Edmund Husserl

(1859 - 1938)

••• Vita e scritti
•• Nasce in Moravia da una famiglia ebrea di media borghesia. Studia matematica e si laurea con una tesi sul calcolo delle variazioni. Si interessa poi di filosofia. Si converte al protestantesimo, si sposa e ha tre figli. Diventa insegnante in varie università. Diventa amico di Heidegger, dal quale si discosta dopo la pubblicazione di quello di Essere e tempo. Vuole purificare la fenomenologia dalle filosofie “erronee” e dai dogmi della Chiesa cattolica e di quella protestante. Con l’avvento del nazismo viene cancellato dal corpo accademico ma resta in Germania (1933), dove muore cinque anni dopo per l’aggravarsi di una malattia (1938).
•• Scrive moltissime opere, di cui ricordiamo La filosofia come scienza rigorosa (1910), Idee per una fenomenologia pura e una filosofia fenomenologica (il primo libro nel 1913, gli altri due postumi nel 1952), Meditazioni cartesiane (in francese nel 1931). Ci sono ancora oggi moltissime sue opere inedite salvate dalla guerra.

••• Il rapporto logica-psicologia
•• Il suo interesse verte subito verso le problematiche della scienza, ma il suo metodo è particolare: la sua ricerca dei fondamenti oggettivi del sapere passa sempre attraverso l’attività soggettiva.
•• Nella Filosofia dell’aritmetica (1891) Husserl si interroga sul concetto e sull’origine dei numeri che la ritrova proprio nell’atto di “collegare”, quindi in un’attività psichica. Logica e psicologia sono per questo intimamente connesse e, anzi, la psicologia è il fondamento della logica. Anche il suo concetto di psicologia è originale perché crede che addirittura la soggettività sia in grado di produrre oggetti dotati di oggettività e universalità. Ma questo atteggiamento psicologistico viene superato verso il 1900: agli oggetti della logica si può attribuire una verità perché questi oggetti sono indipendenti dalla natura umana, altrimenti si rimarrebbe prigionieri del relativismo e si dovrebbe rinunciare all’idea stessa di verità. Dunque gli atti di coscienza sono oggettivi quando vengono considerati dal punto di vista della loro forma. L’evidenza non è un sentimento, ma la coscienza della cosa stessa: è l’essenza, cioè quanto c’è di invariante in tutte le rappresentazioni individuali. Il passaggio da concetto individuale a essenza si chiama “astrazione ideatrice” o “ideazione”. In sintesi, Husserl abbandona l’analisi del vissuto individuale per approfondire il vissuto “in sé”, cioè la sua forma oggettiva.

•• L’indagine sull’essenza dei modi di conoscenza è nettamente distinta dalla psicologia la quale è una scienza naturale. Infatti, la psicologia concepisce gli eventi psichici come il prodotto delle interazioni delle coscienze di animali (tra cui l’uomo) con i corpi di quegli animali; in questo senso, gli eventi psichici sono fatti naturali e la psicologia non riesce a cogliere l’essenza della coscienza né i modi essenziali in cui si danno gli oggetti alla coscienza.

••• La natura eidetica (cioè “essenziale”) dell’atteggiamento fenomenologico
•• La psicologia è una scienza di fatti, la fenomenologia è una scienza di essenze. In questo senso è una scienza “eidetica” (dal greco, “essenza”) e i fenomeni di cui si occupa non sono reali, ma ideali. Bisogna quindi non “riconoscere” la realtà ma essere osservatore della realtà, interessato solo a cogliere l’essenza degli atti attraverso i quali la coscienza si rapporta alla realtà. Questa è l’epoché fenomenologica, cioè il mettersi tra parentesi allontanandosi sia dalla realtà sia dalla propria coscienza. Si deve essere solo spettatori. Nella vita pratica e nelle scienze positive io considero il mondo che mi sta intorno come esistente, ed è proprio quel mondo che bisogna mettere tra parentesi. Quando mettiamo tra parentesi il mondo, sospendiamo l’affermazione della realtà che quindi diventa un puro fenomeno di coscienza, ma la realtà non si annulla, appunto. L’attenzione dell’osservatore si sposta dal mondo ai fenomeni attraverso i quali quel mondo si presenta alla coscienza.
•• La coscienza è quindi per Husserl il “residuo fenomenologico”, cioè ciò che rimane dopo l’epoché (la messa tra parentesi) perché non è toccata dal fatto che il mondo venga messo tra parentesi: la coscienza è ciò che non può mai essere messo tra parentesi, perché è proprio lei a mettere le parentesi.

