[h22]Ludwig Feuerbach[/h2]

Vita

Feuerbach fu per un certo tempo l’esponente più in vista della Sinistra, tanto che lo stesso Marx si trovò a scrivere: “Ci fu un momento in cui eravamo tutti feuerbachiani”.
I suoi Pensieri sulla morte e sull’immoralità del 1830 diedero effettivamente il primo scossone alla Scuola hegeliana, recandone alla luce i latenti contrasti interni.
Ludwig Feuerbach nacque nel 1804 in Baviera.
Studiò in un primo tempo teologia: il problema religioso rimase, infatti, costante per Feuerbach.
Lasciati gli studi di teologia, egli si recò a Berlino per ascoltare le lezioni del celeberrimo Hegel; non tardarono tuttavia a sorgere anche i primi dubbi sul sistema hegeliano.
Egli infatti riteneva che non fosse affatto chiaro il principio del passaggio necessario dal pensiero all’essere: in effetti il rapporto tra realtà e verità, tra essere e pensiero è il caput mortuum della filosofia di Hegel.

L’essenza del cristianesimo

Il problema del passaggio dal pensiero alla vita, dall’infinito al finito è il luogo della filosofia hegeliana sul quale si concentra la riflessione critica di Feuerbach.
Hegel aveva preteso di sollevare la finitezza del concreto all’infinito del pensiero, ma tale pretesa rivelava il carattere ancora “teologico” della sua filosofia, che finiva con il porre l’infinitezza, l’universalità come qualcosa di trascendente rispetto all’uomo reale e finito.
Secondo Feuerbach, compito della filosofia è quello di capovolgere quell’impianto tradizionale, cominciando con il porre non il finito nell’infinito, ma l’infinito nel finito, l’universale nel contingente.
In altre parole, per Feuerbach non si tratta di sollevare l’uomo concreto allo Spirito assoluto o a Dio, ma di riconoscere nell’uomo concreto la possibilità di realizzare lo Spirito assoluto e l’infinità di Dio.
Ora, se è vero che Hegel, come già Spinoza, non ha posto l’Assoluto come sostanza trascendente, tuttavia egli ha continuato ad attribuire vera realtà non all’individuo concreto, ma all’Assoluto.
L’espressione usata da Feuerbach muove da uno degli assunti centrali della filosofia hegeliana, secondo cui l’oggetto non è che l’essenza del soggetto che si rivela fuori di sé.
Ma da tale assunto, Feuerbach trae coerentemente le estreme conseguenze.
Con la figura del servo della Fenomenologia dello spirito, Hegel aveva mostrato come quegli oggetti che derivano il loro essere dal lavoro immediato dell’uomo rivelino di fatto l’essenza dell’uomo stesso, cosicché prendere coscienza di tale derivazione significa prendere coscienza della propria stessa essenza e liberarsi dalla schiavitù e dalla soggezione all’oggetto.
Feuerbach mostra come tale presa di coscienza riguardi non solo gli oggetti immediatamente prodotti dal lavoro dell’uomo, ma tutti gli oggetti ai quali egli si rapporta, per il fatto che e nel modo in cui egli vi si rapporta.
In tal senso, l’oggetto in sé preso non è altro che l’astrazione, l’alienazione del soggetto.
L’applicazione di tale concetto di alienazione al contenuto della teologia costituì il centro degli interessi di Feuerbach: il suo intento precipuo fu infatti quello di mostrare che anche nel concetto di Dio niente altro si rivela se non l’essenza dell’uomo, cosicché l’oggetto della religione non è che lo stesso essere dell’uomo proiettato fuori di sé.
Le qualità attribuite a Dio, la ragione, l’amore, la volontà altro non sono che le qualità dell’uomo esternate in un oggetto della fantasia.
I teologi hanno del resto sempre sottolineato come tutte quelle qualità abbiano in Dio carattere di infinità: infinito pensiero, infinito amore, infinito volere; ma, di nuovo, quell’infinità non è che proiezione alienante dell’infinità del pensiero umano: riferendo a Dio i propri attributi positivi, l’uomo li aliena da sé e pone in tal modo le condizioni per poterne prendere coscienza.
La religione è perciò la prima indiretta coscienza che l’uomo ha di se stesso.
Volendo riassumere, si può affermare che la religione, o meglio Dio viene “creato” dall’uomo come essenza personificata dell’uomo stesso.
L’idea di Dio nasce nell’uomo come:
1)Coscienza di se stesso come individuo/specie: l’individuo è debole e limitato, mentre la specie è invincibile.
2)Come opposizione volere/potere: nella divinità tutti i desideri sono realizzati.
3)Come genesi primordiale: sentimento dell’uomo di dipendenza dalla natura.
In quanto oggettivazione della natura umana, l’alienazione religiosa svolge dapprima una funzione storica positiva, rappresentando un passaggio necessario nel corso dell’evoluzione dello spirito umano.
Essa è però solo un momento relativo, una presa di coscienza “indiretta”, riproducendo la figura della “coscienza infelice” presentata da Hegel nella Fenomenologia dello spirito.
Se tale momento si fissa come verità assoluta, allora l’alienazione che lo caratterizza come funzione necessaria allo sviluppo della coscienza assume il significato negativo di perdita della propria essenza per estraniazione da se stessi.
L’atteggiamento religioso, ponendo una frattura incolmabile tra l’uomo e Dio e attribuendo a quest’ultimo ogni perfezione e ogni potere, finisce così per inibire lo sviluppo della coscienza dell’uomo, svilendone le potenzialità e riducendolo alla schiavitù e al fanatismo.
L’uomo dimentica così che il vero soggetto della religione è lui stesso, che il concetto di “Dio” è solo una proiezione dei suoi stessi attributi positivi, delle sue aspirazioni e dei suoi desideri.
Le infinite possibilità che la religione assegna alla divinità non sono infatti che antropomorfismi; ma la mancata consapevolezza del vero fondamento dell’atteggiamento religioso conduce l’uomo a una rassegnata attesa del regno dei cieli, travestimento fantastico di ciò che dovrebbe e potrebbe essere la vita sulla terra.
Secondo Feuerbach è ormai tempo che l’uomo recuperi in sé i predicati positivi, le potenzialità che ha proiettato fuori di sé, convertendo la teologia in antropologia.
Alla filosofia spetta dunque il compito di rivalutare la “divina” infinità che risiede nel sentimento umano e la “divina” possibilità che risiede nella volontà umana.
Il pensiero di Feuerbach inclina maggiormente verso il naturalismo, rivalutando in modo ancora più accentuato l’uomo sensibile.
L’origine della religione viene più specificamente posta nel sentimento di dipendenza che l’uomo ha rispetto alla natura: la natura è infatti il primo oggetto del sentimento religioso.
L’uomo è innanzi tutto natura, bisogno, necessità fisiologica e il mancato soddisfacimento di tali necessità inibisce ogni possibilità di elevazione alle altezze dello spirito.


