Kant

Negli studi giovanili si focalizza sulla filosofia naturale tipica dell’Illuminismo (si ispira a Newton) è qui “costretto” ad accettare l’uso della metafisica nonostante ne riconosca i limiti in quanto unica via di risposta alle cause e alle forze non più connesse ai fenomeni. Troviamo inoltre alcuni suoi scritti di questo periodo in cui cita una “nebulosa cosmica originaria” come l’ipotesi tenuta da Newton precedentemente.
In seguito ricopre una filosofia criticista-empiristica di tipo inglese dove critica le filosofie passate e basa la metafisica come “scienza dei limiti della ragione”.
Nel 1781 estende il punto di vista critico a tutto il mondo dell’uomo portando la sua filosofia a livelli trascendentali.
In quest’ultima fase, denominata filosofia critica, Kant si propone di portare la ragione davanti al tribunale per andare a mettere in evidenza e imputare i suoi stessi limiti per sua mano. Limiti che poi vedremo tendenzialmente coincidere con i limiti dell’uomo.

Tale periodo sarà inoltre dettato dalla rivoluzione scientifica in concomitanza alla crisi della metafisica tradizionale.

Critica della ragion pura: (1781)

Già nel periodo della filosofia critica, quindi periodo finale rispetto alla vita filosofica di Kant, si occupa dell’analisi minuziosa dei fondamenti del sapere suddividendosi quindi in tre domande:
E’ possibile la matematica pura?
E’ possibile la fisica pura?
E’ possibile la metafisica come scienza? (Fondamentale nell’opera)

Il tutto, possiamo nuovamente affermare, che è iniziato dal cinquecento quando l’uomo cambiò il suo pensiero e la sua visione nei confronti della filosofia per l’arrivo della rivoluzione scientifica e delle sue scoperte, nasceranno da qui i concetti di fecondità e universalità legati a quest’ultima.

# i giudizi sintetici a priori
Prima di arrivare alle incertezze metafisiche Kant decide di partire dall’analisi delle certezze matematiche.
Parte quindi rispondendo al quesito inerente alla matematica mettendo in campo i pilastri, nonché principi immutabili, di cui la scienza si deve avvalere: i giudizi sintetici a priori.
“Tutto ciò che accade ha una causa e tutto è in rapporto con il tempo”.
Giudizi sintetici a priori: predicati che specificano novità, rispetto al soggetto, che non derivano dall’esperienza.
Parte qui una distinzione tra i giudizi analitici a priori e quelli sintetici a posteriori; entrambi possono essere utilizzati dalla scienza ma non ne porterebbero un fondamento certo in quanto il primo è infecondo in quanto si basa su certezze universali e quindi già conosciute, e il secondo su cose non conosciute ma basate sull’esperienza e quindi non universali.

La scienza è quindi una via di mezzo tra i due giudizi, è a priori ma sintetica; Kant unisce il pensiero razionalista a quello empirista con tale definizione di scienza.

La rivoluzione copernicana
Data la conoscenza certa nata dalla scienza su cui ci basiamo viene spontaneo ora domandarsi da dove provengono “i certi giudizi a priori”.
Kant sintetizza qui un concetto dualistici tra materia e forma in cui vede la materia come impressione sensibile della conoscenza e la forma come modalità fissa di organizzazione della mente umana relativa alle impressioni della materia.
La mente dunque filtra i dati empirici attraverso le forme innate perché comuni a tutti i soggetti. (esempio lenti colorate, non possiamo percepire le cose, tanto meno con certezza, senza ricorrere alla causalità dello spazio e del tempo, sono dunque conoscenze a priori)
Ribalta con tale pensiero il precedente rapporto oggetto-soggetto che vedeva quest’ultimo adattarsi per conoscere l’oggetto, secondo Kant è invece la realtà che si modella in base alle forme a priori che percepiamo.

