Fichte

A lui si deve l’inizio dell’idealismo nonché massima espressione della filosofia del Romanticismo.
Prende insegnamento e spunto dalla filosofia di Kant e inaugura una sua filosofia dell’infinito completando, a suo parere, le ricerche e gli studi di Kant.
Kant lascia infatti dei dualismi inespressi e quindi i critici, o seguaci di Kant, cercano di fondare una nuova filosofia ben salda ponendo una forte attenzione alle differenze tra fenomeno e noumeno. La “contraddizione” di Kant per quanto riguarda l’idea di cosa in sé è giudicata inammissibile da parte dei critici che vedono il concetto di noumeno come inammissibile.
Il ragionamento perseguito dai seguaci di Kant è il seguente: ogni realtà consapevole funge da condizione indispensabile del conoscere ma, se l’oggetto che si osserva è concepibile solo in relazione al soggetto che lo guarda, come può essere ammessa una cosa in sé nonché una realtà non pensata e non pensabile? Forse allora la cosa in sé non è un concetto impossibile.

La visione kantiana si limita a scindere il fenomeno a rappresentazione e la rappresentazione stessa in coscienza. Ideologia spiegata nella critica della ragion pura.
Troviamo quindi un oggetto della rappresentazione e un nuomeno come concetto limite.
Il fenomeno è un oggetto reale anche se appreso tramite forme a priori che lo definiscono per tanto fenomeno.
Il noumeno è visto come un momento critico dove ci viene ricordato che l’oggetto dato è fondato su una serie di forme a priori, non vi si applicano categorie.

L’idealismo ha una moltitudine di significati, può essere chi ha valori e può arrivare a sacrificare persino la propria vita pur di perseguirli (come Mazzini) e c’è la visione filosofica dell’idealismo che vede un particolare interesse verso le dimensioni ideali piuttosto che quelle reali e materiali.
Tale definizione di idealismo è però abbinata solamente a due situazioni:
• Idealismo gnoseologico
• Idealismo romantico

L’idealismo gnoseologico riduce l’oggetto della coscienza a un’idea o a una rappresentazione, “il mondo è una mia rappresentazione”.
L’idealismo romantico invece è diviso a sua volta in:
• Trascendentale, dove viene collegato a un punto di vista kantiano dell’io penso come principio fondante della conoscenza
• Soggettivo, dove la natura è sostanza ed è un principio unico.
• Assoluto, dove si sottolinea la tesi dell’io come principio unico di tutto, al di fuori di esso non vi è nulla.

Per Kant l’io era finito, non creava la realtà, la ordinava in forme a priori. Ecco l’uso della cosa in sé come cosa ignota che avrebbe spiegato la ricettività del conoscere e la presenza di qualcosa di fronte all’io stesso.
I seguaci di Kant aboliscono la cosa in sé approvando invece la tesi del “tutto è spirito”. L’io è diventato così creatore libero.
Per un semplice concetto di dialettica si andava poi a sostenere l’impossibilità di un’esistenza senza la sua antitesi, quindi l’io infinito creatore per essere tale aveva bisogno della natura finita e limitata. Un’attività senza ostacoli sarebbe impossibile perché astratta ma Fichte sostiene a sua volta che non è la natura a essere causa limitante e dell’esistenza propria dell’io ma bensì viceversa, l’io è la causa della natura limitata dato che questa esiste solo in funzione dell’io.
Fichte quindi pensa che:
• Lo spirito crea la realtà e qui l’uomo rappresenta il suo motivo di esistenza nell’universo
• La natura esiste come momento dialettico necessario nella vita dello spirito

L’idealismo è accompagnato anche da una forma di panteismo spiritualistico dove Dio è lo spirito operante nel mondo, Dio è l’uomo.
Pone quindi un’ideologia ben diversa dal Dio-natura (p. naturalistico) e dal Dio-esterno all’universo (trasc. Ebraico-cristiano)
L’idealismo ha quindi una forma di monismo dialettico dove esiste un’unica sostanza che è lo spirito e a questa si contrappone il dualismo metafisico e gnoseologico.

Fichte nasce nel 1762 in una famiglia poverissima, studia teologia a Jena e a Lipsia e fu proprio a Lipsia che incontrò pere la prima volta il pensiero di Kant nel 1790, leggendo la critica della ragion pura il filosofo si apre a nuove idee legate al concetto di libertà, dovere ecc.. concepisce ora la forza data all’uomo dal sistema.

Decide quindi di far leggere a Kant il suo saggio sulla critica della rivelazione ma la sua pubblicazione verrà rifiutata e ripiegò sull’impiego di professore a Jena dove tenne la prima esposizione della dottrina della scienza e dei suoi domini di morale e diritto.
A Berlino incontra Schlegel e altri romantici.

