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Marx



Critica della religione

La critica delle religioni di Marx prende le mosse da Feuerback in un’opera del 1845 “Tesi su Feuerback” e in un’altra redatta con Engels “Ideologia tedesca”. Il riconoscimento feuerbacchiano che la religione è alienazione e che l’uomo fa la religione, e non la religione l’uomo, va completato con la precisazione che non va analizzato l’uomo solo a livello teoretico, in quando capace di attività conoscitiva. in realtà, come già aveva detto hegel nell’autocoscienza (fenomenologia) l’uomo deve essere ricondotto anche alla vita pratica, storicamente determinata. Se Feuerback pertanto ha giustamente rivendicato il carattere sensibile dell’uomo di contro all’astratta autocoscienza di Hegel, occorre recuperare dell’hegelismo l’aspetto per cui l’uomo non è solo oggetto sensibile ma anche attività sensibile, entità che capace di azione con cui interagisce e plasma la realtà. Anche Rousseau criticando i giusnaturalismi diceva “hanno scambiato l’uomo dell’uomo con l’uomo della natura”.

Feuerback era materialista, la vera spiegazione dell’uomo sta nella materia, nel finito, nel sensibile, e pensa queste come cose naturali non storiche, non mutabili con il mutare del tempo. Se per Marx astratto è tutto ciò che è non storico e concreto è ciò che è visibile nella storia, si interessa invece all’uomo materiale ma nel suo divenire storico. Da questa prima grande presa di distanza da Feuerback, Marx trasforma profondamente la natura e il significato di alienazione religiosa:
• se in Feuerback la religione scaturiva dallo squilibrio ontologico esistente tra essenza infinita e finita, in Marx nasce dal complesso dei rapporti sociali intersoggettivi in cui l’individuo è collocato. L’alienazione religiosa è determinata da una più profonda e originaria alienazione sociale e la religione è la religione è quindi un prodotto sociale. Conseguentemente, è diverso anche il cammino di disalienazione; mentre in Feuerback la salvezza è costituita dalla filosofia, in Marx, dal momento che l’alienazione trova le sue radici nei rapporti sociali, la via d’uscita è il rompere quei legami in cui l’uomo è assoggettato e degradato. E’ necessario dunque distruggere le strutture sociali che la producono.
• se in Feuerback la religione risultava una prima forma di autocoscienza indiretta della vera essenza dell’uomo, in Marx è una forma di critica di fronte a un mondo falso, è “l’oppio del popolo” perché da all’uomo una consolazione illusoria
• se in Feuerback la religione in quanto coscienza illusoria rappresentava l’origine del fanatismo, in Marx l’illusione religiosa è essa stessa la conseguenza di quella condizione tragica dell’essenza umana che non possiede verità
Infine, le varie critiche sono accompagnate da due differenti valutazioni dell’epoca storica a loro contemporanea:
• Feuerback sostiene di vivere in un’epoca di tramonto del cristianesimo, è per lui necessario formare una nuova teoria religiosa che dissolva l’illusione religiosa. In Marx, invece, il cristianesimo è del tutto sovrapponibile all’epoca contemporanea: il cristianesimo è infatti la religione dell’uomo,e lo stesso è per il capitale: in entrambi vale solo l’uomo singolo, ed in sé e per sé un uomo vale quanto un altro. Ma l’uomo della religione cristiana assume valore attraverso la fede, l’uomo del capitale attraverso il credito.
• A differenza che in Hegel, dove nello stato si ricompone l’unità dalla frammentazione/disuguaglianza della sfera dell’economica, in Marx questa uguaglianza teorizzata in astratto astratto, per cui si ha uguglianza formale dei diritti civili, non si realizza nella società civile. L’uomo, nella società civile, agisce da privato, considera gli altri come mezzo e degrada se stesso a mezzo. L’uomo moderno è pertanto scisso: conduce doppia vita di uguaglianza giuridica/statuale (che a partire dalla Rivoluzione Francese ogni stato si sente di garantire) e diseguaglianza materiale/economica.