La facolta’ della conoscenza e la partizione della critica della ragion pura
Articola ora la conoscenza in tre parti:
Pura a priori, con intuizione di spazio, con intuizione di tempo. Questi sono dati che ottengo attraverso i sensi e quindi le forme a priori di spazio e tempo, appunto.
Dodici categorie, nonché facoltà attraverso le quali pensiamo i dati sensibili.
“Io penso”, facoltà con la quale cerchiamo di spiegare globalmente la realtà mediante le idee di “anima, mondo e Dio”.

La dottrina degli elementi si propone di scoprire gli elementi della conoscenza denominati come “puri”.
La dottrina del metodo determina l’uso possibile della conoscenza tramite gli elementi a priori.
L’estetica trascendentale (derivante da quella degli elementi) studia la sensibilità delle forme a priori dello spazio e del tempo nel fondamento della matematica.
La logica trascendentale (derivante da quella degli elementi) si sdoppia a sua volta in “Analitica trascendentale” che si occupa delle forme a priori nel fondamento della fisica e nella “Dialettica trascendentale” che si occupa della ragione collegata alle tre idee dell’ “io penso” in funzione del fondamento della metafisica.

Concetto kantiano di “trascendentale” e il senso complessivo dell’opera
Con il termine “trascendentale” si indica una proprietà universale applicabile quindi a tutte le cose, Kant connette quindi la definizione di trascendentale con quella di “a priori” portando sotto una forma trascendentale le discipline filosofiche relative alle forme a priori.
Analizzando il titolo “critica della ragion pura” possiamo andare a notare il significato di “ragione” come facoltà conoscitiva generale e come “ragion pura” la ragione che contiene i principi per conoscere qualcosa a priori.
E’ un esame critico della ragione umana in base ai suoi limiti e alle virtù che possiede date dagli elementi a priori; analizza le mere possibilità conoscitive dell’uomo e i suoi limiti. La ragione è messa sotto critica, lo è.

Estetica trascendentale
E’ lo studio della sensibilità delle forme a priori tramite lo spazio e il tempo.

Lo spazio è la forma del senso esterno, cosa che fa disporre le cose “una accanto all’altra”
Il tempo è la forma in senso interno, cosa che fa disporre le cose “una dopo l’altra”
Possiamo quindi arrivare a dedurre che se anche una cosa non fosse messa nello spazio sarebbe messa del tempo o non la potremmo nemmeno percepire, quindi ogni cosa è nel tempo.
Spazio e tempo non possono inoltre derivare dall’esperienza in quanto per fare un’esperienza bisogna già avere il presupposto di spazio e tempo.
L’origine della spazio e del tempo è intuitiva, non percepiamo il concetto di spazio dai vari spazi ma da un unico spazio presupponendo quindi che la definizione di spazio mera alla quale vado a presupporre tale concetto sia a priori.
Abbinando il concetto a un punto di vista più matematico e concreto, anziché metafisico, andrà ad abbinare alla geometria il concetto di spazio, in quanto scienza che dimostra a priori le proprietà delle figure.
E l’aritmetica come intuizione pura del tempo in quanto sintetizza delle serie numeriche scandite dal concetto di tempo.
La matematica è quindi, vista come insieme di geometria e aritmetica, necessaria, universale e a priori.

Analitica trascendentale (inizio seconda parte dell’opera)
Nella seconda parte dell’opera si concentra sulla specifica indagine delle conoscenze a priori proprie dell’intelletto e della ragione.
Definisce qui il concetto di “categorie” come funzioni dell’intelletto che tramite operazioni attive ordinano le rappresentazioni; sono concetti puri.
Si arriva a sostenere che tutti i pensieri presuppongo “l’io penso, che spiega la globalità”, “l’io penso” pensa tramite le categorie che ordinano ciò con cui entro a contatto, quindi tutti i soggetti che penso o con cui entro a contatto sono posti entro le categorie. La natura quindi obbedisce alle forme del nostro intelletto.

Le categorie dipendono dal numero delle modalità di giudizio e valgono per il fenomeno, non per il noumeno.

