FICHTE
Fichte nacque nel 1762 da una famiglia poverissima. Egi fu uno degli esponenti principali dell'idealismo. Con lui si parlerà di idealismo etico, inteso come volontà di concentrarsi sull’azione morale del soggetto. Con Schelling invece si parlerà di idealismo estetico per sottolineare la funzione importantissima che Schelling attribuirà alla creazione artistica. Fichte studiò grazie ad un notabile del suo Paese che finanziò i suoi studi. Si occupò inizialmente di questioni teologiche. Si imbatté nelle opere di Kant. Egli pubblicò un testo sulla filosofia kantiana in maniera anonima. Quando Fichte espresse la paternità del testo, la sua fama crebbe tanto da essere chiamato presso l’Università di Jena. Egli fu accusato di ateismo e abbandonò Jena, spostandosi a Berlino. Qui entrerà in contatto con gli ambienti romantici che gli daranno stimolo per la sua riflessione filosofica. A Berlino morì nel 1814. Uno degli obbiettivi di Fichte è quello di riformare le scienze. Il filosofo rifiuta l’opposizione tra fenomeno e noumeno, unificando queste realtà. La fusione tra fenomeno kantiano e noumeno kantiano dà vita in Fichte a quello che viene chiamato spirito trascendentale. Lo spirito viene così inteso come principio unico e assoluto di tutto e proprio grazie allo spirito e al suo essere assoluto, il sapere dell’uomo deve essere necessariamente un sapere unitario e in questo risiede la cosiddetta riforma delle scienze di Fichte.

La filosofia viene considerata “scienza delle scienze”. Il compito di Fichte è quello di spiegare le attività dell’io e lo farà attraverso la deduzione metafisica che consterà di tre principi dove il primo costituisce una sorta di tesi, il secondo un'antitesi, il terzo la sintesi. Attraverso questa tesi lui vuole spiegare logicamente come lo spirito sia in grado di spiegare tutta la realtà circostante. Il primo principio logico o tesi è il principio di identità. A = a cioè se a è posto vuol dire che è uguale a se stesso. Però come si pone a? A si pone attraverso un atto di autocreazione e quindi a = a vuol dire che lo spirito ponendosi, anzi autoponendosi, prende coscienza di sé e della propria identità. Quindi spirito come attività di autocreazione. Il secondo principio o antitesi è chiamato principio di contraddizione e corrisponde alla formula a = non a perché l’autocoscienza dell’io sarebbe vuota e inutile senza un confronto con qualcosa di diverso da sé con un mondo al di fuori di sé. Nell’antitesi l’io pone un non io quindi a = a vuol dire io = io. A = non a equivale ad io = non io. Questo non io è altrettanto assoluto come l’io e serve all’io per svilupparsi per crescere come coscienza e per dare vita ad un sapere oggettivo. La sintesi è la presentazione di un non io limitato. E questo non io limitato sarebbe il mondo empirico. Il non io limitato nasce dalla contrapposizione tra io e non io. L’io assoluto rimane tale e illimitato, il non io della sintesi è finito, limitato. Secondo Fichte il non io caratterizza gli impulsi degli uomini e spinge gli stessi all’azione morale. L’azione morale ha il compito di spronare il non io verso l’assoluto, però questo non io della sintesi non potrà mai raggiungere pienamente l’assoluto tuttavia di deve sforzare per seguirlo. Quindi l’azione morale per Fichte è fatica contro il cedimento. Proprio il concetto dell’azione morale spinge Fichte ad elaborare la sua teoria politica. Grazie all’azione morale, l’io empirico realizza la propria libertà, perché attraverso l’azione morale cerca di raggiungere l’assoluto. L’azione morale implica che l’uomo debba necessariamente vivere nella società. Deve per forza rapportarsi con qualcosa di diverso da sé e il compito del filosofo e dello Stato è quello di garantire il diritto alla vita e non solo il diritto di vivere, ma anche quello di vivere agiatamente. Lui parlerà di una società autarchica.

SHELLING (1775 – 1854)
L’Io non sarebbe in grado di spiegare razionalmente la realtà naturale. Shelling sottovalutava la natura riducendola ad un momento relativo alla storia dell’Io. Il passo attuato da Shelling consiste nell’eliminazIone di questa dualità tra Io e natura. Secondo Shelling l’assoluto sarebbe uno spirito che permea di sé tutto l’universo e lo vivifica. L’uomo e la natura contengono dentro di loro l’essenza di assoluto che Shelling definisce “anima mundi”. Tra natura e spirito vi è un’unità indifferenziata, coincidono, sono la stessa cosa. Proprio per questo motivo la filosofia di Shelling viene chiamata come momento della filosofia dell’identità o della filosofia dell’assoluto. Shelling si distanzia da Fichte per la concezione relativa all’uomo. Per Fichte l’uomo era il non Io empirico: finito, limitato e per lui l’attività dell’Io empirico era di carattere morale.