Critica alla filosofia del diritto pubblico di Hegel

Marx pubblica nel 1843 l’opera “Critica alla filosofia del diritto pubblico di Hegel” in cui l’analisi di un testo di argomento giuridico-politico diventa il luogo di una riflessione di più ampio raggio, riguardante: la filosofia hegeliana in generale, la realtà dello stato moderno, la ricerca di una metodologia nuova che indaghi nella sfera sociale e politica.
La sostanza della critica marxiana è: Hegel fallisce nello spiegare la natura dello stato, le sue interne articolazioni, il suo rapporto con la società civile, perché operando un inversione di soggetto e predicato (egli trasforma l’Idea in soggetto e fa dei soggetti reali quali la famiglia, la società civile, lo stato momenti obbiettivi dell’Idea, articolazioni del suo sviluppo) egli non fornisce categorie di indagine di una realtà determinata, ma riempie di contenuti determinati le categorie della sua logica.
Hegel conferisce allo stato caratteristiche razionali, la frase che gli attribuisce è “tutto ciò che è reale è razionale e viceversa”. Tutte le istituzioni dello stato prussiano avevano per lui una legittimazione razionale. Hegel presenta questi istituti non tanto come la condizione dello stato moderno, ma come essenza dello stato in generale, eternizza e assolutizza lo stato prussiano. Hegel ha colto la diversità tra la sfera politico-statuale e la sfera economica-civile, infatti dalla sfera economica che dissolve l’unità delle famiglie si passa a quella statuale attraverso un passaggio dialettico che elimina le opposizioni incarnato dagli ordini feudali. Questi organismi consentono di superare il momento atomistico dei concorrenti sul mercato.
Nel sistema prussiano vi erano elezioni di classe, e le diverse classi oltre che a quella burocratica mediano la società, mediano le opposizioni tra disuguaglianze economiche e uguaglianze giuridiche. Questa composizione della contraddizione tra società civile e stato, risolta in Hegel dal sistema di classi e dalla burocrazia (classe universale) è un problema che per Marx va oltre il sistema hegeliano e riguarda lo stato moderno. Come risolverlo?

Lavoro, alienazione e riappropriazione

Marx a metà anni ’40 pensa di risolverlo attraverso il senso democratico, influenzato da Rousseau vuole superare il sistema elettorale per ordini dato che pensa che una partecipazione più generalizzata al potere possa trasformare la società civile in società politica e trovare una nuova classe universale. Marx comincia a riflettere su quali siano le condizioni che producono le diseguaglianze economiche della società civile. Studia quindi l’economia politica attraverso la lettura di economisti classici e di socialisti francesi e il primo risultato di questo lavoro sono alcuni quaderni compilati nel 1844, embrione della più sviluppata critica all’economia politica “Il Capitale” (la critica in ambito filosofico rimanda al criticismo kantiano).
Egli dichiara di voler partire dai presupposti dell’economia politica, dal suo linguaggio e dalle sue leggi, per mostrare come questi conducano a contraddizioni di cui l’economista stesso è inconsapevole.
In Marx i fenomeni economici non sono più intesi come fenomeni naturali, l’economia politica deve rivedere la propria natura di scienza, cioè non interpretare in maniera naturalistica i propri oggetti ma comprenderli come oggetti sociali. Questa è la rivoluzione copernicana dei fenomeni di economia politica da fenomeni naturali a sociali. Il punto di partenza di Marx è un problema epistemologico (che concerne l’epistemologia, cioè la filosofia della scienza, e in senso più ampio la conoscenza dei metodi delle scienze e dei principî secondo i quali la scienza costruisce sé stessa): l’economia politica deve essere studiata in quanto scienza, il suo vizio di fondo è invece che suppone ciò che deve spiegare. Infatti parte dall’esistenza della proprietà privata come se fosse un dato naturale e ne fa valere le leggi come se fossero leggi naturali. Ma per Marx il primum da cui parte l’economia politica, ciò che è al centro della scienza economica è il lavoro, la sua alienazione e le sue trasformazioni dialettiche. Affronta quindi la realtà economica secondo una prospettiva dinamica e dialettica diversa dalla statica descrizione empirica che era data precedentemente.