Nella prima fase della sua filosofia si focalizza infatti sull’esigenza morale che lo porta a voler agire per sentirsi bene.
Nella seconda fase della sua filosofia invece si sostituisce alla fede religiosa e la dottrina della scienza viene impiegata per giustificare la fede. Ha qui una personalità etico-religiosa che lo fanno vedere come portatore di verità disposto a soffrire tutto per essa.
Fichte si soffermerà ben poco sulla filosofia del finito posta dal maestro Kant perché andrà alla ricerca della filosofia dell’infinito che risiede nell’uomo stesso.
Il distacco vero e proprio da Kant lo avremo quando Fichte arriverà a definire la cosa in sé come un ghiribizzo e non un pensiero stabilendo così i principi della sua dottrina della scienza.

Nella dottrina della scienza viene riconosciuto l’io come principio supremo di tutta la conoscenza, è un atto di autodeterminazione esistenziale che supponeva l’esistenza come cosa già data, e che quindi non era altro che un’attività limitata dall’intuizione sensibile.
Secondo alcuni filosofi del tempo l’interpretazione di Kant per quanto riguarda la derivazione del materiale sensibile dalla cosa in sé era falso, chimerico in quanto la cosa in sé era esterna alla coscienza e indipendente da essa.

L’io è un principio materiale del conoscere, alle sue attività sono dovuti la realtà oggettiva e la realtà stessa del contenuto materiale, l’io è così finito e infinito.
L’infinità dell’Io gli pongono la spontaneità di libertà e l’assoluta libertà.

Fichte vuole porre la filosofia come sapere assoluto e perfetto non solo mezzo di ricerca, con l’idea della scienza della scienza nonché di un sapere che possa mettere in luce la validità di ogni scienza si porranno le basi per il suo intento.
Il principio di soluzione a tale intento sarà fondato sull’Io autocoscienzioso che pone la coscienza come fondamento dell’essere e l’autocoscienza come fondamento della conoscenza.
La deduzione kantiana al riguardo era di tipo gnoseologico o trascendentale, quella fichtiana era invece assoluta, o metafisica, che fa derivare dall’Io sia il soggetto che l’oggetto della conoscenza. Soggetto e oggetto sono a capo di una virtù intellettuale.
I principi della filosofia fichtiana sono tre di cui il secondo e il terzo sono implicati dal primo:
• “L’io pone se stesso” si dichiara come concetto di Io in generale, è un’attività autocreatrice infinita.
• “L’io pone il non-io””, questo oppone a se stesso qualcosa che è un non-io (oggetto, mondo, natura) così da porre un limite all’infinità dell’Io.
• “L’io oppone nell’Io all’io divisibile un non-io divisibile” l’io, con il non-io, è limitato e limite di esso, vi può essere così nel mondo degli io finiti che hanno a loro volta una molteplicità di oggetti finiti.

Questi tre capi saldi andranno a delineare la dottrina di Fichte secondo la quale poniamo:
• L’esistenza dell’Io infinito libero e creatore
• L’io finito limitato dal non-io
• Un non-io che si oppone all’io come oggetto.

Bisogna inoltre specificare che i tre principi vanno interpretati secondo ordine logico e con tale visione si potrà arrivare a dedurre che Fichte ha voluto mettere in chiaro la natura come realtà autonoma esistente come momento dialettico della vita per l’Io e il non-Io.
L’Io risulta poi finito e infinito contemporaneamente per l’esistenza della natura come limite.
L’io infinito è un insieme degli io finiti dove si può capire che la realtà è formata da un io infinito che perdura nel tempo creata da un insieme di io finiti che nascono e muoiono.
L’io infinito rappresenta per l’insieme di Io finiti una meta ideale, l’infinito non è quindi per l’uomo una realtà già data ma bensì un dover essere, una missione. L’uomo diventa così uno sforzo infinito verso la realtà che gli pone limiti, l’uomo deve umanizzare il mondo.
Ma ovviamente questa è una missione mai conclusa perché se dovessero riuscirci l’esistenza stessa di esso cesserebbe e subentrerebbe la stasi della morte.
I tre principi della deduzione fichtiana si rivedono nelle categorie:
• Categorie di qualità: il volersi porre dell’Io (tesi), l’opposizione del non-io (antitesi) e il loro limitarsi reciproco (sintesi) sono l’affermazione, la negazione e la limitazione.
• Categorie di quantità: l’io divisibile e un non io divisibile derivano dall’unità, dalla pluralità e dalla totalità.
• Categorie di relazione: l’io come soggetto autodeterminato dal processo di sostanza, un non-io che determina la causa e u n io empirico che è determinato dall’effetto sono il reciproco condizionarsi tra io e non io che danno origine alla sostanza, causa-effetto e azione reciproca.

L’esistenza del non-Io è dettata dall’esigenza della natura umana di una contraddizione per ogni tesi, è un limite fecondo che fa fermare gli elementi vivi della tesi.
Lo spirito si attua, vive e lotta per le sue affermazioni che per essere tali devono essere vittorie. Nella tesi infatti l’esordio spontaneo è malcerto e misterioso mentre nell’antitesi il dubbio è sconfortante, nella sintesi infine vi è una riconquista della sicurezza morale.

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