperienze finite non da un’esperienza infinita.
Johannes, infatti, a differenza del don Giovanni rappresenta la seduzione intellettuale, la riflessione sulla vita estetica. Egli scrive un diario dal quale trae il massimo piacere di conquista di Cordelia, che non mira a conquistare subito per il piacere di un attimo ma per l’intensità di appagamento. Tuttavia anche lui rimane inappagato perché vive solo in se stesso e quindi sempre nella dimensione finita.
L’esteta è colui che non ha mai preso una decisione e ha lasciato che fosse la vita a scegliere per lui. Questo stile di vita lo porta alla disperazione e soltanto attraverso essa l’esteta può arrivare ad un cambiamento radicale. Ammettendo il fallimento della propria esistenza, entra nella sfera etica.
La vita etica è rappresentata con il matrimonio, simbolo di una scelta che si rinnova in ogni momento. Chi vive secondo l’etica accetta la ripetizione, confermando l’amore per una stessa donna o per una stessa professione. A differenza dello stadio etico, infatti, l’uomo ha una storia: il presente è frutto del passato e da esso dipende il futuro.
Lo stadio etico non costituisce l’ultimo stadio per l’uomo perché caratterizzato da ambiguità che devono essere superate. Vivere secondo l’etica significa conformarsi alle leggi morali che prevedono il sacrificio della singolarità. L’etica afferma il primato dell’universale sul singolare. Nello stadio etico l’uomo si trova a vivere il pentimento perché l’etica presumere che l’uomo sia in grado di realizzare l’idealità che essa addita come scopo. Nel momento in cui l’uomo non la realizza si sente in colpa e si pente. Questa consapevolezza porta allo scacco dell’etica perché l’insufficienza dell’uomo rinvia alla sua peccaminosità. La redenzione dal peccato è possibile solo attraverso la sfera religiosa.
Lo stadio religioso viene spiegato da Kierkegaard esaminando la storia di Abramo. Secondo la bibbia Dio promette ad Abramo un figlio, Isacco. Essendo quest’ultimo cresciuto, chiede ad Abramo di sacrificarlo. Abramo si trova di fronte ad una contraddizione tra la legge morale e il dovere verso Dio. Niente secondo l’etica può giustificare l’assassinio del figlio che vede prevalere il singolare sul generale. Tuttavia Abramo accetta il paradosso della fede che riguarda il singolo e in particolare il rapporto con l’assoluto. Prima che Isacco venga sacrificato Abramo viene fermato dall’angelo. Essendo pronto a perdere il finito Abramo lo riacquista in virtù dell’assurdo.
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