Mongo95 di Mongo95
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La filosofia di Kant è il criticismo. Si oppone quindi al dogmatismo (proprie conoscenze mai messe in discussione), ma neanche scetticismo (ogni conoscenza viene messa in dubbio). Kant vuole soltanto vagliare le possibilità, limiti e validità della conoscenza umana, con la consapevolezza dei limiti di essa. Filosofare è criticare, cioè giudicare, o valutare, dinanzi al tribunale della ragione le possibilità e i limiti della ragione stessa. Essa infatti agisce secondo leggi immutabili scritte nella sua stessa natura. Il pensiero kantiano però vede il conoscere in senso scientifico, cioè seguendo un metodo, collegare un predicato ad un soggetto, insomma comporre e sintetizzare la materia, i dati offerti dall’esperienza con i principi assoluti e a priori dell’intelletto.
Kant intende con le sue ipotesi realizzare una rivoluzione copernicana gnoseologica, una svolta conoscitiva. Lo fa contestando le vecchie posizioni del razionalismo, dell’empirismo e dello scetticismo. Ci si basa sulla scienza newtoniana, che, a differenza della metafisica, è giunta a dei risultati completi e concreti. Infatti ha percorso una strada vagliata anche dall’esperienza, non solo dalle vuote disquisizioni.

• La Critica della ragion pura
Che cosa posso conoscere (in quanto essere razionale)?
Fino ad ora si è data troppa importanza all’oggetto conosciuto, a scapito del soggetto conoscente. L’intelligenza è percettiva, ma ciò rappresenta solo una parte del processo conoscitivo. Il modo in cui il soggetto conosce dipende da certe condizioni a priori che sono insite a tutto il genere umano. Esse arrivano prima dell’esperienza, ma sono anche necessarie proprio per poter fare esperienza del mondo. Il soggetto non è solo puro recettore di conoscenze esterne, ma, come se inforcasse delle lenti rosse, possiede delle condizioni a priori che vanno a modificare la sua visione del mondo. Il processo conoscitivo parte dall’esterno, poi intervengono queste condizioni. L’oggetto non può darsi senza soggetto, il soggetto non può fare a meno dell’oggetto. Ma sono il soggetto e le sue facoltà ad essere la fonte della necessittà e dell’universalità. L’ontologia è legata alle condizioni a priori del soggetto. Invece di chiederci come sono fatte le cose in sé stesse, bisogna domandarsi come devono essere fatte per venire conosciute da noi. L’attenzione si sposta dall’oggetto alle condizioni che rendono possibile (e conoscibile) questo oggetto. Queste condizioni sono appunto le condizioni a priori del nostro intelletto (modi): lo spazio e il tempo.
Kant segue un metodo scientifico, quindi dei giudizi (le proposizioni della scienza, costituiti da un soggetto e un suo corrispondente predicato). Essi si dividono in:
1. Giudizi analitici a priori: Sono infecondi, in quanto il predicato in essi non dice nulla di nuovo rispetto al soggetto, ma anche universali e necessari, perché non hanno bisogno di convalide empiriche. (Es. Tutti i corpi sono estesi).  Simboleggiano il razionalismo
2. Giudizi sintetici a posteriori: sono fecondi, perché il predicato aggiunge informazioni rispetto al soggetto, ma anche particolari e non necessari, perché derivano dall’esperienza (Es. I corpi sono pesanti).  Simboleggiano l’empirisimo
3. Giudizi sintetici a priori: Sono fecondi, perché il predicato aggiunge informazioni rispetto al soggetto, ma anche universali e necessari perché non derivano dall’esperienza. (Es. Tutto ciò che accade ha una causa. – La legge di causalità infatti per Kant vale sempre, è una proprietà dell’intelletto, semplicemente perché esso concepisce tutto ciò che accade come una relazione di causa-effetto)  Simboleggiano il criticismo di Kant.
