Ominide 1909 punti

Giordano Bruno

Si caratterizza come filosofo che esprime profondamente il pensiero naturalistico dell’epoca, una filosofia della natura e che viene recuperata nel rinascimento.
Nasce a Nola vicino Napoli nel 1548, morirà il 17 febbraio 1600. Una data simbolica, che segna l’inizio del secolo nuovo con un rogo in campo de’Fiori, a Roma.
Non abbiamo immagini sue ma rappresentazioni in parole ad opera dello stesso. Nel Candelaio dà un’immagine di sé divenuta celeberrima, descrivendosi “un cane che ha ricevuto mille spellicciate”. È un’immagine dura di chi ha molto anche la seconda, in cui si definisce “gallo che ha dato dura battaglia, che ha combattuto bene anche se ha perduto”. In queste frasi possiamo leggere un forte senso di sé, tanto che si descrive a volte anche come “angelo messaggero degli dèi, mandato fra gli uomini a riportare la luce dopo secoli di tenebre”. Queste tenebre sono la scellerata opera compiuta dal cristianesimo nemico contro cui combatte una battaglia durissima, dove fu solo, isolato.

Molti interpreti non concordano su questo isolamento, perché molti altri stavano combattendo gli esiti funesti della controriforma, devastanti soprattutto in Italia dove viene importato il metodo dell’inquisizione spagnola. Visse però certamente permanentemente solo, perché si stava muovendo all’interno di un terreno nuovo, che è una filosofia originale, diversa. Morì dicono alcuni in condizioni di grande solitudine, nel silenzio di tutti i grandi pensatori europei, indice della stessa incomprensione sperimentata anche da Keplero e da Galilei, che a differenza sua alla fine opta per l’abiura.
Giordano era persuaso che la verità sia un valore in sé e che vada dunque difesa. Per essa bisogna battersi, al di là di qualsiasi principio di ricompensa. Dunque anche la vita di può sacrificare per la verità nel pensiero di questo personaggio forte ed eclettico anche nella formazione, iniziata giovanissimo in un convento di domenicani, realtà molto colta. Durante il periodo di formazione legge avidamente le opere ortodosse, ma anche di pensatori arabi, scritti ermetici e alchimistici, ma studia anche i filosofi della scolastica, l’Aristotele già commentato da Averroe, Democrito Epicuro e Lucrezio, nonché le opere di Copernico Erasmo e Cusano. Ma se l’inizio della sua formazione è molto legato ad una fede che vede soprattutto in Cristo l’elemento base.
Portante, ben presto il giovane domenicano comincia a maturare dubbi, che diventano tanto grandi da spingerlo a lasciare il convento per una serie di viaggi. Questo è il motivo per cui è filosofo nel senso classico del termine. Comincia dall’Italia con Roma Venezia e Novi Ligure ma le maglie della controriforma gli premono addosso e allungano i tragitti fino a Ginevra, Parigi dove nel 1582 pubblica “il Candelaio” e il “de umbris idearum”.
Nell’83 si sposta in Inghilterra dove risiede due anni venendo a contatto con la corte elisabettiana e con uomini di grossa levatura. Qui scrive la cena delle ceneri, raccolta di dialoghi fra dotti sull’universo, con diverse interpretazioni. Altra opera molto importante di carattere filosofico stavolta è il “de la causa principio e uno” e “de l’infinito universi e mondi” poi due opere da segnalare sono “lo spaccio de la bestia trionfante” “de l’eroici furori”.
Le opere del periodo londinese contengono una forte carica anticristiana
Torna poi a Parigi e in Germania, poi a Praga e nuovamente in Germania, in quel viaggio divenuto dolorosa peregrinazione, quasi un esilio in cui viene cacciato da tutte le comunità religiose (calvinisti, puritani, luterani). Venuto a contatto con le diverse confessioni cristiane, sperimentandone le comuni intolleranze, Bruno elabora una riflessione sulle religioni rivelate estremamente radicale e polemica: ritiene che siano utili per l’educazione di “rozzo popoli, che dènno esser governati”, ma contrarie alla ragione e alla natura.

Riceve un invito finalmente da un nobile veneziano nel 1591: Giovanni Mocenigo lo invita perché molto interessato da una tecnica che Bruno stava sviluppando, la mnemotecnica, che si riferisce all’arte lulliana, la quale sosteneva di poter rafforzare la capacità mnemonica dell’uomo.

Pensando forse che la Serenissima avrebbe potuto proteggerlo, giunge per essere cacciato e accusato l’anno successivo, chiamato in causa anche dall’inquisizione. Bruno non si esprime con le attenzioni dovute in un’epoca come quella della controriforma dove, come afferma Paolo Sarpi “nessuno in Italia può fare a meno di portare una maschera”.

