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La coscienza per Hegel


La coscienza è la prima tappa della fenomenologia dello spirito e rappresenta il momento della tesi in un processo dialettico che vuole spiegare come la coscienza, attraverso l’autocoscienza, acquisisca la consapevolezza di essere ragione (o spirito) del mondo. La coscienza diventa autocoscienza rapportandosi ad un oggetto, ovvero a un qualcosa che sta al di fuori di sé, e si articola in tre momenti:
-certezza sensibile: essendo dipendente dai sensi, attingendosi a un generico “questo” e dando solo la conoscenza di quello che è qui e ora, è la certezza più povera, poiché è un vago conoscere e non dà conoscenza di nulla di determinato.
-percezione: supera il senso della certezza sensibile e recupera il senso della percezione degli empiristi e, in particolare, della percezione leibniziana, poiché percepire vuol dire di più dell’avere una certezza sensibile, ma è una percezione consapevole (nella filosofia di Leibniz consisteva nell’apercezione, ovvero nella piena consapevolezza della percezione ricevuta dall’uomo). Da ciò deriva il fatto che la percezione dipende dalle singole soggettività (come diranno anche Schopenhauer e Nietzsche)
-intelletto: è quella capacità che aiuta l’uomo a cogliere direttamente la realtà (poiché, come ha insegnato Platone, quando l’uomo intelligente sta cercando di andare oltre i limiti della sua sensibilità). Per Hegel quando la coscienza arriva all’intelletto risolve interamente l’oggetto in se stessa e diventa quindi consapevole che la realtà è frutto della sua azione (questo è un pensiero parallelo a Fichte, il quale affermava che il Non-Io era il frutto della capacità dell’Io di creare un’altra realtà con cui confrontarsi). Così quando la coscienza diventa consapevole di sé, avviene il trapasso che porta la coscienza ad essere autocoscienza.
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