Kant accetta la validità soltanto ti questo ultimo tipo di giudizio. Ciò lo porta ad elaborare una nuova filosofia che concepisce il conoscere come sintesi elementi a priori e elementi a posteriori. Kant quindi introduce la sua idea di trascendentale: non tanto la conoscenza degli oggetti, ma piuttosto il come sia possibile la conoscenza di essi nella misura in cui ciò sia possibile a priori. Non è quindi un andare oltre il mondo sensibile, ma uno studio su come sia possibile la conosceza.
L’uomo ha due diverse facolta conoscitive:
1. La sensibilità: ha un duplice aspetto, cioè la passività (la ricezione degli input esterni) e l’attività (la rielaborazione di questi input da parte della ragione). Ciò che determina la condizione a priori della sensibilità sono il tempo e lo spazio. Sono rappresentazioni necessarie a priori che fondano tutte le intuizioni sensibili. Senza di essi non si potrebbero conoscere gli oggetti esterni. Lo spazio permette di cogliere gli oggetti al di fuori di noi (fonda la sua validità sulla geometria), il tempo è la forma pura del senso interno, cioè ci dà la possibilità di conoscere gli stati interni nella loro successione tempore, un prima e un poi (fonda la sua validità sull’aritmetica).
2. L’intelletto: La sensibilità non è sufficiente. Con essa si avrebbero solo una serie di input dall’esterno. Per la conoscenza completa bisogna elaborarli proprio con l’intelletto,cioè il concetto che arriva dalla mente e unifica/sintetizza gli imput esterni. Gli da determinazione e completezza.
Le funzioni dell’intelletto sono le categorie. Kant procede a fondarle sulla tavola dei giudizi. Poiché pensare non è altro che giudicare (attività proprio dell’intelletto), ossia attribuire un predicato ad un soggetto, per determinare le categoria basta riferirsi alle tavole dei giudizi: infatti, quanti sono i modi di giudicare, ossia di pensare, tante saranno le tipologie delle categorie. Le categorie sono creazioni spontanee dell’intelletto, sono 12 e si raggruppano in 4 tipologie che rispecchiano le tipologie dei giudizi (cioè quantità, qualità, relazione e modalità). Il quadro delle categorie ci offre tutto il possibile repertorio dei concetti puri, di cui si serve l’intelletto nella sua attività conoscitiva.
Kant vuole trovare il principio che fondi e giustifichi il processo di unificazione della conoscenza (cioè il principio gnoseologico fondante di tutta la conoscenza) e lo identifica nell’Io penso. è l’ultimo tassello della teoria kantiana della conoscenza, che viene individuato nella coscienza umana, o autocoscienza, in virtù della quale le molteplici rappresentazioni che ci sono data dall’intuizione sensibile e i concetti costruiti dall’intelletto sono uniti e fondati scienficamente. La scienza è possibile proprio in quanto garantita dall’Io penso, che è:
1. Suprema unità in base alla quale è possibile ogni ulteriore unificazione
2. Legislatore della natura
3. Principio unificatore
4. Attività sintetizzatrice
5. Unità fondatrice dell’oggettività della conoscenza.
L’Io unifica tutte le rappresentazioni attraverso le categorie dell’intelletto. Le rappresentazioni non sono mie in virtù del contenuto rappresentato, ma perché io le posso attribuire a me stesso e ne sono cosciente: per questo il filosofo adopera anche il difficile termine di “appercezione trascendentale” (una particolarissima forma di percezione che ci rende consapevoli della nostra autocoscienza), per significare lo stesso concetto dell’Io penso. Tutto questo ragionamento viene definito da Kant deduzione trascendentale delle categorie, cioè giustificazione delle pretese delle categorie di avere un valore oggettivo. In altre parole Kant, attribuendo all’Io penso il fondamento della conoscenza, giustifica altresì le categorie che, pur essendo forme soggettive del pensiero, e, dunque, di natura del tutto dissimile dalle cose, si possono tuttavia applicare agli oggetti. Le forme a priori e le categorie (forme soggettive del pensiero) si fondano sull’unità della coscienza, o Io penso, che è il legislatore della natura. Essa, per essere pensata, deve sottostare alle regole del soggetto. L’Io penso è la soggettività umana (universale e valida per tutti gli uomini) e, in quanto tale, è il massimo dell’universalità e dell’oggettività. Senza di esso non ci sarebbe la scienza, perché tutto sarebbe ridotto nella soggettività individuale e, dunque, sfornito della garanzia di necessità e universalità che deve accompagnare il sapere. Non si identifica con la coscienza individuale, ma con quella di tutti gli uomini, è quindi la garanzia suprema della scienza, unità fondatrice dell’oggettività della conoscenza.