Il tribunale ecclesiastico però aveva buoni motivi per approfondire il suo caso, dato che Bruno aveva maturato posizioni nettamente anticristiane, assumendo Gesù come esempio negativo che dovevasi combattere e dal cui insegnamento si doveva liberare gli uomini. Ad esempio nello spaccio della bestia trionfante il cristianesimo è ritenuto una fonte di discordia e di guerra fra gli uomini, e i cristiani avrebbero corrotto la natura e la ragione. Poiché ritenuto un invito alla rassegnazione, il cristianesimo esprime un’epoca di decadenza, preparando l’uomo all’aldilà, alla morte e non alla vita.
Cristo è definito “cattivo mago” mentre Bruno è il “buon mago”. Questo termine è usato perché in periodo rinascimentale la magia e l’alchimia erano largamente utilizzate, in riferimento alla natura. Compito del filosofo è riportare il mondo ad un’epoca sapienziale pre-cristiana.

Si nota in questa contrapposizione nuovamente il carattere di teatrante, che mette in scena ogni giorno la propria vita in dialoghi che sembrano opere teatrali. La fine della sua vita stessa sarà inscenata, in uno straordinario gioco di ribaltamento delle parti dei personaggi: lui che è l’accusato diventa accusatore, tanto che sarà necessario inchiodargli la lingua nel percorso a campo de’ fiori, perché si ritiene bestemmiasse, se non contro Dio quantomeno contro l’inquisizione.

Bruno difende invece una diversa religiosità che consiste nel filosofare stesso, riprendendo l’idea di Pico della Mirandola di una sapienza originaria sulla quale sarebbero concordi tutti i filosofi antichi orientali e cristiani.

Muore perché sostiene una religione magica che recupera molto dell’antica conoscenza egizia, dal quale è affascinato. Si chiede i motivi della grandezza di questo popolo e li trova nella capacità di comunicazione con le divinità attraverso la natura.
Si va delineando il legame fondamentale fra magia, natura e uomo. La magia e la mnemotecnica sono strumenti attraverso cui comprende la natura, che è un tutto vivente, vita-materia universale.
Parliamo anche panteismo perché Bruno concepisce la natura come animata da una forza interiore (che consideri divina la totalità delle cose e che identifichi la divinità con il mondo) e ilozoismo (dottrine per le quali il principio vitale è originariamente intrinseco alla materia, che non necessita quindi di altro movente esterno per il suo divenire).

Una diversa concezione legata all’universo fa di questo filosofo un moderno. inizialmente aveva preso le difese della posizione copernicana, scardinando la visione aristotelico-tomista descrivendola come inizio di una nuova cosmologia non più vincolata a una gerarchia che subordina il cielo alla terra.
Ma nella cena delle ceneri si spingerà addirittura a immaginare un universo infinito con infiniti mondi e innumerevoli forme di vita, nel quale la terra e l’uomo rivestono un posto pari a quello di Dio. L’universo è infinito perché è l’effetto di una causa infinita.
Riprende la tesi averroista della doppia verità ma portandola alle estreme conseguenze, tutta a discapito della fede, operando una netta distinzione fra la filosofia della natura e gli insegnamenti della Bibbia, che finiscono con l’avere alcun valore conoscitivo.

Non c’è più posizione centrale in questa infinità, l’uomo è spodestato dalla sua superiorità, anche nel rapporto sociale, perché l’anima dell’uomo non può ritenersi superiore agli animali e alle cose inanimate, quindi parificato sotto il sole dello stesso Dio, che è prodotto di quella stessa vita-materia universale. al contrario del platonismo, non esiste una gerarchia fra gli esseri, i quali partecipano tutti in modo diverso dell’Uno.
È di primaria importanza ricordare che siamo in un periodo di forte colonizzazione, che poneva la questione della civilizzazione degli amerindi, affrontata (almeno in via ufficiale) dalla chiesa negando agli indigeni la qualifica di esseri umani. Ma anche gli animali, frutto ancora della stessa materia, non hanno differenze con l’essere umano, almeno materialmente.
C’è tuttavia una distinzione fra uomini, che se sono tutti uguali in fatto di materia, si distinguono per merito, per le opere che praticano in ambito civile e politico, e dunque una distinzione anche con gli animali, da cui si disgiunge per “intelletto e mano”. Il valore dell’uomo risiede nel suo fare, perché i mali da fuggire sono l’ozio e la rassegnazione.
L’intellettuale è anche tecnico che non ha paura di sporcarsi le mani nella realizzazione dei loro progetti, che spesso sono strumenti pratici. Bruno è totalmente estraneo all’antropocentrismo, pur valutando con interesse l’uomo, e difendendo la tesi dell’unicità e eccezionalità della creatura.
La scoperta dell’infinito porta il filosofo a concentrarsi su un altro problema, il rapporto fra finito e infinito: per Bruno non c’è mai una versa relazione fra il finito e l’infinito benché da uno si possa tendere all’altro. Ecco perché la figura di Cristo è inconcepibile. Cristo dovrebbe essere al tempo stesso uomo e Dio, unità di finito e infinito, e questo è impossibile. Per esprimere questa impossibilità utilizza l’immagine mitologica del centauro, una “creatura mostruosa” come Cristo, perché è inconcepibile e perché non è possibile mettere in relazione quello che è strutturalmente relazionabile.
L’antropizzazione della divinità porta l’uomo a tangere l’infinito nella natura, che è questo Dio inteso come principio immanente. il Dio di Bruno è allo stesso tempo causa e principio. La sua religione naturale è stata definita anche religione civile, da connettere al credo stoico in antitesi all’epicureismo.
È in questa immanenza che secondo Bruno l’uomo può tentare di agire attraverso le immagini nelle quali si rispecchia la divinità e dalle quali l’uomo può faticosamente ristabilire per “guardare la divinità” nella grande immagine della natura.
Gli infiniti mondi sono fondati su una sostanza unica, materia universale. Solo in questo senso Dio è comprensibile come natura, causa del mondo, in quanto genera le cose restandone distinto, ma anche principio perché permane in esse, rendendole vive. Questa concezione vitalistica e panteistica di universo infinito e vivo è anche il presupposto della magia.

