Husserl (la fenomenologia)

La fenomenologia vuole essere una chiarificazione razionale del "mondo della vita" nelle sue molteplici manifestazioni.
Husserl, definendo la psicologia una scienza dei fatti e la fenomenologia una scienza di essenze, abbandona l'analisi del vissuto individuale per approfondire il vissuto "in sé", cioè la sua forma oggettiva. Per studiare in maniera fenomenologica la realtà, bisogna non "riconoscere" la realtà, ma essere osservatore della realtà: è l'epoché fenomenologica, ovvero il mettersi tra parentesi allontanandosi sia dalla realtà sia dalla propria coscienza; il metodo fenomenologico, dunque, richiede di essere soltanto spettatori.
[L'attenzione dell'osservatore si sposta dal mondo ai fenomeni attraverso i quali quel mondo si presenta alla coscienza;]
la coscienza è, quindi, per Husserl, il "residuo fenomonelogico", cioè ciò che rimane dopo la messa-tra-parentesi: la coscienza non può mai essere messa tra parentesi, perché è proprio lei a mettere le parentesi. La fenomenologia, attraverso la riduzione eidetica (essenziale, perché la realtà non viene considerata nello specifico, ma al suo livello essenziale) e l'epoché (dell'esistenza del mondo reale), permette di indagare i presupposti di tutto ciò che è dato per scontato.

In più, i modi in cui gli oggetti si danno alla coscienza costituiscono l'intenzionalità della coscienza; bisogna distinguere, in questo processo, la noesi, cioè la direzione verso l'oggetto (il percepire, il ricordare...), dal noema, cioè l'oggetto considerato nei vari modi in cui si dà (il percepito, il ricordato...). Vi è però una radicale differenza tra il modo di essere della coscienza e il modo di essere delle cose: la coscienza si dà a se stessa direttamente, le cose si danno alla coscienza attraverso le esperienze vissute. Se si applica il metodo della riduzione fenomenologica anche alla coscienza, l'io si spacca in trascendentale ed empirico: l'io trascendentale è tutta la realtà perché in lui è racchiusa la possibilità di tutto quello che esiste. Per evitare il solipsismo, Husserl pone come condizione all'io trascendentale l'intersoggettività: si può indagare il mondo, ma non l'interiorità di un altro io, che appare come un oggetto, ma che svela una parte di mondo nel quale non si può accedere. Affinché il "mondo della vita" appaia oggettivo, l'io trascendentale ha bisogno di relazionarsi con gli altri.

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