Nei confronti dell’epoché, l’io si divide in due: al di fuori viene messo l’io interessato, mentre per la fenomenologia prevale l’io disinteressato, cioè lo spettatore.
•• In sintesi, i caratteri fondamentali della fenomenologia sono: la riduzione essenziale (cioè eidetica) che non considera la realtà nello specifico, ma al suo livello essenziale (intuizione delle essenze, cioè gli oggetti a livello ideale e universale), quindi non “questo” triangolo o “questo colore, ma “il” triangolo e “il” colore; l’epoché, cioè la messa tra parentesi dell’esistenza effettiva del mondo reale.

••• L’intenzionalità della coscienza e la trascendenza dell’oggetto
•• Per Husserl l’intenzionalità non è un gruppo di fenomeni, ma la natura stessa della coscienza. La coscienza è intenzionalità perché ogni sua manifestazione (pensiero, fantasia, emozione…) si riferisce a qualcosa che è diverso da se stessa (quindi a un oggetto pensato, fantasticato, sentito…). La coscienza è sempre coscienza di qualcosa, quindi l’analisi della coscienza è l’analisi degli atti con cui la coscienza si rapporta con i propri oggetti (ovvero il modo in cui questi oggetti “si danno” alla coscienza). I modi in cui gli oggetti si danno alla coscienza costituiscono quindi l’intenzionalità della coscienza. Con intenzionalità della coscienza si intende l’atto di trascendere se stessa e di mettersi in rapporto con un oggetto. L’oggetto non è qualcosa che per esistere deve essere pensato (come era secondo l’idealismo), ma è una realtà che trascende la coscienza stessa alla quale coscienza si presenta attraverso le “esperienze vissute”. E siccome tutti i discorsi sugli oggetti si fanno sempre nel concetto di intenzionalità (sia gli oggetti fisici sia quelli psichici), tutti gli oggetti in un certo senso sono psichici.

•• Nelle esperienze vissute con le quali gli oggetti si danno alla coscienza, bisogna distinguere la noesi, cioè la direzione verso l’oggetto (il percepire, il ricordare, l’immaginare…), dal noema, cioè l’oggetto considerato nei vari modi in cui si dà (il percepito, il ricordato, l’immaginato…).
•• La noesi è l’insieme degli atti della coscienza, mentre il noema è l’elemento oggettivo dell’esperienza vissuta, ma non è l’oggetto “in sé” (se l’oggetto “in sé” è l’albero, il noema è l’albero verde, l’albero piccolo…). I noemi sono tutte le “immagini” dell’oggetto provenienti dall’esperienza vissuta.
•• In sintesi, la coscienza è l’intenzione verso l’oggetto, il quale oggetto si dà alla coscienza tramite le “esperienze vissute”, distinte in noesi (la direzione verso l’oggetto, come il percepire, il ricordare) e in noema (l’oggetto nei suoi vari modi di essere dato, come il percepito, il ricordato).