Nel dire questo Bruno può essere definito antico o moderno? Moderno tanto in quanto Giordano prima di Galilei e di Bacon sottolinea l’importanza di sondare la natura per conoscerla spiritualizzarla e cambiarla per adattarla agli uomini. In questo tentativo di comprendere e agire è moderno.
Ma è anche antico come sarà antico anche Bacone, perché sondare la natura per Bruno significa valorizzare aspetti qualitativi e non quantitativi, cioè la realtà è continuamente in trasformazione e questo movimento impedisce la possibilità di misurazione, perché l’oggetto che dovrebbe essere misurato momento per momento si trasforma.

Sono da sottolineare gli atteggiamenti combattivi e perseveranti durante entrambe i processi (di Venezia e di Roma), finalizzati alla libertà, e alla libertà di ricerca e indagine scientifica. Bruno non è un martire, combatte per questi valori. Fra i processi c’è una diversità legata ai suoi interlocutori. Se a Venezia B. dissimula (diverso da simulare) riesce a nascondere il suo vero volto, nucleo fondante della sua speculazione, ma senza imbrogliare, usando le abilità oratorie e l’impreparazione degli inquisitori. Pare che Bruno fosse in qualche modo disposto a trattare con questi, e a genuflettersi davanti a loro, purché questo avvenisse in privato. Il motivo in primo luogo è la onestà delle sue azioni e perché voleva al più presto andarsene dall’Italia, ma anche perché vuol mantenere viva la sua verità. Da Roma arrivava la pressante richiesta di trasferire Bruno nella capitale, dove il processo più duro non gli lascia via di scampo. Non può dissimulare né vuole simulare a proposito di metempsicosi, riguardo alla concezione di infinito e infinità, dunque la decisione è presa: sceglie di morire.
Le difficoltà nel prendere una decisione per l’inquisizione viene da un lato dall’impossibilità di comprendere per non volontà o non capacità, specialmente di Bellarmino.
Nel dialogo de gli eroici furori, pubblicato a Londra nel 1585, Bruno mostra due strade per vincere la miseria della realtà: l’una propria del sapiente è rappresentata dalla razionale indifferenza agli eventi che accadono, e porta a comprendere la verità ma confinata entro i limiti dell’umano.
L’altra tentata dal filosofo, cerca di congiungersi al divino, nell’eroico furore, che rappresenta la ricerca di verità e costituisce la tensione spirituale verso il superamento dei propri limiti.
Durante il processo romano possiamo vedere come nel concreto si realizza l’eroico furore, che è una esperienza di nervi, di muscoli, che coinvolge tutto il corpo.
Solo coinvolgendo direttamente tutto il corpo nell’esperienza filosofica è possibile che l’uomo in qualche modo riesca a vedere la verità. Questa espressione ha un significato molto profondo legato ad un percorso di vita che ogni singolo uomo deve fare. Ogni uomo ha la sua strada per giungere a vedere qualcosa rispetto a quella vita-materia universale. Ogni uomo ha il suo percorso per vedere qualche cosa attraverso la natura, la magia, la mnemotecnica. Tutto nel pensiero di Bruno è sfuggente.

Hai bisogno di aiuto in Filosofia Moderna?
Trova il tuo insegnante su Skuola.net | Ripetizioni
Registrati via email