Goethe diceva che c’è una forma dalla cui metamorfosi derivano tutte le forme. In Marx questa forma, il fenomeno originario è l’alienazione. Attraverso questa nasce la proprietà privata, che non è un dato originario ma una metamorfosi del lavoro umano.
L’alienazione riguarda in primo luogo l’oggetto del lavoro. Il lavoro consiste in un’oggettivazione del lavoratore delle proprie capacità produttive, il prodotto in cui il lavoro si oggettiva però non appartiene più al lavoratore, l’oggettivazione è quindi in realtà alienazione, espropriazione di qualcosa del lavoratore.
Da questo primo fondamentale aspetto dell’alienazione Marx ricava altri tre lati del fenomeno:
1. alienazione dell’attività lavorativa: essa non è più momento di realizzazione dell’uomo, ma perdita di esso, non più fine, ma mezzo
2. alienazione del genere umano: l’uomo perde quella che è la caratteristica più propria della sua essenza, il poter trasformare la natura secondo un progetto consapevole. Riprende una tesi di Feuerback: il lavoro perde il senso di assoggettazione della natura per diventare un progetto di ricreazione di capitale
3. alienazione dell’uomo: l’oggetto del lavoro, e quindi la produzione e la vita stessa dell’operaio, diventano proprietà di un altro, il capitalista
Il risultato principale di tale analisi è che la proprietà privata è solo in apparenza un presupposto, in realtà essa è il risultato del lavoro espropriato. Il concetto di proprietà privata è in tal modo spiegato da Marx a partire dal concetto di lavoro alienato. Ciò permette di far scorgere a Marx che l’opposizione tra non proprietà e proprietà non è che un’opposizione tra lavoro e capitale, inteso come espropriazione del lavoro fornito dall’operaio, lavoro estraniato. Alienazione ed estraniazione vanno di pari passo.

Ci dovrà essere quindi da parte dell’uomo una riappropriazione di quanto andato perduto per effetto dell’alienazione e dell’estraniazione e a questo Marx da il nome di umanismo: poiché l’uomo è un ente tanto naturale quanto sociale, tale riappropriazione è un recupero del rapporto tra uomo e natura ma anche tra uomo e uomo.
Perché si realizzi la diasalienazione è necessario che l’uomo si riappropri di quanto è diventato a sé estraneo. A questo punto Marx comincia ad andare al di la della prospettiva democratica roussoiana e formula un programma di tipo comunista. Marx però prende le distanze da quel comunismo (definito rozzo e irriflessivo, come quello di Cabet e Dezamy) che non nega la proprietà provata, ma la generalizza concependo la comunità come capitalista universale e che si basa sull’invidia generale (diventano tutti proprietari per avere qualcosa che altri hanno). Il comunismo per Marx è negazione della negazione, soppressione dell’alienazione in vista di della riappropriazione di se stesso da parte dell’uomo e questa riappropriazione coinvolge tutti i lati umani, è un recupero dei suoi sensi fisici, spirituali e di ciò che l’uomo ha costruito (es. scienza, industria). Marx non ha chiaro come questa soppressione dell’alienazione possa avvenire, ma è convinto che l’analisi hegeliana sia in questo senso indispensabile.

In questa analisi Marx riprende tanto Feuerback quanto Hegel. Feuerback per l’uomo concepito come essenza. Da Hegel riprende: le principali categorie utilizzate (alienazione, oggettivazione, negazione), la fenomenologia, l’analisi sul lavoro e la contraddizione intesa come principio dialettico e dinamico (con la differenza che per Hegel è un movimento che caratterizza la coscienza e l’autocoscienza, mentre per Marx è qualcosa di concreto). Marx vuole quindi costruire una dialettica caratterizzata da un movimento dialettico che non si esplichi a livello del pensiero ma nella storia reale in quando ha al centro l’uomo, inteso come ente oggettivo, il cui movimento di alienazione e riappropriazione ha luogo sul terreno della storia reale.