••• L’io come condizione trascendentale del mondo oggettivo

•• L’io è inteso da Husserl come un io puro che, siccome è alla base dell’epoché (cioè grazie all’io l’epoché è permessa), non può essere a sua volta ridotto (messo tra parentesi). L’io è il protagonista che dà senso. L’io di Husserl non è come la Ragione di Hegel che annulla la realtà esterna facendola un risultato della propria attività creatrice. La fenomenologia rigetta l’ontologia perché è irrilevante per i suoi scopi.
•• Vi è una radicale differenza tra il modo di essere della coscienza e il modo di essere delle cose: la coscienza si dà a se stessa direttamente (senza intermediari), le cose si danno alla coscienza attraverso le esperienze vissute (cioè con i fenomeni soggettivi del percepire, del ricordare…). Per questo la percezione della coscienza è una percezione “immanente”, mentre la percezione dell’oggetto esterno è “trascendente”. Infatti, “apparire” e “essere” non coincidono per l’oggetto esterno, mentre coincidono per la coscienza, la quale è la “posizione assoluta” (Husserl infatti riprende il cogito ergo sum di Cartesio, che dubita di tutto fuorché dell’atto di coscienza).
•• Intuizione, evidenza e verità coincidono per Husserl.
•• Non ci sono solo oggetti materiali, ma anche oggetti ideali, tra cui le essenze, cioè i concetti universali di tutte le cose, e anche le essenze si danno alla coscienza con un atto di intuizione “essenziale” (eidetica).
•• Se si applica il metodo della riduzione fenomenologica anche alla coscienza, l’io si spacca in trascendentale ed empirico. L’io empirico è parte del mondo, mentre solo l’io trascendentale può studiare il problema della costituzione dell’io empirico, del mondo e degli altri io empirici nel mondo. Considerare l’io trascendentale significa cercare la possibilità di tutto ciò che trova origine nell’io, come la natura, la cultura, il mondo in generale. L’io trascendentale è, in questo senso, tutta la realtà perché in lui è racchiusa la possibilità di tutto quello che esiste. Per questo, l’io trascendentale è una coscienza senza intenzionalità perché l’intenzionalità è il rapporto con un oggetto trascendente, e non c’è alcun oggetto che sia trascendente rispetto all’io trascendentale.

••• Il carattere “intersoggettivo” della soggettività trascendentale
•• Seguendo l’idea che tutto si costituisca nel soggetto, si sfocia facilmente nel solipsismo, cioè nell’idea che tutto ciò che esiste è solo il frutto della mia coscienza (nel senso di immaginazione). Ma Husserl vuole evitarlo. Tutte le filosofie con impianto trascendentale hanno corso il rischio del solipsismo, ma Husserl cerca di risolver dil problema ponendo l’intersoggettività (connessione tra soggetti) come carattere di base della trascendentalità.
È ovvio che nel conoscere l’altro io non esca mai dall’immanenza del mio io (cioè non posso vivere la sua interiorità come fosse la mia), ma siccome lo vedo simile a me, io lo concepisco non come una cosa qualsiasi, ma come un altro io. L'altro mi appare sì come un oggetto, ma mi svela una parte di mondo nella quale io non posso accedere (la sua interiorità), dunque ogni soggettività richiede l’intersoggettività. Affinché il mondo mi si presenti come oggettivo, deve essere basato sull’intersoggettività (altrimenti il mondo sarebbe solo il “mio” mondo), ponendo gli altri come co-soggetti nella soggettività trascendentale. Questo processo da “io” a “noi” non è immediato, ma è infinito. La coscienza si presenta così, allo stesso tempo, “una, molteplice e diveniente”.

••• Il neocartesianesimo trascendentale della fenomenologia
•• Husserl riconosce nell’io cartesiano una specie di “prima versione” dell’io fenomenologico e attribuisce il merito a Cartesio di aver posto per primo il problema della riduzione.
Il soggetto del cogito viene infatti inteso da Cartesio come una “sostanza” pensante, cioè come un frammento del mondo stesso (con frammento si intende una piccolissima parte). L’io pensante non nega ogni presupposto, ma si fa presupposto di se stesso, quindi per Cartesio la “riduzione” è una deduzione che si fonda sulla certezza del cogito, ma in questo modo ciò che è reale “per me” è realmente esistente “per sé”, e in questo senso Husserl supera Cartesio, perché crede che nulla sia al di fuori della coscienza trascendentale (come abbiamo visto alla fine del paragrafo “L’io come condizione trascendentale del mondo oggettivo”). Solo riconoscendo la trascendenza del mondo si evita la caduta nel realismo (nel senso di: ciò che è reale “per me” è realmente esistente “per sé”) o nell’idealismo (che renderebbe il mondo soggettivo). Per Husserl il mondo è fenomenologicamente costituito (non creato) dalla coscienza.

