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Fichte


Che cosa sono l’Io, la deduzione assoluta, l’intuizione intellettuale, il Tathandlung, il non-io?


L’Io fichtiano è il principio stesso del mondo, l’attività originaria autocreatrice, assoluta, infinita e libera. Rispetto a Kant, l’Io non è solo legislatore della natura, ma creatore di essa stessa. Esso esiste i sé e per sé, non ha bisogno di nient’ altro per esistere, ed è simile alla sostanza di Spinoza, ma diverso (poiché nel mezzo c’è Kant) perché mentre la sostanza non pensa né agisce, il soggetto è autocosciente (consapevole di se stesso, l’Io ha coscienza dell’oggetto solo se ha contemporaneamente coscienza di se stesso) e può essere attivo e dinamico (quello di Kant è anche passivo), in quanto esso stesso crea la natura.
Esso è diverso dall’Io penso kantiano, semplice condizione per la conoscenza, poiché è la fonte stessa della realtà. Esso è incondizionato, non dipende da null’altro ma tutto dipende da lui; tutto esiste solo nell’Io e per l’Io, che ha tutto dentro di sé e nulla fuori di sé.
La deduzione fichtiana è basata sulla deduzione aristotelica, che va dall’universale al particolare. Essa è la dimostrazione e la giustificazione di tutte le proposizioni della filosofia a partire dall’Io. Rispetto a quella Kantiana (volta a provare la legittimità dell’applicazione delle categorie alla realtà e quindi a giustificare le condizioni soggettive della conoscenza), la deduzione ficthiana si serve dell’Io, che è indeducibile in quanto attività originaria e principio assoluto, per spiegare l’intero sistema della realtà.
L’intuizione intellettuale è l’auto-intuizione dell’Io in quanto attività autocreatrice, in virtù della quale conoscere qualcosa significa produrre questo qualcosa ed essere implicitamente o esplicitamente consapevoli.
Il Tathandlung è un termine fichtiano che indica che l’Io è al tempo stesso attività agente e prodotto dell’azione stessa, ovvero è ciò che esso stesso si crea o produce.
Il non-io è il mondo oggettivo opposto all’Io ma posto da esso, che quindi è in esso. Può essere anche chiamato “oggetto”, “natura”, “materia”, e si identifica con la natura interna (corpo e impulsi) ed esterna (cose prive di ragione).

Quali sono i tre princìpi della Dottrina della scienza?


La Dottrina della scienza di Fichte ha come concetto centrale quello di una scienza della scienza, ovvero si occupa della ricerca di un fondamento assoluto che stia alla base di ogni scienza e che sia valido per ogni conoscenza, un principio incondizionato a fondamento di ogni altra attività. E Fichte identifica questo principio nell’Io, enunciando poi i tre principi fondamentali della deduzione ficthiana, di cui si serve per spiegare l’intero sistema della realtà:

Nel primo principio l’Io pone se stesso, un’attività autocreatrice e infinita, condizione incondizionata di se stesso e della realtà. Esso viene ricavato da una riflessione sul principio di identità A=A (base universale del sapere). Per Fichte, questo non è il primo principio della scienza, poiché implica un principio superiore, ovvero l’Io. Infatti, il principio presuppone che se è A è dato, deve essere uguale ad A, quindi deve essere posto. Ma per essere posto deve necessariamente esserci un soggetto che la pone, Io, poiché senza l’identità dell’Io (Io=Io), allora l’identità logica non si giustifica, in quanto è l’Io che, ponendo il rapporto d’identità, giudica di esso. Ma l’Io non può porre il rapporto se non pone prima se stesso, se non pone prima la sua esistenza, quindi l’Io non può affermare nulla senza prima affermare la sua esistenza (quindi il principio supremo non è quello di identità, posto dall’Io, ma l’Io stesso, che si pone da sé, quindi è autocreatore).

Il secondo principio stabilisce che l’Io pone il non-io, poiché essendo attivo e ponendo liberamente se stesso, oppone necessariamente qualcosa a sé, che, essendogli opposto, è un non-io, posto dall’Io e quindi dentro l’Io (non esiste più, quindi, il noumeno, in quanto l’oggetto non è più esterno, ma dentro l’Io, in quanto creato da esso). Il non-io deve necessariamente essere posto, affinché possa esistere una coscienza reale, in quanto non avrebbe senso un positivo senza un negativo o un soggetto senza un oggetto. L’Io è quindi libero e necessario allo stesso tempo, libero in quando incondizionato, ma necessario in quando non può esistere senza il suo opposto.

Il terzo principio mostra come l’Io, posto il non-io, si trovi limitato da esso, e viceversa. Si ha perciò una molteplicità di io finiti (momenti dell’Io infinito, che un insieme degli io finiti), ovvero l’Io stesso limitato dal non-io; esso è un soggetto condizionato dalla natura e per il quale la purezza dell’Io assoluto rappresenta una missione.

Questi tre principi sono intrepretati in modo logico, non cronologico. Inoltre, dimostrano che l’Io è finito e infinito al tempo stesso: finito perché limitato dal non-io, ma infinito perché quest’ultimo (natura) esiste solo in relazione all’Io, in quanto creato da esso.

Che cosa si intende per Streben? In che senso questo concetto esprime l’essenza stessa dell’Io fichtiano?


Lo Streben, termine coniato dai romantici, rappresenta lo sforzo dell’Io, la sua essenza. Infatti l’Io infinito è la meta ideale dei suoi io finiti, poiché il primo è un Io libero, vittorioso sui propri ostacoli e privo di limiti. Quindi dire che l’Io infinito è la missione dell’io finito, significa dire he l’uomo è uno sforzo infinito verso la libertà, una lotta inesauribile verso il limite, che concretamente si trasforma nel compito dell’uomo di umanizzare il mondo. Esso è però uno sforzo incessante, in quanto se l’Io riuscisse davvero a superare gli ostacoli cesserebbe di esistere, in quanto diventerebbe statico e non più dinamico.

In che senso si può affermare che la storia filosofica del mondo presenta una struttura dialettica?


Si può affermare che la storia filosofica ha una struttura dialettica in quanto l’Io presenta una struttura triadica e dialettica, articolata nei momenti tesi, antitesi e sintesi. L’Io ha infatti un’attività ritmica, poiché senza un’antitesi (opposizione, critica o riflessione) la tesi è destinata ad esaurirsi. Perciò la natura del nostro spirito è tale che ogni dire esige un contraddire, e la sintesi finale non è solo la semplice ripetizione della tesi iniziale, ma una riaffermazione di essa supportata dal superamento dell’antitesi. Lo spirito vive perciò di opposizioni, e le sue affermazioni devono essere delle vittorie: la tesi rappresenta l’esordio spontaneo della ricerca, l’antitesi il dubbio e la negazione, la sintesi è la riconquista e la sicurezza finale. La sintesi, però, non è un arresto dello spirito, che porterebbe la morte, ma una pausa che prelude un nuovo slancio, che porta ad una nuova tesi. La dialettica è perciò una visione dinamica e progressista della realtà.
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