Kant critica aspramente quella che definisce logica delle parvenze, cioè tutto ciò che la metafisica aveva considerato come vero e necessario. Quindi l’idea di Dio (teologia razionale), l’idea di anima (psicologia razionela) e l’idea di ordine del mondo (cosmologia razionale). La nostra conoscenza invece si basa sul fenomeno, su ciò che ci appare. Gli oggetti non si danno a noi per ciò che è la loro essenza (la “cosa in sé”), ma sempre mediante le forme a priori della sensibilità e le categorie dell’intelletto. La conoscenza quindi è sempre soggettiva, o meglio relativa. Il soggettivo kantiano in fondo rappresenta ciò che più oggettivo e universale ci possa essere. Il fenomeno rappresenta l’orizzonte entro qui l’uomo può ottenere la conoscenza. Ma la cosa in sé non è conoscibile. È pensabile, ma non conoscibile, perché il nostro intelletto è limitato. La scienza ha un limite invalicabile, il noumeno, la cosa in sé, la realtà concepita indipendentemente dal soggetto che la conosce. Si estende al di là dei fenomeni, è l’antidoto contro la presunzione della ragione, che tende a volare alto oltre i suoi limiti. Pertanto le idee di Dio, di anima, non sono spiegabili, per questo la metafisica non è una scienza. Si tratta soltanto di una meravigliosa illusione, che amplia il nostro orizzonte e gratifica la nostra esistenza, ma che dobbiamo rifiutare, perché la filosofia critica ci impone di rimanere nei limiti del mondo fenomenico e di accontentarci di tale ristretta esperienza conoscitiva, distinguendola rigorosamente dall’ampio orizzonte del pensabile. Queste idee rispondono ad un bisogno dell’uomo di andare al di làè del finito, non hanno una funzione conoscitiva, scientifica, ma possono “guidare” la conoscenza verso l’ideale di completezza e di unità di essere inceranato. Per questo Kant le postula.
L’idea di Dio e la sua spiegazione scolastica ricevono tre critiche:
1. Prova ontologica a priori (Anselmo): non si può passare dal piano logico a quello ontologico. L’esistenza non è un attributo dell’essere, anche se perfetto, ma la condizione preliminare.
2. Prova cosmologica (Tommaso): il concetto di causa che comporta un effetto è vero, ma solo se fa riferimento a fenomeni del nostro mondo, senza andare ad intaccare anche il mondo sovrasensibile.
3. Prova fisico-teologica/teleologica: perché scomodare un Dio per spiegare l’ordine della natura, quando si può pensare a leggi immanenti ad essa?
La cosmologia razionale viene contestata facendo riferimento alle “antinomie”, cioè affermazioni atitetiche, al di là delle leggi della natura. Ciò avviene proprio quando la ragione non è a contatto con l’esperienza.
L’idea scolastica di anima è invece criticata perché si basa su “paralogismi”, cioè ragionamenti errati. Essa afferma che l’unità della coscienza che sta alla base delle categorie è una res immateriale, eterna, spirituale e incorruttibile. L’Io penso, che è l’unità logico-formale della conoscenza, non può godere di queste caratteristiche, proprio perché è fenomenico, non noumenico, agisce nell’ambito del nostro mondo sensibile.