Fichte sosteneva che l’uomo sapiente avrebbe dovuto coadiuvare la vita dello Stato. Per Shelling invece l’attività dell’uomo non è di carattere morale, ma di carattere contemplativo: l’uomo deve scoprire l’identità tra Io e natura. L’attività di pensiero deve imparare a far emergere l’identità tra soggetto e oggetto in ambito conoscitivo. Questo vuol dire che secondo Shelling c’è qualcosa in comune tra soggetto conoscente e oggetto conosciuto. L’uomo per conoscere si rapporta al mondo circostante. Vi è identità tra spirito e natura e di conseguenza tra soggetto conoscente e la natura che è oggetto del suo studio. Queste posizioni spingono il filosofo a dividere la sua filosofia tra filosofia trascendentale e filosofia della natura. La filosofia trascendentale deve essere in grado di spiegare in che modo la natura costituisca una parte della storia dello spirito, o dell’assoluto. Questo processo si attua attraverso la cosiddetta immaginazione produttiva. Attraverso l'immaginazione produttiva, l’Io crea degli oggetti esterni, ovvero la natura stessa. Questa creazione è inconsapevole. L’Io assoluto, attraverso l'immaginazione produttiva, crea inconsapevolmente la natura. Questa produzione, essendo consapevole, l’Io non si rende ancora conto dell’identità tra sé stesso e l’oggetto prodotto. Il secondo momento dopo l'immaginazione produttiva è detto il momento della riflessione teoretica attraverso la quale l’Io assoluto diviene consapevole dell’identità tra se stesso e la natura. Nella cosiddetta filosofia della natura, Shelling riconosce alla natura stessa una vita equivalente a quella dello spirito.
La filosofia della natura, con l’aiuto delle discipline scientifiche, deve dimostrare che la natura è identica all’Io, allo spirito, all’assoluto. La natura per Shelling presenta una finalità ed è concepita in un'ottica organicistica. La natura deve essere considerata come un vero e proprio organismo vivente laddove ogni minima parte collabora per il funzionamento del tutto. Questo organicismo è detto anche finalistico, la volontà di raggiungere qualcosa di più alto. Questo fine non è distaccato dalla natura. La natura, come organismo, tende ad un fine, a qualcosa di assoluto. L’assoluto non è distaccato dalla natura, ma risiede nella natura stessa (immanentistico). Per assoluto si intende l’anima del mondo, una forza che vivifica tutto l’universo e che coincide con la natura stessa. Lui si schiera contro la visione scientifica e contro la visione teleologica ritenendola insufficiente, perché prevedeva questa sorta di magia del Dio creatore che dava origine al tutto. Quella scientifica era limitata perchè si basava sull’analisi di rapporti causa-effetto non spiegando l’essenza vera delle cose, il fine ultimo di ogni ente e della natura stessa. Shelling parla di epoche dell’io. Quando parliamo di io parliamo anche di spirito e assoluto.
Shelling intendeva tutte quelle tappe che portano l’io a prendere consapevolezza di se. Naturalmente, siccome vi è una coincidenza tra io e natura, queste epoche dell’io segnano anche le tappe attraverso cui la natura si costituisce e prende coscienza di sé. La storia per Shelling è una rivelazione dell’assoluto, perché questo assoluto permea tutto il creato. Gli individui, gli uomini, sono al tempo stesso dei “collaboratori” dell’assoluto e gli inventori di quest’ultimo. Il filosofo considera l’arte come l’organo della filosofia, attività privilegiata che consente all’uomo di individuare, di percepire l’identità tra spirito e natura. Questo perché la produzione artistica prevede due momenti, uno irrazionale, spontanea e uno di natura razionale, infatti, l’ispirazione artistica è un momento inconsapevole, spontaneo, mentre la produzione artistica è un momento consapevole. L’arte sarebbe un connubio tra forza conscia e forza inconscia.

GEORG WILHELM FRIEDERICH HEGEL
Georg Wilhelm Friederich Hegel nasce a Stoccarda nel 1770 e muore a Berlino nel 1831. Si dedica esclusivamente allo studio e alla filosofia. Nella sua gioventù nutre entusiasmo nei confronti di Napoleone e delle imprese di quest’ultimo. È stato interpretato sia come il padre del totalitarismo sia come il padre di una concezione più illuminata, aperta, democratica. In realtà è lontano da questi intenti. Il suo studio lo porta a viaggiare lasciando la sua città natale tra Berlino, Francoforte e Jena. Avrà rapporti intellettuali con Fichte e Shelling. Questo percorso lo ha reso il più completo teorico dell’idealismo filosofico. I rapporti con Shelling lo portarono a partire da due particolari critiche del sistema filosofico di quest’ultimo.