Nel Manifesto, nato come programma per la Lega dei comunisti alla vigilia del 1848, Marx sviluppa una visione dialettica della storia che ha al suo centro il concetto di lotta di classe: tale lotta, che in altre epoche storiche si distribuiva su più soggetti sociali, nell’epoca presente si svolge tra due sole classi:
• proletariato, raccoglie coloro che vendono il proprio lavoro per vivere e possiedono solo quello
• borghesia, raccoglie coloro che possiedono gli strumenti di produzione e per farli funzionare comprano lavoro
Dopo essersi posto il problema dell’uscita dall’alienazione (che corrisponde all’hegeliano cammino dello spirito che sa di se stesso), individua il soggetto di ciò: la classe proletaria.
La classe borghese è cresciuta inizialmente nel seno della società feudale secondo uno schema storico proposto da Marx che si basa sull’avvicendarsi delle classi di proprietari. Nell’antichità, nel mondo greco e orientale, il bene posseduto (che è mezzo di produzione) è la terra, la classe detentrice è quella dei proprietari terrieri e il lavoro è schiavile. Vi è poi il Medioevo, in cui si emancipa il lavoro e dalla schiavitù compare una semilibertà data dalla servitù. A questa società subentra poi quella in cui il bene posseduto (che è un mezzo di produzione) è la macchina, la classe detentrice è quella borghese e il lavoro è merce di scambio. Essendo il lavoro merce di scambio, si instaurerà nella società anche una detenzione di esso, sempre data alla classe borghese.
Il soggetto della storia non è lo spirito hegeliano (che in ogni forma del suo movimento cerca di raggiungere l’universale) ma una classe universale, portatrice di interessi comuni, che è diversa a seconda dei periodi storici. Nella società contemporanea la borghesia lo è stata, nella Rivoluzione Francese infatti ha saputo portare l’interesse anche dei contadini e dei proletari, ma con lo sviluppo industriale ha perso questa capacità di universalità. La nuova classe universale è quindi per Marx quella proletaria. Per questo è essa che può attuare il processo di uscita dall’alienazione.

La critica dell’economia politica e il suo metodo

A partire dal 1850 Marx studia l’economia politica e in particolare il funzionamento del sistema capitalistico. In tutte le opere di questo periodo, e in particolare nell’introduzione del 1857 a “Per la critica dell’economia politica” sono presenti indicazioni circa la metodologia che Marx intende seguire nella sua ricerca distinguendosi sia dai classici, come Smith (padre dell’economia moderna) e Ricardo (autore della teoria dei rendimenti decrescenti), sia dai pensatori del suo tempo. Quello che la caratterizza il suo approccio metodologico è il fatto che è organicistico (organicismo: concezione che, in contrapposizione al meccanicismo, considera la struttura organizzata propria degli esseri viventi non interpretabile esclusivamente in base a principi fisico-chimici; si assume infatti che l’organismo rappresenti un’unità non concepibile come semplice somma delle singole parti che lo costituiscono).
• prima indicazione metodologica: primato della totalità, debito hegeliano rovesciato nel soggetto
Tutti i fenomeni economici per lui non possono essere studiati come indipendenti gli uni dagli altri, ma come dotati di una connessione interna tra loro. Nell’economia politica, osserva Marx, si trova l’anatomia della società civile, ma la conoscenza di questo organismo non può avvenire dissezionando le varie parti, bensì mettendo a fuoco le relazioni dialettiche tra le diverse categorie nella totalità dell’insieme. Così ad esempio i quattro momenti del ciclo economico (produzione, distribuzione, scambio, consumo) rappresentano tutti i membri di una totalità. Questo privilegio del tutto sulla parte così come il concetto di movimento dialettico sono debiti verso Hegel, con la differenza che soggetto del movimento in Hegel è lo spirito in Marx la realtà.
• seconda indicazione metodologica: primato del concreto
Per Marx bisogna partire da concetti astratti per poi arrivare a determinazioni concrete. Il concreto per lui è la sintesi di molte determinazioni ed unità del molteplice, è il risultato di un’operazione del pensiero.
• terza indicazione metodologica: legame tra indagine teorica e storica
Propone uno stretto legame tra indagine teorica e indagine storica (eredità hegeliana). Le categorie con cui lavora il pensiero marxiano si sono formate nella storia e la storia è orientata teleologicamente e ha come soggetto il lavoro e il presente come chiave di lettura per il passato. Ad esempio la categoria del lavoro ha subito un percorso storico che ha fatto sì che il lavoro di Assiri, Greci, Romani non sia lo stesso inteso oggi. Il lavoro di Marx è un prodotto storico sviluppatosi con l’industrializzazione. Le categorie più astratte emergono con chiarezza quando i fenomeni concreti a cui esse si riferiscono hanno raggiunto il loro pieno sviluppo. Si deve quindi guardare al passato con l’ottica del presente, ovvero concepire la storia come dotata di razionalità dialettica. E’ il presente il punto di vista da cui spiegare il passato, “l’anatomia dell’uomo è una chiave per l’anatomia della scimmia” (riprende Darwin).

