pexolo di pexolo
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Nel passato la malattia di Nietzsche ha rappresentato un “argomento” di cui si è servita certa critica per screditare il suo pensiero. In alternativa, si trovava una stretta correlazione tra il carattere patetico-sintomatico della filosofia e l’effettivo stato patologico del filosofo; questo è possibile interpretando la sua filosofia non come una filosofia della crisi, ma come la più autentica espressione della crisi e questo il motivo per cui si proponeva di frantumare tutto ciò che le si faceva incontro, se stessa compresa. In entrambi i casi, tuttavia, la malattia venne considerata come qualcosa di esclusivamente negativo. Questo in base al pregiudizio positivistico secondo cui una filosofia dovuta a una mente malata sarebbe perciò stesso malata. In seguito la situazione è radicalmente mutata. Nel saggio “Il Significato di Nietzsche nella Storia della Filosofia”, pubblicato da Karl Jaspers nel 1968, egli sosteneva che vi fossero tre difficoltà alla comprensione di Nietzsche:

1. L’ammasso di frammenti (o di macerie) con cui si presentano molte opere del filosofo, percorse da nessi assai difficili da comprendere che collegano i frammenti; sebbene si possa inizialmente credere che fosse la natura cagionevole a impedirgli la calma e l’ostinata continuità di lavoro, necessarie per un’opera di ampio respiro, queste furono miracolosamente rispettate nello stile dell’operare nietzschiano, i cui frutti presentano la lunga serie di opere portate a termine e l’immenso materiale accumulato per altre. Rimane quindi da constatare che ben altre furono le cause che lo spinsero a scegliere l’aforisma come forma stilistica.

2. La malattia di cui soffriva Nietzsche, la sifilide di terzo tipo, oltre a procurargli una paralisi progressiva era per lui causa dell’allentamento dei freni inibitori; partendo da questo presupposto medico, Jaspers sostiene che il compito del lettore è l’eliminare quel senso dell’umorismo, stravaganza, estrema eccessività, unilateralità, cecità, illusione e di certo quella assurdità che non appartengono al ‘vero’ Nietzsche.

3. L’incapacità che si prova nel cercare di identificare unilateralmente la sua filosofia, «la mia ‘filosofia’, se ho il diritto di chiamare così ciò che mi tormenta fin nelle radici del mio essere, non è più comunicabile». Jaspers denota comunque quali sono le qualità di questa filosofia, che con convincente serietà, chiaroveggenza e onestà rappresenta a pieno titolo la contemporanea rottura con la tradizione; inoltre, egli riconosce nella malattia una condizione funzionale per la profonda riflessione compiuta da Nietzsche, cioè limite per la sua vita ma proficua per il suo pensiero.

In un aforisma di Aurora, intitolato Della conoscenza di colui che soffre, il filosofo scrive: «La condizione di certi uomini malati che a lungo e terribilmente sono tormentati dai loro dolori, senza che per questo il loro intelletto resti offuscato, non è senza valore per la conoscenza, anche prescindendo del tutto dai benefici intellettuali che ogni profonda solitudine, ogni subitanea e consentita libertà da ogni dovere e consuetudine portano con sé. Colui che soffre fortemente vede dalla sua condizione, con una terribile freddezza, le cose al di fuori; egli si pone dinanzi a se a stesso privo di orpelli e di colore. Ammesso che sia vissuto fino a quel momento in una qualche pericolosa fantasticheria, questo supremo disincantarsi attraverso il dolore è il mezzo per strapparlo da essa: è forse l’unico mezzo…». Gli studiosi odierni, col fine di giudicare Nietzsche alla stregua di ogni altro pensatore, concentrano l’attenzione su quello che la sua filosofia effettivamente dice e non tanto sulle vicissitudini esistenziali che ne stanno alla base. Ciò spiega perché essi abbiano finito per liquidare l’intera questione dei rapporti tra filosofia e malattia come storiograficamente irrilevante (e, al limite, come uno “pseudoproblema”).

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