• La Critica della ragion pratica
Che cosa devo fare?

Per trovare una risposta etica alle nostre azioni, è sufficiente guardare all’interno di noi stessi. L’etica di Kant prende il nome di etica del dovere. In un’azione c’è di buono l’intenzione che sta alla base di essa. È un dovere che deriva dal “se”, non sta all’inizio. Si parla quindi di imperativo ipotetico. In questo caso si agisce in funzione di un elemento esterno, particolare e contingente. Non si agisce davvero moralmente, perché il fine è in funzione del sentimento, collegato con l’esterno, con l’esperienza. È un fine morale, ma non un agire morale. Questo invece risiede nell’imperativo categorico, il dovere per il dovere, che ci vincola in modo incondizionato, non deriva dall’esperienza. Il dovere deve precedere il “se”, si deve fare qualcosa di giusto perché si deve. Non deve esserci il condizionamente degli obiettivi sensibili, gli interessi pratici.
L’etica kantiana è appunto del dovere, un’etica deontologica. L’unico fatto che qualifica come morale una azione è l’intenzione di colui che la compie, cioè la sua volontà di conformarsi al dovere morale. Quindi l’etica kantiana è categorica, e non ipotetica, cioè incondizionata. Per la sua semplicità (viene detta anche formalistica, perché non prescrive il contenuto di ciò che dobbiamo fare, perché nasce dall’imperativo categorico, non concerne la materia dell’azione e ciò che da essa deve conseguire, ma la forma e il principio da cui l’azione deriva, sicché ciò che in essa vi è di assolutamente buono consiste nell’intenzione, a prescindere dalla conseguenze) si può prestare a vari fraintendimenti. Determinare quale sia il mio dovere volta per volta può risultare difficile. Kant risponde a tale obiezione con il cosiddetto principio di univesalizzazione. Ma Kant non manca di buon senso: ciò non è sempre necessario, non riguarda le piccole azioni di tutti i giorni, ma le grandi azioni, anche perché le cose empiriche non sono sottoposte ai principi morali.
I principi pratici, che regolano la nostra volontà, si dividono in:
1) Massime: prescrizioni dal valore soggettivo che l’agente considera valide solo per la sua volontà. È valido per il singolo, ma non universalizzabile. Consiste nell’intenzione, a prescindere delle conseguenze.
2) Imperativi: prescizioni di valore oggettivo che valgono per chiunque.
-ipotetici: prescrivono dei mezzi in vista di uno scopo particolare non necessariamente condiviso da tutti, secondo la forma “se… devi”.
-categorici: ordinano il dovere per il dovere, a titolo di legge incondizionata, è un devi puro è semplice. È un dovere assoluto, quindi universale e necessario, ha in se stesso i contrassegni della moralità. Esso si identifica con la legge morale (cioè un principio valido per ogni essere ragionevole, secondo cui esso deve agire, un imperativo), nella sua universalità e incondizionatezza.
La formula fondamentale dell’imperativo categorico è la seguente: Agisci in modo che la massima della tua volontà possa sempre valere nello stesso tempo come principio di una legislazione universale.
La comunità ideale degli esseri ragionevoli che obbediscono alle leggi della morale costituisce il cosiddetto regno dei fini. La moralità non ha altro fondamento che la ragione umana. Neppure Dio, infatti, può essere assunto come fondamento dell’agire etico: per essere morali non è necessaria la fede in Dio. Anzi, chi agisse in vista del premio eterno o per paura del fuoco dell’inferno non agirebbe moralmente. L’agire morale non ammette altra motivazione se non l’osservanza della legge morale. Tuttavia, la morale conduce alla religione. Rovesciando l’opinione del senso comune, Kant ritiene che la religione si debba fondare sulla morale, come un suo postulato egli dice, ossia una presupposizione necessaria: non si deve agire moralmente per salvarsi l’anima, ma se si agisce moralmente sarà necessario che esista Dio.Egli dunque non può essere dimostrato teoreticamente, ma deve essere ammesso come condizione dell’agire morale: la sua esistenza, infatti, rappresenta la condizione affinché si realizzi quel sommo bene che la ragione pratica ricerca come suo senso ultimo.