Per Hegel vi è assoluta identità tra Dio e natura. Si fa riferimento non al Dio cattolico e cristiano. Per Shelling, invece, vi è assoluta identità tra Dio e natura e tra creato e creatore. Considerando il creato sotto quest’ottica il concetto di assoluto sarebbe riducibile ad un'unità indifferenziata, qualcosa di compatto, di continuo e quindi l’assoluto di Shelling sarebbe qualcosa di statico. Secondo Hegel l’assoluto di Shelling non rende l’idea della realtà effettiva delle cose. Secondo Hegel l’elemento caratterizzante dell’assoluto è la dialettica, il movimento, la ciclicità. Hegel non critica soltanto Shelling, ma anche Fichte. L’assoluto per Fichte era l’Io infinito, prodotto attraverso un’atto di autocreazione attraverso il quale prende coscienza di sé. Essendo l’Io assoluto, irraggiungibile ed essendo una meta ideale, questo viene definito da Hegel come infinità cattiva.

L’assoluto hegeliano è caratterizzato da un processo dialettico, dal movimento e dalla ciclicità. Hegel rimane fedele più dei suoi predecessori all’impostazione idealista e romantica di ricondurre la realtà ad un principio unico, infinito, ideale e spirituale. L’assoluto hegeliano coincide con lo spirito o ragione, infatti, in riferimento alla filosofia di Hegel si parla di panlogismo (tutto è ragione/la ragione è in tutte le cose). Tutto ciò che esiste non è altro che una manifestazione del processo, dello spirito o ragione. Lo spirito non ha nulla al di fuori di sé. Lo spirito è infinito. Dunque possiamo definire la ragione come infinita e assoluta. Lo spirito inoltre, è uno spirito in divenire, vuol dire che si manifesta attraverso un processo necessario di sviluppo dello spirito. Tuttavia, per comprendere lo spirito non è sufficiente coglierne le manifestazioni esteriori, ma lo spirito può essere colto soltanto al termine del suo processo. E lo spirito infatti coincide con il suo stesso processo. Lo spirito inoltre è un’unità di opposti e lo spirito si realizza rivelandosi negli opposti stessi. Rivelandosi negli opposti stessi e conciliandoli in una entità superiore.
Siccome abbiamo parlato di panlogismo e di processo necessario che caratterizza lo spirito, possiamo adesso comprendere l’affermazione di Hegel cioè, tutto ciò che è razionale è reale è viceversa. La filosofia ha lo scopo di cogliere il processo dello spirito e quindi di comprendere l’assoluto. Per spiegare la comprensione del processo dello spirito da parte della filosofia, Hegel utilizza l’immagine della nottola di Minerva che alzandosi in volo sulla città riesce a vederla nel suo insieme. La filosofia dall’alto riesce a comprendere il processo di divenire dello spirito. Il processo dello spirito è un processo dialettico. Per il filosofo, la dialettica è la graduale manifestazione della ragione attraverso le sue particolari determinazioni, attraverso quindi le tappe del processo stesso che spesso tra loro sono contraddittorie. Dunque per Hegel la dialettica è un metodo conoscitivo ed è anche la legge che regola lo sviluppo della ragione. Determinando lo sviluppo della ragione vuol dire che la dialettica determina lo sviluppo della realtà concreta (tutto ciò che è razionale è reale e viceversa).
Da ciò possiamo desumere che Hegel ammette il principio di contraddizione. La sua dialettica si basa sul concetto di identità degli opposti. Alla base del suo pensiero vi è la contraddittorietà che è una caratteristica che non può mancare alla realtà e quindi all’essere. Secondo Hegel, l’essere è contraddittorio, però le contraddizioni in questo processo dialettico vengono superate in un entità superiore. Il processo del divenire era costituito da tre momenti fondamentali: la tesi, l’antitesi e la sintesi. Il processo dialettico non è la negazione reciproca di due realtà opposte, ma è una mediazione. Infatti, l’opposizione alla tesi, rappresentata dall’antitesi non è esclusione della tesi, ma mediazione tra gli opposti, infatti, l’antitesi si presenterà come un momento arricchito dalla tesi e non negato da essa e la sintesi diventerà tesi della tappa successiva del processo e fondamentalmente è il riconoscimento dell’identità tra tesi e antitesi. La tesi equivale all’affermazione, l’antitesi alla negazione e sintesi alla negazione della negazione. L’unico strumento in grado di comprendere il processo dialettico è la ragione.
L’intelletto umano è capace di cogliere le determinazioni finite e rigide dell’essere. Queste determinazioni le coglie anche nelle sue opposizioni dell’essere stesso. L’intelletto umano non è in grado di ricomporre queste opposizioni. Quando noi ci rapportiamo con il mondo cogliamo la contraddittorietà insita nell’essere o nella realtà, ma non riusciamo a sintetizzare gli opposti. La ragione invece comprende la natura di queste opposizioni e comprende il fatto che queste opposizioni necessariamente vengano superate attraverso un processo di sintesi. Il sistema del reale è caratterizzato da tre momenti. La struttura della filosofia hegeliana rispecchia questi tre momenti e questi tre momenti rispecchiano l’intera storia dello spirito cioè l’idea, la natura e lo spirito.

