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In Fichte, una delle tre grosse figure dell’idealismo tedesco, seguito da Schelling ed Hegel, l’oggetto diventerà il limite interno al soggetto. Il primo concetto è l’infinitizzazione dell’io. In Kant l’io era il centro mentale che rendeva possibile il processo della conoscenza, un ‘io penso’ che non diventa anima (come in Cartesio), il vertice del nostro ragionamento che Kant definisce l’io legislatore della natura, dà le leggi, costituisce l’oggetto.
In Fichte questo io diventa infinito, diventa principio formale e materiale della realtà, mentre in Kant era solo formale. La principale differenza tra Kant e i filosofi idealisti è che mentre la filosofia kantiana è la filosofia del limite e il limite è il noumeno, in quella idealistica abbiamo un io illimitato, non più limitato dal mondo sensibile e dal noumeno. In Kant il soggetto è limitato dal noumeno (l’oggetto in sé) e dalle sensazioni esterne mentre in Fichte il soggetto non è più limitato, diventa l’io creatore della realtà. L’oggetto da esterno al soggetto diventa interno al soggetto sostenendo che solo in virtù di una conoscenza superficiale sembra esterno al soggetto. Ad una conoscenza approfondita l’oggetto appare interno.

Esiste una sorta di dialettica in virtù della quale l’io si scontra con la realtà esterna che si chiama non-io. Fichte mostra come la realtà esterna neghi l’io e non lo riconosca. Ma questa percezione di una estraneità della realtà si supera nel momento successivo in cui l’io riafferma sé stesso, quando riesce a cogliere la natura spirituale della realtà e riesce a spiritualizzare la realtà. C’è l’io e il non-io, l’oggetto limite che l’io può superare quando capisce che quella realtà esterna ha una essenza spirituale. In questo caso il limite viene superato e l’io è libero dal limite. Per secoli ci sono state guerre di religione: quando l’uomo ha capito il valore della tolleranza religiosa ha superato una realtà che sembrava esterna e irriducibile. Ha spiritualizzato la realtà teorizzando la tolleranza religiosa che era un’idea prodotta dal soggetto che ha modificato la realtà esterna. Puoi superare la realtà nella misura in cui spiritualizzi l’idea che ha il predominio sulla realtà. È vero che c’è una realtà esterna ma è apparente: all’inizio è un limite al mio agire ma io posso superarlo spiritualizzando la realtà che da esterna diventa interna, immateriale, dipendente dalle norme morali del soggetto. Il mondo della cultura può avere la meglio sul mondo dell’ignoranza e cambiarlo.
Questo soggetto viene definito come attività infinita, non sostanza ma attività, compie un’attività che non ha limite. Mentre l’io kantiano aveva un limite rappresentato dalla materia esterna, il noumeno e quindi era un io limitato, questo io è illimitato perché il soggetto ha l’oggetto come limite interno, non esterno.
L’io ha a che fare con un non-io che è il suo limite che gli si para contro come ostacolo tant’è vero che l’attività dell’io viene chiamata ‘streben’, ovvero sforzo. Il soggetto deve fare uno sforzo impegnativo attraverso il quale superare l’oggetto come limite e superato il limite l’io si riafferma. Questo rende possibile all’io di non essere un’entità astratta ma un’attività continua, infinita e limitata consistente nell’imporre a sé stessi un limite e nel superarlo.
L’uomo è colui il quale ha il compito di spiritualizzare il mondo, trasformare il dato di fatto in un pensiero. Gli uomini sono dio che non hanno capito che l’oggetto è interno, sono dio ancora limitato alla realtà interna. L’uomo idealista diversamente da quello dogmatico (realista) non pensa che la realtà sia un dato di fatto indiscutibile. È attivo perché pensa che la realtà possa essere modificata mentre quello dogmatico è passivo, statico, fermo. È come se la storia degli uomini portasse dio alla sua realizzazione quando gli uomini ognuno per sé e insieme nella storia spiritualizzano la realtà erroneamente considerata esterna. La storia non ha mai fine, come questa attività infinita e la storia che giunge al suo compimento è dio.

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