Dialettica trascendentale
Arriviamo infine all’ultima parte dell’opera in cui si parlerà del problema della metafisica come scienza.
Da notare che il termine “dialettica” assumerà connotati negativi secondo Kant in quanto vista sotto il significato di “logica della parvenza”.
Nonostante l’infondatezza della metafisica questa si preclude un posto necessario come fondamento dell’esigenza naturale dell’uomo, questa è portata ad unificare i dati sensibili e a voler pensare anche senza avere dei veri e propri dati sconfinando così nel surreale e quindi nel falso.
Vi sono tre idee trascendentali:
o Anima, come senso interno
o Mondo, come senso esterno
o Dio, come fondamento creativo di tutto ciò che esiste
La metafisica sbaglia una volta che cerca di trasformare in realtà queste tre idee dimenticandosi che non abbiamo mai avuto a che fare con nessuna di queste cose in sé.

Kant infine delinea una giusta metafisica che dovrebbe divenire nuova scienza perché fondata su concetti puri. Dovrebbe avere come oggetto i principi a priori e dovrebbe distinguersi in natura, per la conoscenza di tutte le cose, e nei costumi, per i principi dell’ “a priori”. In fine dovrebbe basarsi esclusivamente su ciò che conosce e con cui è già entrata a contatto.


Critica della ragion pratica

Alla base di tale scritto vi è il concetto di libertà e di morale.
Vi è una domanda di base: “Com’è possibile costruire giudizi scientifici, universali e fecondi, contemporaneamente?”.
La ragione guida l’uomo nella produzione di un modo comportamentale moralmente corretto e universale. Vi è quindi una legge morale universale e valida per tutti, com’è possibile essendo carattere a priori in tutti gli uomini?
Kant sostiene che vi è una legge morale universale da tutti sentita ma non da tutti rispettata riferendosi poi alle situazioni del quotidiano dettate, per la maggiore, dall’utile e dagli obiettivi piuttosto che da tale legge.
Se anche ogni azione quotidiana fosse sottoposta a tale legge universale si diffonderebbe a santità morale.
L’uomo per agire, e quindi scegliere, deve mettere in gioco la libertà.
Divenuto maggiorenne utilizza la ragione per la scelta da compiere ma entrano in gioco, oltre la ragione stessa, emozioni e passioni.
Per poter riflettere su un’azione da compiere deve essere messa in palio la libertà che aprirà poi però un problema nella morale dell’uomo stesso: come ci si deve comportare? Cosa si deve fare nella vita?
Tale caratteristica di pensiero è da abbinare solamente all’uomo in quanto gli animali agiscono solamente in base all’istinto non mettendo mai in campo la ragione.

La ragion pura pratica e lo scopo della seconda critica di kant
La ragione non dirige solo la conoscenza ma anche l’azione successiva alla scelta. Vi è quindi una ragione teoretica (prima critica, pura) e una ragione pratica (seconda critica).
Vi è tuttavia una differenza da fare all’interno della ragione pratica:
o Ragione pura pratica, che opera indipendentemente dall’esperienza e dalla sensibilità
o Ragione empirica pratica, opera sulla base dell’esperienza della sensibilità.

Nella critica della ragion pratica si cerca quindi di distinguere in quali casi è utilizzata la ragione pratica pura, quindi con morale, e in quali casi è utilizzata la ragione pratica empirica, quindi senza morale.

Sostanziale differenza da porre inoltre tra ragione pratica pura e ragione pratica empirica è che la ragione pratica pura non ha bisogno di critica in quanto ogni scelta e/o azione che fa è perfettamente legittima in quanto obbedisce a una legge universale.
La ragione empirica invece segue l’esperienza portandosi su una strada scostata rispetto alla morale, serve quindi la critica.

La ragione pura pratica ha però ugualmente dei limiti in quanto la morale in sé è profondamente segnata dalla finitudine dell’uomo, e tale finitudine è abbinata alla natura sensibile dell’uomo. Tale resistenza dell’uomo implica un lavoro “del dovere” da parte della morale.