TESI DEL SISTEMA HEGELIANO
1. Finito che si risolve nell’infinito. La realtà non è un insieme di sostanze autonome, ma un organismo unitario di cui tutto è parte integrante. Tale organismo è l’Assoluto/Infinito di cui il finito è parte. Tutte le cose finite coincidono con l’Infinito e viceversa. Quindi, il finito, in quanto irreale, è lo stesso infinito.
2. “Ciò che è razionale è reale1 e ciò che è reale è razionale2”.
1 – La ragione governa il mondo e lo costituisce.
2 – La realtà non è confusa ma ordinata precisamente dalla ragione.
Con ciò si esprime la totale identità di realtà e ragione, di essere e dover essere.
3. Compito della filosofia: non cambiare la realtà, ma comprenderla, capire le strutture razionali di ciò che sta alla base. Nottola di Minerva, uccello che spicca il volo quando è già sera e la realtà si è già compiuta = filosofia che deve giustificare la razionalità della realtà.
4. Dialettica: legge di sviluppo e comprensione della realtà. La dialettica ha un movimento ciclico e al suo interno distingue tre momenti: tesi (affermazione di un concetto astratto e limitato), antitesi (negazione di quel concetto con un concetto opposto ma comunque limitato), sintesi (unificazione di tesi e antitesi che produce una riaffermazione potenziata dallo scontro dei due momenti precedenti). Il momento della sintesi viene concepito da Hegel con la parola aufhebung (superamento e conservazione della tesi).
Per Hegel la dialettica ha una sua sintesi finale chiusa altrimenti sarebbe infinita e il suo oggetto, irraggiungibile. Per Fichte il movimento dialettico spostava più in la la sintesi, invece per Hegel ci sarà una sintesi finale.
Il sistema filosofico hegeliano si dividerà a sua volta in tre parti: logica, filosofia della natura e filosofia dello spirito, ovvero, idea pura, idea in sé e idea in sé e per sé. La filosofia della natura ha il compito di cogliere tutti quei processi che si attuano nella natura e nella realtà. Lo spirito invece costituisce il momenti in cui l’idea, dopo essersi esteriorizzata nella natura, ritorna in sé. Tuttavia, l’idea, non è più la stessa, ma risulta arricchita dalla sua esplicazione nella natura. L’idea in sé e per sé è caratterizzata da spirito assoluto, spirito oggettivo e spirito soggettivo. Lo spirito soggettivo, per Hegel, è quello spirito che tende alla conoscenza perfetta dell’assoluto e, quindi, lo spirito soggettivo per Hegel corrisponde a quella che per Fichte era la filosofia, ovvero, tensione per l’assoluto. Lo spirito oggettivo è quel luogo in cui si compie la storia umana cioè, gli individui sono considerati nella loro vita e nei loro scambi reciproci. Gli scambi reciproci tra gli uomini sono regolati da norme sovraindividuali.
Lo spirito oggettivo, essendo il luogo di concretizzazione della morale e dell’etica, da vita al diritto e quest’ultimo è parte di quell’insieme di norme sovrainfividuali che regolano il rapporto tra gli uomini. L’etica e la moralità, secondo Hegel, trovano il loro più diretto compimento nello stato. Lo stato è inteso come connubio tra famiglia (tesi) e società civile (antitesi). L’organizzazione statale dovrebbe attuarsi grazie alla cosiddetta volontà universale e quest’ultima dovrebbe essere necessaria perchè nella volontà universale si trovano fuse le volontà individuali. Lo spirito assoluto è la sintesi tra spirito oggettivo e spirito soggettivo. Lo spirito assoluto unifica tutti gli spiriti. Hegel però giunge a questa definizione grazie all’ausilio della ragione perchè la ragione dando vita allo spirito assoulto vuol dire che ha compiuto tutto il processo della sua manifestazione. Il processo di manifestazione dell’assoluto coincide con l’assoluto stesso. Quindi, i momenti dialettici dello spirito assoluto sono: la filosofia, l’arte e la religione. Lo spirito assoluto si manifesta nell’arte grazie all’intuizione dell’artista che lo rende manifesto attraverso un’opera concreta, una realtà sensibile. Lo spirito assoluto si concretizza nell’opera d’arte. Nella religione, lo spirito assoluto si coglie come tale cioè slegato da ogni rappresentazione concreta. La filosofia è lo strumento che riesce a cogliere lo spirito assoluto perchè è il momento più alto della conoscenza dello spirito.

