Mongo95 di Mongo95
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Di famiglia agiata, all’Università di Tubinga fa la conoscenza di personaggi di spicco (tra cui Schelling). Lavora come precettore, finché non diverrà supplente di filosofia a Jena, per poi insegnare la stessa materia ad Heidelberg. Si sposta poi, e vi risiederà fino alla morte, alla prestigiosa università di Berlino.
Le opere maggiori le compone durante la maturità, tra cui ricordiamo “Fenomenologia dello Spirito”. Il suo è un pensiero filosofico molto complesso, che travalica il suo contesto storico, e viene visto come una delle “più significative interpretazioni dell’età moderna”. Critica aspramente la filosofia di Schelling, definendola la “notte delle vacche nere”, ossia “l’ingenuità di una conoscenza fatua”, a cui contrappone invece il proprio progetto di una “conoscenza distinta e congiunta”, ossia veramente scientifica e razionale. Viene criticato l’Assoluto inteso come identità indifferenziata di natura e spirito. È una posizione bollata come di “formalismo”, perché incapaca di cogliere le reali e differenziate articolazioni del mondo. Hegel non è d’accordo con questo “disprezzo” della distinzione, in cui l’assoluto è concepito come totalità originaria in cui ogni distinzione scompare. In generale c’è una critica all’approccio misticheggiante dei romantici, un atteggiamento spirituale (misticismo irrazionalistico) di intima unine dell’individuo con Dio, raggiungibile con una meditazione interiore, con un distacco dalle cose terrene.

Hegel capovolge i criteri del giudicio del senso comune (come, anche se in modo diverso, aveva fatto Kant), affermando che il “pensiero astratto” è tipico delle persone incolte, a differenza di quello “concreto”, tipico degli acculturati. Per esempio ragiona in modo astratto chi definisci solo come “assassino” un uomo che ha commesso un delitto. Infatti in questo caso si prende solo un aspetto della sua personalità e lo si assolutizza. L’astrazione è necessaria, ma deve essere accompagnata da un pensiero più razionale che possa portarci ad una sintesi superiore. È questo il compito del filosofo, la fatica del pensiero. Il vero e l’intero: se di tutto si dice ciò che è, si potrà possedere ragione e padroneggiare il mondo. La sintesi comunque è importante, facendo parte, insieme a tesi ed antitesi, della triade che caratterizza il pensiero hegeliano (che è di chiara origine cristiana), che permette di rendere concetto quello che magari è il frutto di un semplice pensiero astratto.
Hegel sempre si preoccupò del giusto insegnamento della filosofia. Essa deve diventare un bene comune e, affinché venga “imparata”, sono necessarie delle conoscenze di base. La filosofia deve seguire un metodo preciso, che segua un sapere scientifico, oggettivo, razionale. Hegel afferma: “La filosofia non deve soffermarsi sul fantastico, ma deve educare a padroneggiare i concetti, mediante un processo metodico coerente. La riflessione non si sviluppa a prescindere dal materiale conoscitivo, né l’imparare e il pensiero autonomo sono due cose opposte”.
La filosofia è identificabile come interpretazione del presente, della realtà, più specificamente la conoscenza della propria relatà, del proprio presente. Diventa quindi la verità, espressa con il pensiero. La filosofia non può ricercare nella realtà ciò che essa non è, la favola di un “vuoto ideale” (critica al misticismo dei romantici). Non è un qualcosadi immediato ed intuitivo, che, come un colpo di pistola, arriva direttamente al dunque senza spiegare come ci è arrivato. Non è arte, né religione, ma le comprende entrambe. Non è solo amore per la saggezza, ma deve comprendere la realtà nella sua interezza. Inoltre, per essere scientifica, deve procedere con metodo, per gradi. La filosofia non deve immaginare come dovrebbe essere fatto il mondo, perché essa arriva sempre troppo tardi, quindi il suo compito è puramente interpretativo, deve far emergere dalla realtà il contenuto razionale, poiché la realtà stessa è di per sé ragione. La filosofia non precede, ma giustifica a posteriori la realtà. L’elaborazione concettuale emerge quando le azioni si sono concluse, quando è cessato il clamore degli avvenimenti. A questo punto bisogna riconoscere nella realtà ciò che è già stato formato. L’autentico compito che Hegel ha inteso attribuire alla filosofia è la giustificazione razionale della realtà. Il suo è un atteggiamento fondamentalmente “giustificante” nei confronti della realtà. Quando si parla di giustificazionismo quindi si intente giustificare la razionalità del reale, prendendone atto. Tutto ciò che è reale è razionale, quindi necessario, giustificato. La razionalità è la sostanza di tutto ciò che esiste.