La realta’ e l’assolutezza della legge morale
Alla base di questo scritto vi è una legge universale valida per tutti e a priori.
Dal punto di vista di Kant la morale può essere vista sotto due aspetti:
o Come chimera, in quanto l’uomo agisce solamente secondo fatti inclini alla sua natura sensibile
o Come incondizionata perché deve presupporre una ragione pratica pura con la capacità di svincolarsi dalle inclinazioni sensibili dell’uomo per poterlo guidare in una condotta corretta.
Quest’ultima tesi a sua volta implica altre due convinzioni di Kant:
o La libertà di agire che essendo incondizionata porterà l’uomo a pensare di potersi autodeterminare al di là delle sollecitazioni istintuali facendo sì che la libertà diventi il primo presupposto per una vita etica corretta.
o La validità universale di tale legge, secondo cui, se indipendente da ogni impulso e condizioni particolare questa legge morale si vedrà come universale e necessaria e quindi anche immutabile.

Moralita’=incondizionatezza=liberta’=universalita’ e necessita’.

Sono il fulcro dell’analisi kantiana degli studi sulla legge morale: categoricità, formalità e autonomia.
Da considerare però il fatto che Kant considera la morale come assoluta e quindi sciolta in quanto ai condizionamenti istintuali, questa gioca infatti un ruolo di bipolarità assoluta tra ragione e sensibilità.
Se l’uomo avesse una ragione pura la morale non avrebbe più senso e ci sarebbe una santità etica, nonché situazione perfetta per adeguarsi a questa legge.

Vivendo questa bipolarità costante la morale si vede costretta ad assumere un ruolo imperativo nei confronti dell’uomo, questa richiede di sacrificare le inclinazioni sensibili per una corretta via etica, l’uomo però essendo limitato e imperfetto è in grado di trasgredire.

E’ così che la natura finita dell’uomo ha la forza di condizionare i desideri e gli impulsi ma nega al tempo stesso che tale forza possa essere una movente morale utilizzabile come scusa.
Il sentimento e l’inclinazione alle passioni non può essere alla base dell’etica in quanto questa deve avere valore universale e quindi deve essere valida per tutti e per sempre.

L’articolazione dell’opera
Anche la critica della ragion pratica si divide in due parti:
o La dottrina degli elementi, che tratta degli elementi della morale. Si divide a sua volta in: analitica (l’esposizione delle regole della virtù) e dialettica (affronta l’idea del sommo bene)
o Dottrina del metodo, nonché modo in cui le leggi morali possono “accedere” all’animo dell’uomo di modo da renderla in parte soggettiva in base, semplicemente, ai buoni esempi e alla buona educazione per la capacità di giudicare in modo retto.

La categoricita’ dell’imperativo morale
Vi è una suddivisione all’interno dell’opera per quanto concerne i “principi attivi”, nonché regole generali volte a regolare le nostre volontà, queste si dividono in: “massime” e “imperativi”.
Le massime sono puramente soggettive e quindi valide solamente per l’individuo che le fa proprie.
Gli imperativi sono invece oggettivi e quindi validi per tutti.
Gli imperativi sono poi a loro volta categorizzabili in “ipotetici” che si basano sul fine del “se..devi..” e sui “categorici” che ordinano in modo incondizionato con il puro “devi”.
La forza del principio imperativo è condizionata alla volontà del soggetto e questo non può dipendere da impulsi sensibili o ricadrebbe nella categoria degli “ipotetici.
C’è da dire che solamente gli imperativi categorici sono incondizionati quindi, e solamente questi saranno quindi considerabili come “leggi” valide per tutti gli uomini e per tutte le circostanze con ordini perentori, contrassegnano la moralità.
La legge morale è quindi l’esigenza di una legge che agisce secondo un massima ed è valida per tutti dimostrando la sua conseguente universalità.
Si basa quindi tutto su un concetto di superamento di un “test della generalizzabilità” dove oltre a confermare l’universalità di tale legge morale si va a definire se un comportamento è veramente tale.
Vi sono poi altre due definizioni successive che Kant vi riabbinerà leggermente scostate.
La prima riguarda anche il concetto di dignità umana per la propria persona e per gli altri; se infatti la caratteristica fondamentale di una persona fosse diversa dallo scopo a se stessa non vi sarebbe più l’idea di uomo soggetto bensì quella di uomo oggetto.
La morale è diventata quindi “regno dei fini” dove le persone libere possono riconoscere le dignità altrui e le proprie agendo di conseguenza, è una comunità ideale.
La seconda definizione invece riguarda più che altro l’autonomia della volontà e la volontà razionale come comandante della morale di modo da poter creare un regime di obbedienza in noi stessi divenendo così legislatori e sudditi al tempo stesso.

