Oltreuomo

L’oltreuomo è uno dei nodi centrali del pensiero di Nietzsche che lui espone all’interno dell’opera “Così parlò Zarathustra”, pubblicato tra il 1883 e il 1885. Questa traduzione del termine Übermensch è stata preferita , soprattutto negli ultimi tempi, a “superuomo”,che possiede una forte connotazione ed è spesso stato utilizzato dal nazismo. L’oltreuomo è l’uomo dionisiaco che, dopo aver abbandonato ogni fede metafisico - religiosa, riesce a superare l’angoscia per la morte di Dio, vale a dire per la morte di tutte le prospettive metafisiche che contrappongono alla nostra realtà, finita e imperfetta, una realtà più alta e ideale, e a vivere intensamente la vita e il suo corpo. Può anche essere considerato come un concetto filosofico che indica: un uomo in grado di staccarsi dalla tradizione cristiano – occidentale, uno spirito che afferma la sua indipendenza rispetto a tradizioni e convenzioni, colui che resta “fedele alla terra” e non crede in una “sopraterrena speranza”, che riesce ad affrontare e superare la morte di Dio senza rifugiarsi nella ricerca di altre verità e quell’uomo che ama la vita e condanna tutto ciò che la nega. Nietzsche descrive il percorso che l’uomo deve compiere per trasformarsi in un oltreuomo, che, attraverso l’eterno ritorno, è padrone tanto del suo passato quanto del suo futuro, come una metamorfosi in tre fasi dello spirito: in origine l’uomo è completamente assoggettato e riverente ai valori che gli si impongono, come un cammello a cui si dettano ordini, poi passa ad essere leone, consapevole di ciò che vuole e libero dai valori, fino ad arrivare alla fase del fanciullo, che corrisponde all’oltreuomo e che crea i suoi valori. Attraverso il concetto di eterno ritorno, altro nodo fondamentale della filosofia nietzschiana, l’oltreuomo nono solo comprende di avere nelle proprie mani il suo futuro, ma anche di avere delle responsabilità sulle sorti del mondo intero, in quanto le sue azione possono potenzialmente ripetersi all’infinito.

Morte di Dio

La morte di Dio viene annunciata ne “La Gaia Scienza”, pubblicata nel 1882, e poi propriamente affrontata all’interno di “Così parlò Zarathustra”. Quando Nietzsche parla di morte di Dio, non fa riferimento soltanto al Dio cristiano o al motore immobile di cui parlava Aristotele, ma alla morte di ogni tipo di metafisica, in quanto Dio è la personificazione di tutte le certezze che l’umanità ha costruito nel tentativo di “spiegare” la nostra esistenza. Si tratta della morte di tutte le prospettive metafisiche che pongono il senso ultimo del mondo in una dimensione ultra terrena, in un mondo parallelo al nostro ma più vero: questa concezione costituisce una menzogna, in quanto il senso del mondo non può che risiedere nel mondo stesso, un tentativo di fuga da quelle responsabilità che il mondo ci pone costantemente di fronte e un disprezzo del mondo in cui viviamo, al quale ne preferiamo un altro, parallelo. Questo nodo del pensiero di Nietzsche è esposto in maniera chiara all’interno dell’aforisma anche conosciuto come “Il grande annuncio”: una mattina quello che è definito come un uomo folle corre in un mercato gridando che sta cercando Dio. L’uomo folle è il filosofo viandante, incarnazione della filosofia genealogica e dello spirito libero che, dopo aver abbandonato ogni pregiudizio, vaga senza patria, emancipandosi dalle tenebre dell’esistenza per vivere una vita secondo i dettami della filosofia del mattino, vale a dire libera da ogni certezza precostituita. Mentre corre per il mercato, viene schernito dai borghesi, incarnazione del pensiero positivista che ripone piena fiducia nel progresso e nella scienza. Successivamente fa un’affermazione molto importante, quasi scandalosa: egli sostiene che Dio è morto e che ad ucciderlo siamo stati noi uomini, intendendo per morte di Dio la consapevolezza di non aver nessuna certezza assoluta; per descrivere le sensazioni di angoscia e sofferenza che la morte di Dio provoca negli animi umani utilizza varie immagini appartenenti alla natura come l’assenza di orizzonte, il freddo o il buio. L’unico modo per superare questa sofferenza è “diventare dei”, vale a dire superare la condizione umana per diventare oltreuomo. Alla fine dell’aforisma, il filosofo viandante si ferma, rompe la lanterna che teneva in mano e che rappresentava la filosofia del mattino su cui aveva basato la sua vita, comprendendo di aver anticipato troppo i tempi e di essere incompreso in quest’epoca.

Tragedia

Nietzsche parla della tragedia nell’opera “La nascita della tragedia dallo spirito della musica” pubblicata nel 1872 e dedicata a Wagner, amico che lui stimava moltissimo, che attraverso i suoi drammi musicali cerca di riportare in auge la tragedia classica greca in Europa. L’opera sarà duramente criticata dai contemporanei in quanto mette in dubbio la visione comunitaria secondo cui il V secolo a. C. rappresenta l’acme della civiltà greca e che la classicità greca rispetta i canoni di armonia, rigore e equilibrio. Alla base della sua analisi di questo genere teatrale è possibile individuare due tipi di spirito, lo spirito apollineo e lo spirito dionisiaco. Il primo corrisponde ai canoni classici e presenta quelle caratteristiche che vengono solitamente attribuite al dio Apollo, vale a dire razionalità, rigore e equilibrio;l’ espressione del suo impulso psicologico è il sogno e quello dell’impulso artistico sono le arti figurative. Lo spirito dionisiaco, invece, è caratterizzato da un caos smisurato e dal flusso vitale; la sua espressione psicologica è l’ebbrezza e quella artistica la musica. Nietzsche pensa che l’apollineo si sia originato a partire del dionisiaco, in quanto esso crea un mondo razionale e ordinato per sopportare il caos, esso è la causa della divisione del tutto ed è intrappolato dall’illusione e da quello che Schopenhauer chiamava velo di Maya. Apollo non può però esistere senza Dioniso, in quanto lo spirito dionisiaco costituisce la forza vitale che si nasconde dietro e anima il mondo delle belle forme creato dall’apollineo.
Il termine “tragedia” viene dal greco, più precisamente dalla commistione dei due termini “tragon” e “ode” , rispettivamente “ capro” e “canto”: il significato è infatti “canto del capro”, in quanto ha origine dal coro dei seguaci di Dioniso, travestiti da capri, da cui si stacca il corifeo, che inizia a dialogare con il coro, dando origine alla scena drammatica. È considerata come l’espressione apollinea del dionisiaco: l’elemento apollineo è il dramma raccontato, mentre quello dionisiaco il mezzo utilizzato, cioè il coro e il canto. La morte della tragedia è rappresentata dal soffocamento della dimensione dionisiaca dell’esistenza da parte del razionalismo filosofico iniziato da Socrate e interpretato principalmente da Euripide. Quello che il filosofo fa attraverso l’uso della tragedia è una critica alla decadenza occidentale, fondata su un sostanziale no alla vita, spesso tradotto in fuga e rinuncia, a cui Nietzsche contrappone un’esaltazione della passione e della vita.
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