L’analisi della societa’ capitalistica
Marx comincia poi la pubblicazione dell’opera che da base scientifica alle sue teorie economiche: “Il Capitale”. Pubblica in vita solo un volume, gli altri due usciranno postumi grazie al suo coautore e amico Engels. L’analisi del Capitale parte dall’analisi del duplice carattere di merce, fenomeno economico elementare dotato di:
• un valore d’uso, l’utilità che la merce presenta in base alle sue caratteristiche fisiche
• un valore di scambio, la ragione per cui la merce viene scambiata con altre merci
Ma da che parte proviene e come si determina il valore di scambio? Marx osserva che lo scambio tra due merci presuppone il riferimento a una terza cosa che non è né l’una merce né l’altra ma ha tuttavia di necessità qualcosa in comune con entrambe: il fatto di essere prodotti del lavoro. Ogni merce ha in comune con le altre il lavoro umano in esse oggettivato. Ma la medesima duplicità che caratterizza la merce si ritrova ora nel lavoro, dotato di:
• un valore d’uso, per cui si presenta come lavoro concreto, particolare operazione di trasformazione della natura
• un valore di scambio, per cui si presenta come lavoro astratto

Dal punto di vista dinamico, cioè prendendo in considerazione il processo produttivo di cui la merce è il risultato, si riscontra la medesima duplicità della merce e del lavoro:
• un valore d’uso, dato da un processo di lavorazione che si configura come avente un’utilità: la soddisfazione di una domande
• un valore di scambio, dato da un processo di valorizzazione, svincolato dall’utilità attraverso cui il capitale si riproduce e si accresce. Il valore impegnato dal capitale all’inizio del processo deve aumentare alla fine. Il sovrappiù del valore (plus) è il profitto che mostra il processo produttivo sotto la luce della valorizzazione.
Questo implica che il processo di produzione contenga in sé un rapporto del capitale (impegnato all’inizio del processo con il lavoro), che non può più essere considerato per l’utilità, può essere compreso sotto il profilo della valorizzazione. Lavorazione e valorizzazione vengono assunti dall’economia politica borghese come una cosa sola, perché nel processo produttivo capitalistico si presentano come immediatamente uniti. Questo fa si che il capitale sia da loro visto come una cosa avente una data parte materiale nel processo produttivo. Al contrario in Marx il capitale non è una cosa, ma un rapporto sociale tra persone mediato da cose. Il capitale presuppone e insieme crea una situazione di nesso tra individui che si realizza attraverso il mercato.