La verità è figlia però del proprio tempo, la proprio conoscenza è da legare al proprio presente. Essa non può essere atemporale, il suo punto di riferimento fondamentale è la storia. Essa è come un fiume che scorre e cambia, ma essa rimane sempre un fiume: la storia è sempre intelleggibile, perché intrisa di razionalità. Ad esempio, nel corso del tempo è sempre cambiato l’approccio dell’uomo a diverse tematiche. Quindi ciò che è razionale lo è solo in dipendenza del presente. Hegel ritiene che con il passare del tempo si assista sempre ad un progresso. Lo spirito del mondo, cioè la cultura dell’umanità, la vita etica di un popolo, nel presente di ciascun individuo è giunta al suo massimo grado di progresso possibile.
• La dialettica, il suo dinamismo e il sistema triadico
Tutto non si basa mai soltanto su una affermazione (tesi), ma le si oppone una sua negazione (antitesi), per poi giungere al loro compimento nella sintesti, che rappresenta appieno il divenire. Il divenire è frutto appunto della contrapposizione di un evento, o di un pensiero, ad un altro. La dialettica hegeliana ha quindi un andamento triadico (o trinitario) che accosta alla filosofia, o meglio trasforma in termini laici il concetto della divini trinità:
1)Padre: puro spirito, cioè la tesi
2)Figlio: verbo fatto carne, quindi l’antitesi
3)Spirito Santo: unità del Padre e del Figlio, cioè sintesi
Secolarizzando il dogma trinitario della teologia cristiana, Hegel sostiene che la ragione, così come la realtà e la storia, hanno carattere dialettico, in quanto da una idea si sviluppa sempre un’altra idea, opposta:
1)Essere: prima determinazione della realtà, astratta; tesi
2)Non Essere: seconda determinazione della realtà, sempre astratta; antitesti
3)Divenire: sintesi di essere e non essere, in una determinazione della realtà completa
Il concreto non è mai l’idea di “essere” avulsa dal suo opposto, il “non essere”, ma l’unità di enterambe, cioè il “divenire”. L’unilateralità implica l’astrattezza, mentre il divenire è garanzia di concretezza. Concreto è il divenire, frutto del processo dialettico, in virtù del quale l’idea (unilaterale) di essere si rapporta e si oppone all’idea (unilaterale) di non essere. Altro esempio:
1)Ghianda: tesi
2)Sua negazione (morte del seme): antitesi
3)Quercia: sintesi
La morte del seme nel terreno dopo la semina è condizione della crescita dell’albero. La condizione tragica (in questo caso la morte), nell’ottica della dialettica teologica (o cristologica), così come nella dialettica della civiltà, è una antitesi importantissima che comporta una sintesi che prevede la “nascita di una nuova vita” (Hegel qui si rifà alle filosofie orientali, tirando in ballo il simbolo delle fenice). È un miglioramente dello spirito, non un ricadere eterno nell’ennesima forma, ma una purificazione. Per prendere un altro esempio, la morte di Gesù Cristo è la condizione necessaria per la remissione dei nostri peccati. Così come la fine di una civilità non si lega solo al polo negativo, ma permette la nascita di nuove civiltà. La storia si sviluppa e tende verso un fine, che è la realizzazione sempre più alta della ragione. Il mutamento è, dunque, il calvario della storia. La storia è dunque un grandioso ma tragico alternarsi di vicende umane, ognuna delle quali ha in sé il proprio significato e la propria ragione. Per tale motivo il presente, “ogni presente”, in quanto punto di arrivo di ogni epoca della storia dello spirito del mondo, rappresenta sempre il culmine della verità, che comprende e supera la verità delle epoche passate.
Il movimento circolare e a spirale della dialettica è così sintetizzabile:


1)TESI (affermazione – “in sé”): è una determinata realtà. È un momento astratto, unilaterale, immediato, inconsapevole, senza relazione. L’Assoluto (o Spirito, o pensiero) “pone se stesso”, si pone come essenza, come astratta uguaglianza con sé, come puro pensiero  L’Assoluto è in sé
2)ANTITESI (negazione – “per sé”): un’altra determinata realtà che nega la prima. È un momento concreto, mediato, consapevole, messo in relazione. Il puro pensiero diviene altro (? Non sono sicuro che sia la parola giusta), pone se stesso in altro (?), si aliena, si oggettva, è per sé.
3)SINTESI (ri-affermazione): è una negazione della negazione. Una riaffermazione in termini nuovi e reali dei concetti della tesi e dell’antitesti, dell’in sé e del per sé, potenziata del positivo mediante al negazione della negazione. È l’Aufhebung (abolisce e nello stesso tempo conserva la tesi, l’antitesi e la loro lotta): -superamento, cioè non ridurre a nulla, nega e abolisce le determinazioni astratte per conservare ed elevare quelle concrete, in una sintesi superiore. Si toglie ciò che è parziale, per conservare e perfezionare ciò che è universale; –momento positivo razionale, in cui il conflitto è superato in una superiore armonia e si ottiene la verità nella sua interezza e concretezza.