Perché, secondo Kant, il sommo bene può essere realizzato soltanto ammettendo l’esistenza di Dio e dell’anima immortale? Il concetto di sommo bene racchiude in sé la realizzazione delle virtù e della felicità, due dimensioni che di solito divergono: l’uomo morale è si degno di essere felice, ma non sempre lo è. E l’uomo morale non sempre è felice in modo proporzionato ai suoi meriti.
Se tutto si concludesse in questo modo, l’impegno etico dei buoni sarebbe vanificato e la morale non avrebbe senso. La morale dunque, postula l’esistenza di Dio, il quale, essendo “onnisciente”(non si inganna mai sui meriti delle persone buone) e “onnipotente” (è perfettamente in grado di far corrispondere la felicità al grado di vita virtuosa esplicata) , saprà assicurare ai buoni (ai virtuosi), in proporzione ai loro meriti, la felicità conseguente.
Analogamente si deve postulare l’immortalità dell’anima: dal momento che il sommo bene non può essere realizzato nel tempo limitato di questa vita terrena, si deve ammettere che l’uomo disponga di un tempo infinito, dopo la morte, per progredire verso di esso. Ma anche la libertà deve essere postulata, infatti l’obbedienza alla legge morale si fonda sulla libertà umana di autodeterminarsi, la quale connota l’uomo come soggetto morale, rende l’uomo partecipe al regno dei fini.
La morale conduce inevitabilmente alla religione, innalzandosi all’idea di un legislatore morale onnipotente, al di là dell’uomo: Dio, fine ultimo di tutto il creato. Kant non ha intenso dimostrare l’esistenza di Dio e dell’anima immortale, ma soltato riconoscerne la necessità pratica (non conoscitiva). Tenendo distinti il sommo bene (sintesi di virtù e felicità, che si consegue nell’altra vita), che possiamo sperare di raggiungere, dal bene pratico, da realizzare nella vita di tutti i giorni, il filosofo ha inteso dare concretezza alla propria etica. Accanto a Dio e all’immortalità dell’anima c’è l’elogio della libertà. (senza libertà non c’è autonomia). Senza presupporre l’esistenza dell’autonomia e della libera volontà, infatti, l’imperativo morale non avrebbe senso. Se invece è inserito l’imperativo categorico del “dovere”, è necessario anche che io “possa” realizzare anche esso ordine: tu devi, dunque tu puoi, se lo vuoi. È grazie alla libertà che l’uomo può essere definito un essere morale e può essere ascritto al regno dei fini. “Poiché la legge morale si fonda sull’autonomia della propria volontà, come di una volontà libera che, secondo le sue leggi universali, deve necessariamente potersi accordare con quello a cui si deve sottomettere”, con queste parole, Kant configura quella che alcuni studiosi del filosofo tedesco hanno definito una seconda rivoluzione copernicana. Dopo quella della conoscenza, modellata non più sull’oggetto ma sul soggetto, ora la seconda rivoluzione riporta l’agire nel centro stesso dell’uomo, nella sua ragione e volontà, libere da ogni condizionamento. “Abbi il coraggio di essere libero e rispetta la libertà degli altri”.


• La Critica della giudizio
Il problema estetico

Noi guardiamo il mondo non soltanto con le lenti del “vero e del falso”, che sono le lenti della conoscenza; non soltanto con le lenti del “giusto e dell’ingiusto”, che sono le lenti della morale; ma anche con le lenti del “bello e del brutto”, che sono le lenti dell’estetica.