Marx individua due modi attraverso cui studiare dinamicamente il processo economico:
• dal punto di vista della circolazione, ovvero di scambio (M-D-M, MERCE DENARO MERCE), qui il denaro opera come intermediario dello scambio e come rappresentazione dell’identica quantità di due merci qualitativamente differenti, scambiate per ottenere valori d’uso differenti
• dal punto di vista della produzione, ovvero di valorizzazione (D-M-D’ DENARO MERCE DENARO DATO DALLA VALORIZZAZIONE), qui il denaro è sia all’inizio che alla fine del processo ed è qualitativamente identici ma quantitativamente differenti per un certo valore, che costituisce la ragione stessa dello scambio: il plusvalore (eccedenza del valore originario), dato dalla differenza tra D’ e D
L’economia classica si è sempre occupata solo della circolazione, Marx dice che il vero punto chiave per comprendere l’economia politica è la produzione, cioè la valorizzazione, data dal capitale impiegato nel processo di produzione, che deve poi essere scambiato e accresciuto per cui avremo D’>D.
Ma come è possibile spiegare l’origine del plusvalore, come è possibile che il capitalista realizzi alla conclusione di un ciclo di produzione un valore superiore a quello iniziale? L’origine del plusvalore non va cercata nella sfera della circolazione, ma in quella della produzione.
Ciò vuol dire che il detentore del denaro D della sequenza D-M-D’ lo scambia con mezzi di produzione (capitale fisso C) e forza lavoro sotto forma di pagamento anticipato di salari (capitale variabile V). Lo scambio D-M è uno scambio di equivalenti, cioè di valori di identica grandezza, ma allora come è possibile che uno scambio di equivalenti dia origine a un valore finale non equivalente alla somma dei valori impiegati, a un plusvalore?
La risposta di Marx è che il capitalista non acquista, con il salario, il lavoro dell’operaio, ma la sua forza lavoro cioè la sua capacità produttiva. Essendo una merce, la forza lavoro ha un valore d’uso e un valore di scambio: dal punto di vista dello scambio, essa viene pagata esattamente il suo valore, dal punto di vista dell’uso si differenzia da tutte le altre merci: essa, una volta consumata (cioè applicata al processo produttivo) è in grado di produrre un valore superiore a quello che possiede inizialmente, e quindi di aggiungere valore anche alle altre merci. Poiché il valore si misura in tempo la forza lavoro viene utilizzata per un tempo superiore a quello necessario a riprodurne il valore di scambio. Il plusvalore deriva quindi da un pluslavoro e il compito del capitalista è quello di estrarre il pluslavoro per ottenere plusvalore.
Attraverso il concetto di plusvalore Marx reinterpreta criticamente gli elementi e le categorie del sistema economico. Parla di:
• saggio di plusvalore, ciò che si è speso per pagare la fonte del plusvalore, dato dal rapporto che intercorre tra il plusvalore e il valore Pv/V
• saggio di profitto, la misura del profitto, dato dal rapporto tra il plusvalore e la somma di capitale fisso e capitale variabile Pv/(C+V)
• composizione organica del capitale, data dal rapporto tra il capitale fisso C e il capitale variabile V
Interesse primario del capitale è quello di aumentare il saggio del plusvalore. Attraverso le diverse modalità con cui fare ciò è possibile si parla di:
• plusvalore assoluto, dato da un primo modo per ottenere un aumento del saggio di plusvalore, l’aumento delle giornate lavorative. Questo era tipico nei primi sviluppi dell’industrializzazione e ha portato storicamente alla nascita dei sindacati, che erano contro il troppo tempo lavorativo e la rigidità dei salari.
• plusvalore relativo, dato da un secondo modo per ottenere un aumento del saggio di plusvalore, l’aumento della produttività del lavoro. Se si investe in nuove tecnologie accadrà che la stessa ora di lavoro renderà di più. Se il capitale variabile V (la forza lavoro) e il tempo di lavoro sono fissi, intervengo sul capitale fisso C (i mezzi di produzione)
Si differenziano quindi due tipi di industria:
• industria ad alta intensità di capitale, la quantità di capitale destinata ad investimenti tecnologici è superiore a quella destinata ai salari
• industria a bassa intensità di capitale, il contrario
Marx è convinto che la tecnologia possa migliorare le condizioni lavorative dell’uomo, innanzitutto facendolo lavorare meno tempo, ma è utilizzata invece per legare ancora di più l’uomo al lavoro. La strada del plusvalore relativo è quindi l’unica che possa superare i limiti sociali costituiti dall’altra. Marx è convinto che il capitalismo abbia raggiunto insanabili incongruenze, tanto che profetizza che ci sarà, guardando al saggio di profitto (Pv/(C+V) una caduta di questo dato da una caduta del plusvalore a causa dell’ aumento di C. Le strade attraverso cui contrastare questa caduta di C sono:
• intensificazione del tempo di lavoro
• riduzione dei salari al di sotto della forza lavoro
• creazione di un esercito industriale di riserva, ricattare i lavoratori dicendo che sarebbero stati facilmente sostituiti da altri
Teorizza la caduta del saggio di profitto come elemento dissolutore del capitalismo e come elemento di crisi, risolvibile però tramite il proletariato, che si deve far carico di un interesse universale per indirizzare tutte le forze produttive verso l’appagamento dei bisogni e fuori dalla tirannia del plusvalore (analisi differente da quella di Adam Smith, padre dell’economia moderna, secondo cui esistono dei meccanismi di equilibrio, una mano invisibile, che bilanciano il sistema economico). Marx non chiarisce il transito tra capitalismo e un’economia di natura differente, questo è ciò che verrà specificato da suoi successori ad esempio Lenin. In quest’ottica si apre una distinzione tra:
• riferimento marxiano, dato da un’interpretazione del suo pensiero
• riferimento marxista, dato da una ripresa esatta del suo pensiero.

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