Mongo95 di Mongo95
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Nietzsche utilizza anche le proprie competenze filologiche. Scopre che in tantissime lingue, i concetti fondamentali di aristocratico/nobile in accezione sociale sono origine della stessa nozione di buono. Sullo stesso terreno socio-etimologico, scopre anche il concetto morale di “puro”, come autoproiezione dalla casta sacerdotale, un’altra realtà di potere. Distanziando “puro” da “impuro”, essa qualifica se stessa come casta e i suoi criteri di giudizio. Una proiezione etica che riflette la sua funzione sociale. È importante identificare, in Nietzsche, due diverse figure sacerdotale, che si incrociano e si distinguono.
a. Il potere sacerdotale: la casta, analogamente al potere aristocratico
b. Il prete asceta: un debole, che però trionfa e fa da guida ai deboli.
La classe sacerdotale è quindi una classe di potere, non come il prete asceta, che diventa potente per una volontà di potenza rovesciata. Ad accomunarli è una “labilità viscerale e nevrastenia”. Nella casta sacerdotale si ha una formulazione di un particolare nichilismo, che si trova anche nel prete asceta. L’esistenza sacerdotale ha determinato la genesi dell’anima, un’escrescenza corporea che diventa particolare e si approfondisce.

Il risentimento è proprio del prete ascete, che quindi è un debole. Ma la casta sacerdotale non regge la capacità di conflitto: era originariamente forte, ma di una forza inabile al conflitto e alla violenza.
Sono due caste, quella sacerdotale e quella cavalleresca, tra loro in radicale contrapposizione. Quindi, oltre al conflitto di classe forte-debole, c’è anche un conflitto interclasse tra i forti. Un conflitto tra signori, tra uomo sacerdotale e uomo cavalleresco al riguardo dei loro valori proprio. In questo conflitto però i valori aristocratici sono stati vinti e trasvalutati. La classe sacerdotale ha trionfato, compiendo questa trasvalutazione che si esplica nell’ebraismo prima, nel cristianesimo poi, con una nuova assiologia totalmente diversa: i miserabili, gli impotenti soltanto sono i buoni. Con gli Ebrei ha inizio la rivolta degli schiavi nella morale, che è stata infine vittoriosa.
Nietzsche, paradossalmente, è un “cantore” dell’ebraismo, cogliendolo nel suo significato più profondo.
Più complesso è invece il rapporto con la figura di Cristo. Il suo messaggio è un “amore nuovo”, ma non bisogna pensare che sia l’antitesi dell’odio ebraico. Sono invece due aspetti indissociabili, Gesù e la struttura ebraica dell’odio sacerdotale, l’obiettivo è lo stesso: Cristo è il “grande seduttore” che porta al vertice la trasvalutazione valoriale ebraica, sembrandone invece l’oppositore. Gesù che viene poi eliminato, così che tutto il mondo si faccia ingannare dall’apparente contrasto Cristo-ebraismo. Egli è un “esca” utilizzata dalla cultura ebraica della vendetta, nel paradosso del Dio in croce.

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