Il giudizio si divide in:
• Giudizio artistico-estitico: ha come oggetto due importanti categorie:
(1) Il bello: è ciò che piace universalmente senza concetto, un oggetto di piacere estetico indipendente da qualsiasi forma di interesse, slegato da ogni concettualità. È un giudizio estetico puro, scevro dall’esperienza, ma in virtù del senso comune. La sua armonia può essere colta attraverso le facoltà (intelletto e sensazioni) che sono comuni alle strutture mentali di tutti gli uomini. Non è una proprietà delle cose, si origina solo in relazione al soggetto. L’uomo coglie il bello tramite il giudizio di gusto, che scaturisce dal sentimento di piacere del soggetto. È disinteressato, in quanto il piacere deriva dalla semplice rappresentazione dell’oggetto, cioè non riguarda l’oggetto in sé, ma la sua rappresentazione elaborata dal soggetto, cioè dall’apprezzamenteo che suscita. Kant differenzia tra giudizio determinante (quello dell’intelletto, determina, costituisce, gli oggetti nel momento in cui li sottomette a forme a priori e alle categorie) e giudizio riflettente (che è estetico: non determina alcun oggetto, si limita a riflettere su oggetti già costituiti e a ricondurli a un’unità che dà loro un significato valido per tutti). Quando io esprimo un giudizio sulla bellezza o meno di un’opera, ho contemporaneamente la pretesa che anche gli altri siano d’accordo. Ciò è dovuto al fatto che non solo è disinteressato, ma si accompagna anche alla conoscenza del disinteresse. Cioè, quando diciamo che un quadro di Raffaello è bello e non siamo i proprietari che hanno deciso di venderlo, o non abbiamo altri interessi materiali, è logico che esprimiamo un giudizio totalmente disinteressato che può, pertanto, riscontrare il favore degli altri uomini, almento di tutti coloro che siano analogamente disinteressatie guardino le cose dal punto di vista estetico. Il bello è ciò che viene rappresentato, senza concetti, come l’oggetto di un piacere privo di interesse.
Il gusto estetico si differenzia dal mero piacere: un bel tramonto produce inevitabilmente in colui che lo contempla una sensazione piacevole, ma il sentimento della bellezza non coincide con essa. La semplice sensazione del piacevole, infatti, può trovarsi sia nel campo del gusto sia in quello del tatto e della vista: si applica il motto “de gustibus non est disputandum”. Per il bello la cosa è del tutto diversa: non si tratta di mere questioni di gusto personale, ma di un giudizio estetico che, per quanto soggettivo, tende a valere per tutti i soggetti, ossia per l’intera umanità. Il giudizio estetico, in quanto disinteressato e libero, può essere assunto come regola valida per tutti gli uomini, detto “senso comune estetico”.
(2) Il sublime: come il bello, piace per se stesso, in modo disinteressato. Ma se il bello riguarda la forma dell’oggetto, la sua limitazione e ammette una proporzionalità con il soggetto che lo ammira; il sublime si può trovare anche come qualcosa di indefinito e privo di forma, che provoca la rappresentazione dell’illimitatezza, suscitando piacere e terrore al tempo stesso. È un piacere negativo. Più che appartenere alle cose, appartiene all’animo stesso dell’uomo, trovandosi in fenomeni che prima rimandano alla nostra grandezza spirituale, ma risvegliano al tempo stesso il senso dell’infinito che l’uomo ha in se stesso. Ha per oggetto la grandezza della natura e in esso l’immaginazione si scopre inadeguata a cogliere la grandiosa complessità del tutto. Nasce di fronte alla potenza della natura.
• Giudizio teleologico: consiste nell’attribuire una finalità alla natura. Deriva dalla tendenza umana a leggere scopi, disegni altri nell’universo e a ricondurre l’armonia naturale a un essere intelligente e creatore. La teleologia quindi sfocia nella teologia. Il giudizio teleologico (riflettente) ha valore solo regolativo, non esprime, dunque, una conoscenza oggettiva, ma un’esigenza dell’uomo, una sua inclinazione insopprimibile a scorgere cause finali per i fenomeni naturali. Ciò significa che anche la teleologia più completa non potrebbe dimostrare l’esistenza di un ente intelligente, creatore del mondo.

