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Renato Cartesio - Vita, opera, obiettivo in breve


Cartesio studia al collegio La Flèche, uno dei più prestigiosi dell’epoca. Il suo obiettivo è quello di trovare un metodo con il quale partire da zero e togliersi ogni dubbio, dopo aver messo in dubbio tutto. Vuole trovare un metodo filosofico per rendere l’uomo sicuro, per togliergli tutti i dubbi.
Il “Discorso sul metodo” è la sua opera principale. In realtà doveva essere la prefazione di un trattato sul mondo, intitolato “Trattato sulla luce”. Cartesio decise di non pubblicarlo a causa del processo a Galilei (aveva finito la stesura nel 1633). Quindi decise di autocensurarsi e togliere tutto ciò sarebbe potuto essere ritenuto eretico. Ciò che rimase dall’autocensura che pubblicò furono tre saggi sulla “Geometria”, “Diottrica” e sulle “Meteore”, che erano parti del trattato originario.
Dopo gli studi, sentì di avere più dubbi che certezze. Decise così di arruolarsi nell’esercito (durante la Guerra dei Trent’anni). Essendo nobile, non doveva combattere e così questa esperienza gli diede l’occasione di girare l’Europa e studiare.
È considerato il padre del razionalismo moderno (razionalismo: la conoscenza parte dalla sola ragione).
Razionalismo ed empirismo erano già presenti sin dai filosofi greci. Il primo razionalista fu Parmenide (i sensi ci portano sulla via sbagliata). Per l’empirismo, invece, la conoscenza parte dai sensi. Un esempio di empirista fu Ockham. Cartesio fu colui che rispolverò il razionalismo in età moderna. Hume e Locke, invece, rispolverarono l’empirismo del Trecento (quello di Ockham). Altri importanti razionalisti furono Spinoza e Leibniz.
Dopo l’esperienza dell’esercito decise di andare in Olanda perché in Francia partecipava a troppe feste, che, insieme alla vita mondana che trascorreva, lo distraevano troppo dai suoi studi. Andò così da Cristina di Svezia per istruirla, trovano però la morte a causa di una polmonite.

Filosofia cartesiana


Punto di partenza: trovare un metodo teoretico e pratico per uscire dal groviglio di dubbi in cui si trovava. Per teoretico si intende un metodo in grado di distinguere il vero dal falso; pratico il giusto dallo sbagliato, facendoci capire ciò che è utile o dannoso.
Ritrova nella matematica i fondamenti più adatti al suo scopo, assumendola come modello per trovare il suo metodo, grazie alla chiarezza che offre. Il metodo che lui vuole è, quindi, già usato dall’uomo nella matematica, ma non è ancora stato teorizzato, quindi non è possibile applicarlo ad altri campi.
Il compito del filosofo diventa così quello di:
•Esplicitare le regole, formularle
•Giustificare le regole, dire perché bisogna fidarsi. Cartesio non vuole imporre il suo metodo, ma dimostrarci perché dobbiamo fidarci. L’importante è il ragionamento filosofico con cui giustifica le regole.
•Applicare le regole in altri campi, verificando che siano utili ed efficaci

Le regole


Nella parte prima del Discorso enumera le quattro regole che ritrova nella matematica. Una volta trovate, bisogna evidenziarle, giustificarle sul piano filosofico, applicare agli altri campi del sapere, per renderlo esatto come quello matematico.

Evidenza


Bisogna accettare e assumere per vero solo ciò che ci si presenta in modo chiaro, distinto ed evidente da punto di vista razionale, qualcosa su cui la nostra ragione non può esercitare alcun minimo dubbio. Il problema di questa regola è che possiamo avere dubbi su tutto e quindi la sua applicazione non è così semplice. Questo qualcosa, però, deve essere chiaro e distinto per tutti, non solo per il singolo.

Analisi


Di fronte ad un nuovo argomento, dobbiamo agire dividendo qualsiasi difficoltà o problema in più possibili parti, analizzandole una per una.