IL PENSIERO POLITICO DI HEGEL
Per quanto riguarda il concetto di Stato di Hegel, sono state date due interpretazioni. Da alcuni è stato considerato come il portavoce della restaurazione, secondo altri invece Hegel sarebbe stato il portavoce di un pensiero rivoluzionario. Per quanto riguarda l’Hegel più reazionario questa interpretazione è dovuta ad uno scritto di Rudolf Haim che accusa Hegel di essere “il dittatore filosofico della Germania” e avrebbe tratto la sua filosofia dal contesto della restaurazione prussiana. Nel 1900 invece, l’impostazione di Haim è stata smontata dagli scritti di Erich Weil che invece ha voluto evidenziare la maggiore complessità del pensiero di Hegel ed ha smontato l’equazione che identificava lo Stato hegeliano con lo stato prussiano. Weil rifiuta di considerare Hegel come il profeta della restaurazione leggendo nella sua visione politica, una visione progressista. Secondo gli studi dei filosofi italiani del ‘900, Hegel sarebbe stato l’ideologo dello stato borghese. Un’altra interpretazione, forse la più nota, è quella di Popper, secondo cui Hegel sarebbe un nemico delle società aperte e quindi un propugnatore del totalitarismo. E quindi lo stato di Hegel è stato definito da Popper come identico alle forme di politica nazi-fascista infatti lo stato di Hegel non era di natura liberale democratica, tuttavia era uno stato costituzionale retto dal diritto. Inoltre Popper ha riscontrato delle identità tra lo Stato hegeliano e gli ideologi del terzo Reich. Tuttavia questi filosofi hanno preso le distanza da Hegel sottolineando che ad essere fondamentale non era il concetto di stato ma il concetto di sangue, di popolo, di razza. Per questo motivo lo stato era solo un mezzo per far prevalere la razza. Per Heel, invece, lo stato era al centro di tutto. Tuttavia, la verità politica hegeliana del '900 ha fornito sia delle idee per i movimenti di destra e sinistra. I punti più contrastati della filosofia hegeliana sono, ad esempio, il concetto di stato come elemento principale a livello logico e quindi il cittadino non avrebbe alcun senso al di fuori dello stato. Ciò che il cittadino è lo deve solo ed esclusivamente allo stato. Lo stato non ricava la propria legittimazione ad esistere dal popolo ma dalla sua natura. Lo scopo dello stato e il suo operato si incarna, si concretizza in figura di funzionari che avrebbero lo scopo di operare il bene per la comunità. Per Hegel lo stato deve permeare di se tutta l’organizzazione della vita comune e civile. Oltre al proprio essere e alle proprie caratteristiche lo stato non riconosce al di fuori di se nessuna etica e quindi lo stato sarebbe l’assoluto, il Dio reale. Al di sopra degli stati non deve esistere nessun tipo di diritto internazionale e infatti la guerra sarebbe l’unico mezzo inevitabile per stabilire gli equilibri tra stati diversi. Tuttavia, secondo altri studiosi all’interno di essi si potrebbero individuare dei caratteri libertari. Hegel sarebbe il padre della filosofia della ragione e della libertà. Per esempio lo Stato hegeliano era basato sulla politicizzazione totale della società, degli uomini, dei cittadini e quindi prevede implicitamente una tutela dei diritti dei cittadini cosa che lo stato totalitario non prevede. Questa posizione è stata di Marcuse. Secondo altri studiosi invece ci sarebbe accanto alle teorie ufficiali di Hegel, un aspetto che rende il filosofo alternativo. Si parla di Hegel diverso. Per Iting nella sua filosofia, Hegel avrebbe nascosto e celato delle posizioni proprio per non incorrere nella censura dello stato prussiano. Tuttavia questo Hegel massone risultava poco credibile.

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