• Per la pace perpetua

Questo scritto entra a pieno titolo nella filosofia del diritto (teorie di carattere giuridico), ma anche nella filosofia della storia, perché il fine ultimo che individua Kant per la società è proprio la pace perpetua citata nel titolo. Il filosofo si rifà ai giusnaturalisti (i quali sostenevano che nello stato di natura esistessero già dei principi che regolano la vita degli uomini) e ne ricava i principi fondamentali: stato di natura, contratto sociale, società civile. Il primo viene descritto come uno stato di precarietà, di diritto provvisorio, uno stato non giuridico. Da questa condizione si esce col contratto sociale, delegando quindi i propri diritti ad un potere sovrano, per arrivare ad una società civile. Essa non è altro che uno stato giuridico, uno stato di diritto perentorio. Il precursore di queste teorie, di cui Kant fu uno degli ultimi rappresentanti, fu Hobbes. Entrambi condividono l’idea della condizione di stato di natura, da cui l’uomo deve uscire. Esso infatti è uno stato in cui l’individuo teme per la sua stessa vita (homo, homini lupus – bellum ominium contra omnes), di precarietà. La differenza è che per Hobbes l’uscita da questo stato risponde a regole di prudenza (quindi ad un imperativo ipotetico), mentre per Kant ciò è un dovere, deve necessariamente, moralmente, riguardare gli uomini (è un imperativo categorico).
Storicamente ciò è avvenuto quando gruppi di uomini, autonomamente, ne sono usciti. Se il fine della società deve essere la pace perpetua, la pace interna, per accadere dovrebbe succedere che tutti gli uomini escano contemporaneamente dallo stato di natura e formino società civili. Quindi Kant propone che gli Stati più civili formino una federazione (o meglio confederazione) e facciano da guida agli Stati incivili, ancora in guerra. Bisogna creare un principio di equilibrio che regoli lo stato di natura degli Stati (la condizione in cui non possiedono leggi vincolanti, vige la guerra), che vada al di là delle semplici tregue, paci, alleanze. Ci vogliono concrete e puntuali leggi. Quindi Kant sposta la problematica dello stato di natura dal singolo uomo alla società più estasa, allo Stato.
Secondo i giusnaturalisti l’uscita dallo stato di natura avveniva in due momenti: pactum societatis e poi pactum subiectionis. Kant accetta soltanto il patto di unione, non deve esistere un momento di sottomissione ad un potere autocratico. Kant quindi attacca lo stato dispotico, cui egli oppone la Repubblica, non come antitesi alla Moanrchia, ma come stato in cui i tre poteri sono equamente divisi e la volontà del popolo non risiede in un’unica figura.
Ma è sbagliato pensare che sia un pensiero utopico. L’istituzione di una comunità giuridica universale risponde ad un dovere morale, un imperativo categorico. Ma come fa un sovrano a rispondere a tale obiettivo, senza venir meno a quelle regole di prudenza che gli impediscono, nel suo operare, di rispondere a principi morali? La politica allora deve essere sempre e comunque subordinata alla morale. Non ci può essere alcuna commistione tra il dovere che risponde all’imperativo categorico con delle norme di prudenza che rispondono ad un imperativo ipotetico. Si può allora differenziare la figura del politico morale (interpreta i principi della prudenza politica in modo che essi possano coesistere con la morale) e quella del moralista politico (che si foggia di una morale secondo gli interessi dell’uomo di Stato).
Kant condanna alcune massime della ragion di Stato: fac er excusa (si può sempre trovare una giustificazione), si fecist nega (si può sempre negare), divide et impera (dividi e sarà più facile comandare). La trasparenza e fondamentale: le azioni di tutti, in particolare quelle di chi governa, devono essere pubbliche.
Il Trattato si compone di 6 articoli preliminari, che si chiudono in 3 articoli definitivi. Nell’ultimo si parla di un modello di stato “cosmopolitico”

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