La formalita’ della legge e il dovere per il dovere
Altra caratteristica da riabbinare all’etica kantiana è il ruolo della formalità in quanto le leggi morali non ci dicono cosa dobbiamo fare ma come dobbiamo farlo e questa sua caratteristica non si abbina ad altro che alla libertà della norma etica. Se questa infatti fosse vincolata sotto tale punto di vista perderebbe la sua universalità.
Il formalismo kantiano non sta in altro che in quella fonte perenne di morale che alimenta i costumi popolari e non è soggetta al cambiamento.

Oltre ad un carattere formale contiene anche un carattere anti-utilitaristico che vede la legge morale attuabile solo per ossequio ad essa stessa e non per soggettività o naturali inclinazioni umane. Se questa avesse infatti uno scopo si ridurrebbe a un imperativo ipotetico e non più categorico compromettendo la libertà dell’azione, a causa del fine, oltre che dell’universalità.

L’ultimo carattere di riferimento alla morale kantiana è legato al rigorismo nonché all’esclusione di emozioni e sentimenti per un corretto comportamento puro e privo di precetti morali.

L’autonomia della legge e la “rivoluzione copernicana” morale
L’autonomia sta alla base dell’etica kantiana.
Si pone infatti l’uomo al centro del fondamento dell’etica insieme alla sua ragione e ciò salvaguarda purezza e libertà ponendo il tutto in un universo morale incentrato su di lui.
I motivi della morale non possono risiedere, per il pensiero di Kant, nell’educazione, nei voleri fisici e nella società o questa non sarebbe libera e universale.
Non si può basare al tempo stesso nemmeno sull’idea di perfezione e di Dio così come avevano invece sostenuto razionalisti ed empiristi in quando una sarebbe basata sulle conoscenze metafisiche e l’altra su concetti indeterminati e troppo deboli e soggettivi.

La legge etica è un fondamento ben delineato e preciso che è anche fonte delle definizioni di bene e male dove lo stesso uomo legislatore ne trova compimento.

La critica del giudizio

In quest’ultima critica Kant smuove i dualismi, delle due critiche precedenti, lasciati aperti.
Si vedeva infatti nella critica della ragion pura una realtà meccanicista con un mondo fenomenico conosciuto attraverso la scienza, nella critica della ragion pratica invece troviamo una realtà causale e necessaria con un mondo noumenico postulato dall’etica della libertà dell’uomo e dall’esistenza di Dio.

Nella critica del giudizio Kant pone sotto il suo interesse il sentimento e il suo studio; lo fa diventare una terza facoltà oltre che attività autonoma con cui l’uomo fa esperienza della finalità reale.
La critica del giudizio rappresenta quindi un’esigenza umana che non ha valore conoscitivo o teoretico. Il sentimento permette quindi un incontro tra il mondo conoscitivo e il mondo teoretico, ma non la sua riconciliazione o sarebbe termine oggettivo al contrario della sua natura soggettiva.

I giudizi sentimentali sono giudizi tipicamente “riflettenti” che si limitano a riflettere sulla natura per cercare di apprenderla attraverso le sue esigenze universali di finalità ed armonia.
In contrapposizione ai giudizi riflettenti troviamo quelli “determinati” nonché giudizi tipicamente scientifici approfonditi e studiati nella critica della ragion pura, questi determinano gli oggetti fenomenici con le conoscenze a priori universali quali le concezioni di spazio e tempo e le dodici categorie.
La critica del giudizio si basa sui giudizi riflettenti e quindi il termine “Giudizio” assume valore di organo di giudizio di tipo riflettente. Tale facoltà è una via intermedia tra l’intelletto e la ragione, la conoscenza e la morale, tra la critica della ragion pura e della ragion pratica.

