Mongo95 di Mongo95
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Tutto si gioca nella tensione che sussiste nella grande cultura greca, soprattutto delle origini, tra l’elemento dionisiaco e l’elemento apollineo. Il dionisiaco indica il mondo oscuro dell’istinto e della vita, l’appartenenza a quella forza primigenia della natura in cui ciascuno non è più se stesso ed è immerso ina una volontà irrazionale. Il dionisiaco non è solo fonte di ebbrezza, ma anche di sofferenza, di dolore e di morte. Per poter sopportare la sofferenza, i greci hanno “inventato” gli dei, hanno inventato l’arte che dà la forma bella e pacificata al dolore della vita. Il caos viene trattenuto, ricomposto e sublimato: è l’apollineo.
Ma è piuttosto nella tragedia attica che la grecità compie davvero se stessa. Lo spirito tragico è fatto essenzialmente del rapporto indissolubile tra il dionisiaco e l’apollineo. È la stessa struttura dei componimenti tragici a mutare, sotto l’influsso di quello che Nietzsche chiama l’atteggiamento socratico: essa non mette più in scena la lotta tra il dionisiaco e l’apollineo, ma nasce piuttosto dall’intento di spiegare razionalmente e giustificare moralmente l’azione rappresentata. L’eroe è l’uomo giusto e il giusto è tale perché conosce il vero e sceglie il bene. Comincia così la grande decadenza dello spirito greco. Il mondo delle forme fenomeniche è una creazione del soggetto umano, che nasconde e a sua volta si basa su quella cosa in sé che resta sempre oscura rispetto alle spiegazioni dell’intelletto, ma che quest’ultimo porta ad espressione con la sua conoscenza, una conoscenza tragica. La conoscenza è dunque un’avventura disperata, perché la natura nasconde all’uomo la maggior parte delle cose, come il suo stesso corpo: non è possibile in altri termini considerare le nostre conoscenze come determinazioni oggettive delle cose. Il nostro intelletto è fatto solo di “impulsi soggettivi”, e quando esso afferma di possedere la verità, in verità si tratta di una menzogna, perché tutto ciò che si conosco non è mai “vero in sé” a prescindere dall’uomo. La verità è dunque completamente antropomorfica. Nasce dal linguaggio e indica convenzioni sociali. Per Nietzsche dietro le nostre conoscenze “vere” non c’è affatto il nulla, ma c’è la vita. Se la presunta verità si afferma solo grazie all’oblio dei nostri impulsi soggettivi, per cogliere questi ultimi bisognerà obliare la verità e far emergere la vita.

Uno dei modi per cui il nesso conoscenza-vita è maggiormente ostacolato nell’epoca di Nietzsche è la sempre più diffusa e invasiva concezione del passato storico, nello storicismo. L’utilità di ciò che è storico, per Nietzsche, se presenta in tre forme che corrispondono a tre atteggiamenti dell’esistenza umana:
a. La storia monumentale; cioè il legame tra i casi più nobili e gli esempi più elevati accaduti nel nostro passato --> l’uomo che vuole creare grandi cose
b. La storia antiquaria; nella quale si conservano le vestigia del passato e le si esibisce --> l’uomo che ama perseverare nella tradizione
c. La storia critica; consiste nel giudicare e all’occorrenza nel condannare i fattori in gioco dell’epoca presente --> l’uomo che si vuole liberare dal peso
Facendo una storia critica della propria epoca, Nietzsche enuncia il patologico sbilanciamento che si è realizzato nel rapporto tra la storia e la vita: la storia è diventata scienza (storiografia) e sembra che si esaurisca totalmente in quest’ultima. È necessario innanzitutto imparare a vivere e poi ad usare la storia al servizio della vita, e i giusti antidoti sono l’antistorico e il sovrastorico.

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