Principi della filosofia dell’avvenire

L’ideale feuerbachiano è quello di una società che si ponga come meta il raggiungimento della felicità di tutti e di ciascuno.
Ma tale rivoluzione antropologica e politica comporta una rivalutazione della sensibilità e del sentimento, fondamenti “naturalistici” di quella che Feuerbach chiama la “filosofia dell’avvenire”, una filosofia che potrà edificare, al posto degli antichi fantasmi religiosi e metafisici, una nuova dialettica tutta terrena dell’amore.
L’essenza dell’uomo non risiede nel singolo uomo, ma solo nella comunità degli uomini: tale consapevolezza dovrà permeare la filosofia dell’avvenire, fondata sul reale dialogo tra gli uomini concreti, unico vero criterio di verità e di universalità.
Allo stesso modo, la società dell’avvenire si farà portatrice di un nuovo modello di virtù, fondato sulla coincidenza della felicità propria e di quella altrui, sull’eguaglianza sociale dell’uomo con l’uomo e dell’uomo con la donna.
In tale prospettiva, la virtù sarà il fine stesso della felicità, il suo compimento più pieno: una virtù tutta umana che è insieme realizzazione progressiva del regno di Dio sulla terra ovvero, dell’esistenza dell’uomo nel mondo.
Ma sia la filosofia dell’avvenire sia la società dell’avvenire potranno realizzarsi solo attraverso l’amore.
Hai bisogno di aiuto in Filosofia Moderna?
Trova il tuo insegnante su Skuola.net | Ripetizioni
Registrati via email
Consigliato per te
Feuerbach, Ludwig - Vita e filosofia