Sintesi


Quando comincio a studiare qualcosa bisogna partire dalle cose semplici e gradualmente salire verso quelle più complesse. Si tratta, quindi, del cammino opposto all’analisi. È la regola della gradualità.
Enumerazione e revisione
È la fase che controlla i passaggi precedenti. In particolare, l’enumerazione controlla che l’analisi sia stata condotta correttamente, controlla che non sia stato saltato alcun passaggio, mentre la revisione fa lo stesso per la sintesi.

Il metodo non ha una giustificazione in sé, ma ha bisogno di essere filosoficamente legittimato. Cartesio per vedere se queste regole sono valide dice che bisogna esercitare il dubbio, il dubbio metodico. È detto metodico perché serve per giustificare il metodo e perché viene esercitato metodicamente su tutto. Bisogna quindi esercitare una critica radicale di tutto il sapere già dato. Il dubbio esteso anche al sapere più certo, la matematica, è il dubbio iperbolico. Cartesio dice che bisogna dubitare anche della matematica perché potrebbe esistere in genio maligno dentro di noi che potrebbe farci vedere le cose come in realtà non sono, convincendoci della realtà delle cose che vediamo.
Però di una cosa non si può dubitare, ovvero dell’uomo stesso che dubita: “cogito ergo sum”, “penso dunque sono”. Utilizza il verbo “pensare” perché il dubitare è comunque una modalità di pensiero. Ora, quindi, siamo sicuri che ci sia qualcosa in noi che pensa, ma non sappiamo ancora cosa. Cartesio ipotizza così l’esistenza di una “cosa pensante”, la “res cogitans”, che dubita. Cartesio dimostra così l’esistenza di un qualcosa che pensa, ma non possiamo ancora dire che noi (uomini) esistiamo davvero. Siamo solo sicuri che qualcosa in noi sta pensando e vedendo, ma sta vedendo cose che non siamo sicuri siano reali. Al momento siamo solo certi dell’esistenza della cosa pensante.

Accuse riguardo il cogito


Accusa di circolo vizioso


Secondo questa accusa noi accettiamo il cogito perché è evidente. Utilizziamo quindi la regola dell’evidenza, che però non è ancora stata dimostrata. Cartesio pretende di dimostrare la validità della regola dell’evidenza applicandola già all’inizio, la usa prima di dimostrare che sia valida.
Cartesio risponde che il cogito è auto-evidente. La regola dell’evidenza vale per le cose esterne. Il cogito, invece, è evidente alla nostra coscienza, alla nostra interiorità. Quindi è auto-evidente.

Accusa del sillogismo abbreviato o mascherato


Cogito ergo sum è solo una premessa di un sillogismo più grande, che secondo Gassendi è: “Tutto ciò che pensa esiste. Io penso. Dunque esisto”. In questo modo la prima premessa “Tutto ciò che pensa esiste” diventa dubbiosa e allora la conclusione non può più essere certa. Non possiamo dire che ogni cosa che pensa è evidente che esista, perché cadiamo di nuovo nella regola dell’evidenza prima di dimostrarla.
Contro-obiezione: il cogito è un’intuizione immediata, non un ragionamento.

Critica di Hobbes


Per Hobbes, Cartesio sbaglia quando pretende di dire che a pensare può essere solo la ragione o comunque qualcosa di immateriale. Lui si chiede perché invece non possa essere il cervello a pensare. Dire che io sto pensando, quindi sono una sostanza pensante, per Hobbes equivale a dire che se sto passeggiando allora sono una passeggiata. La sostanza del pensiero non deve per forza essere l’anima o lo spirito, ma anche qualcosa di materiale, come il corpo o il cervello.
Cartesio non riesce a obiettare questa critica in maniera ottimale. Infatti, risponde che se c’è il pensiero, significa che c’è una sostanza che gli sta sotto, ovvero la res cogitans, l’anima o sostanza pensante. Questa è l’essenza dell’atto pensare. Essendo quest’ultimo qualcosa di immateriale, allora anche la sostanza pensante lo è. Dice inoltre che il pensare, a differenza del passeggiare, è un’attività essenziale per l’uomo.
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