•••• Un nuovo approccio alla scienza e un nuovo compito per la filosofia
••• L’alienazione scientifico-tecnologica e il recupero del mondo della vita
•• Nella sua ultima opera, La crisi delle scienze europee e la fenomenologia trascendentale, Husserl spiega che la decadenza della cultura europea è data dal prevalere del punto di vista oggettivistico e naturalistico proprio delle scienze. Per la scienza, sono veri solo i fatti scientificamente categorizzati e che nasconde quello che Husserl chiama il “mondo della vita”, che sarebbe il mondo della quotidianità inteso come “regno di evidenze originarie”.
•• Il carattere matematico e astratto della scienza è andato a riversarsi anche nella filosofia. In questo modo anche il sapere si è ridotto alle semplici scienze di fatto che hanno prodotto semplici uomini di fatto, contribuendo alla completa tecnicizzazione e disumanizzazione del mondo moderno. Gli stessi scienziati hanno dimenticato di essere prima di tutto uomini e hanno perso i contatti con la dimensione concreta dei sentimenti e dei progetti di vita.
La scienza deve quindi tornare al “mondo della vita” e l’uomo deve ritornare “all’uomo concreto”. L’uomo è il fine di tutte le attività umane, allora la scienza deve esistere per l’uomo, altrimenti non ha senso. Se la scienza torna al “mondo della vita”, viene a mancare la pretesa di oggettività delle scienze e il suo ruolo viene ridimensionato, perché si vedrebbe che la scienza sia soltanto una “costruzione eretta sopra il mondo della vita”, che Husserl chiama “sustruzione” (costruzione su): le idee scientifiche diventano la realtà e si aggiungono alla realtà stessa, quindi si perde la differenza tra lo strumento per pensare la realtà e la realtà stessa. Il modo per riportare la scienza nel “mondo della vita” è scoprire il suo “a priori”, cioè quello che era all’inizio, e si scopre attraverso la fenomenologia.
••• La filosofia come antidoto alla declinante civiltà europea
•• Parlare del presente significa anche parlare del passato. Il passato, infatti, almeno quello che fa parte di noi in quanto persone, non è mai morto e si ripresenta continuamente nell’attualità. Scrive Husserl: “il primordiale in sé è il nostro presente”. La storia è ciò che è adesso, ma è anche ciò che si evolverà domani. La storia infatti non dovrebbe semplicemente elencare i fatti, ma coglierne il significato umano e la globale direzione di senso (Husserl infatti intende il soggetto trascendentale avente una struttura storica).
•• Rinnovando la scienza, l’uomo ha un nuovo modo di guardare se stesso, il proprio passato e le proprie azioni nel presente e nel futuro. Per essere soggetto, bisogna volerlo essere. E se la riflessione teoretica diventa una filosofia della storia, questa filosofia sfocia nell’etica. In questo senso, i filosofi diventano allora funzionari dell’umanità, responsabili non solo di se stessi, ma anche del destino della specie. Ciò è possibile perché la ragione, di cui i filosofi si servono, appartiene all’umanità e quindi si trova sempre nel mondo della vita. In più, bisogna trovare un metodo per risvegliare la ragione che dorme per condurla alla conoscenza del vero essere e questo metodo è ovviamente la fenomenologia, che fa dell’uomo uno spettatore disinteressato del mondo che proprio secondo gli antichi greci era appunto il filosofo.
•• Husserl rispolvera e ricorda l’antico ideale greco di scienza dell’essere nella sua totalità proprio contro “l’operazione” di Galilei che ha separato la scienza dalla filosofia (quindi i fatti dal senso dei fatti). Husserl vuole a tutti i costi una visione complessiva dell’uomo.

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