I tipi di giudizio riflettente fondamentali sono due:
o “Estetico”, verte sulla bellezza, è ciò che viviamo subito e ci fa intuire la finalità della natura (un bel paesaggio o un tramonto possono essere un chiaro esempio)
o “Teleologico”, verte sui fini della natura ed è lo sviluppo del pensiero tramite finalità utilizzando il fine. (Si esprime un carattere proprio dell’oggetto)

Sono entrambi giudizi puri e derivati a priori dalla nostra mente. Si può definire un giudizio estetico o teleologico in base alla finalità.
Il giudizio estetico riguarda il rapporto di armonia tra oggetto e soggetto, ha finalità soggettiva.
Il giudizio teleologico invece riguarda l’ordine interno della natura secondo i suoi fini, ha finalità oggettiva ed è un’esigenza umana di ordinare le cose con criteri finalistici.

La critica del giudizio si suddivide in due parti:
o Critica al giudizio estetico
o Critica al giudizio teleologico
Entrambe le critiche a loro volta si suddividono in:
o Analitica e Dialettica per quanto riguarda il giudizio estetico
o Analitica e Dialettica per quanto riguarda il giudizio teleologico
Vi è poi un appendice chiamato: “Metodologia del Giudizio teleologico”.


Analisi del bello e i caratteri specifici del giudizio estetico
La parola “estetica” sta ad indicare la dottrina dell’arte e della bellezza e il “bello” è invece ciò che piace nel giudizio estetico.
Kant da ben quattro definizioni di bellezza nella sua critica:
o Secondo la qualità il bello è oggetto del piacere senza alcun interesse.
I giudizi estetici sono infatti disinteressati e non si curano dell’esistenza ma solo dell’immagine che danno.
o Secondo la quantità il bello piace universalmente senza concetti, è un sentimento condiviso da tutti e non dipende da nessun tipo di conoscenza e/o ragionamento.
o Secondo la relazione il bello è la forma della finalità dell’oggetto senza uno scopo.
Un bel oggetto gioca con le sue forme per creare armonia ma non ha schemi conoscitivi.
o Secondo la modalità il bello è riconosciuto semplicemente come piacere necessario.

L’universalita’ del giudizio di gusto e la rivoluzione copernicana estetica
Con quest’opera Kant vuole delineare l’universalità del giudizio estetico e porre la bellezza come qualcosa vissuto e condiviso da tutti.
Distingue quindi in primis il piacevole dal piacere come due sensazioni diametralmente opposto, una è un giudizio estetico empirico e quindi di inclinazione individuale e non universale, l’altra è invece un giudizio estetico puro che vede essenzialmente la forma di un oggetto.
Distingue poi invece il concetto di bellezza come “aderente”, nonché forma che necessita di riferimenti a modelli o concetti di perfezione, e bellezza “libera” che non implica invece alcun tipo di concetto supplementare.
La bellezza libera è un giudizio estetico puro e quindi universale, quella aderente è invece empirico in quanto riguarda considerazioni intellettuali.

Come spiegare però la validità universale del giudizio estetico?
Kant spiega che è un libero gioco messo in atto tramite il rapporto immaginazione-intelletto che genera armonia, tale meccanismo risulta identico per tutti gli uomini e crea così un’universalità estetica con un senso comune del gusto.

Pone inoltre un’altra importante differenza all’interno della sua critica, la differenza tra “bello di natura” e “bello artistico”.
Queste due strutture c’è da dire che sono però affini tra loro pur essendo diverse, hanno un rapporto che le lega in quanto la natura è bella se simile all’arte e l’arte è bella se ha la spontaneità della natura.
L’arte a sua volta si divide in “meccanica” ed “estetica”.
L’arte estetica ha lo scopo di provocare piacere e si suddivide infatti a su volta in piacevole e bella.
L’arte piacevole ha l’intento di produrre scopi secondari mentre l’arte bella ha il mero scopo di produrre piacere disinteressato.

Hai bisogno di aiuto in Filosofia Moderna?
Trova il tuo insegnante su Skuola.net | Ripetizioni
Registrati via email