Ogni sintesi diviene, a propria volta, tesi di un’altra antitesi, cui succede un’ulteriore sintesi e così via, sino al compimento del processo globale dell’Assoluto. L’Assoluto è l’Infinito, il Soggetto, l’idea, la Ragione, lo Spirito, cioè, volendo, anche Dio, idealisticamente e panteisticamente inteso come realtà immanente nel mondo, come un infinito che si fa mediante il finito.
Questa idea hegeliana di estraniazione, cioè lo spirito che esce da se stesso e si oggettiva, svuotandosi e spogliandosi, per poi ritornare a se stesso riconciliato e arricchito, ha certamente origine dal contesto biblico.
La filosofia hegeliana vuole rappresentare il sistema completo della realtà (il vero e l’intero), appreso con il pensiero. Visto che la realtà è mutevole, allora anche la filosofia sarà mutevole. Quindi, oltre che sistematica, sarà anche circolare, perché segue la triade, in cui, in una circolarità ascendente e sempre migliorativa, la sintesi diverrà poi una nuova tesi, in un nuovo identico percorso.
Per Kant il compito della filosofia critica era quello di risolvere le antinomie, gli inganni non deliberati, in cui la ragione umana cade spontaneamente, senza il correttivo formale del criticismo, perché la tendenza ad oltrepassare il limiti delle proprie capacità conoscitive sarebbe appunto naturale nell’uomo. La dialettica della ragione umana è definita da Kant quindi come una sorta di “sofistica”, seppur naturale ed inevitabile per la nostra mente. Le antinomie devono essere mostrate per la loro natura illusoria, quindi puramente apparenti (o false tanto la tesi quanto l’antitesi, o entrambe vere ma da punti di vista diversi). Hegel invece ritiene che la dialettica sia costitutiva della ragione umana, in quanto questa riproduce nel pensiero le opposizioni che si danno oggettivamente nella realtà. Non è affatto illusoria, ma ha anche un’estensione universale. L’intellettualismo, a detta di Hegel, ha una tipico atteggiamento guidato da una logica dell’identità che rende tutto statico piuttosto che in mutamento: non riconosce le opposizioni che si trovano nella realtà, sia in quella naturale che in quella storica. La ragione ha un duplice compito: scompigliare le fissità concettuali (compito negativo) e mostrare l’unità degli opposti (compito positivo), cioè come essi solo insieme costituiscano un determinato concetto o ente. Nessuna cosa è soltanto essere, ma ogni cosa è anche negatività, cioè è intimamente costituita anche dal rapporto con le altre cose che essa non è. Un positivo ha in se stesso il suo negativo corrispondente: ognuno è definito dal suo non essere l’altro, ma allo stesso tempo è ciò che è solo in connessione con l’altro. Il momento propriamente dialettico è quello della negazione (antitesi) determinata, senza il quale non si avrebbe né il dinamismo interno del pensiero puro, né il dispiegarsi del mondo (anche se con sofferenza e dolore). La filosofia, a differenza della matematica o della conoscenza storica, non pone domande che richiedono una risposta netta ed esclusiva: questo o quello; ma richiede che si tenga conto delle ragioni di questo e di quello. La filosofia è scienza dialettica, la matematica è scienza formale. C’è una generale rivalutazione del lavoro del negativo, l’operare tipico dell’intelletto, cioè il momento analitico della conoscenza, che precede la sintesi.
La semplicità, l’immediatezza, sono solo un cattivo mito filosofico. La verità non è un qualcosa che si può cogliere con un atto intuitivo, ma richiede il difficile esercizio del pensiero, che si identifica nel lavorio del negativo, la contraddizione, l’antitesi che si oppone alla tesi, in altre parole la dialettica. La verità è interezza ed è risultato di un processo di riflessione concettuale. Non è data per mistica rivelazione o intuizione.La sintesi non è complessità, ma il dinamismo del pensiero filosofico. La filosofia hegeliana vuole essere un paziente lavoro che analizza tutti i campi del reale, scandagliandone le differenze, con precisi passaggi logici, ed evitando affermazioni universali che in realtà non dicono nulla, tramite il processo della mediazione, il passaggio da un concetto pià povero a uno più alto e maturo.
• La Fenomenologia delle Spirito e il suo movimento progressivo
Il fulcro del pensiero hegeliano è la fenomenologia dello spirito. Hegel legge ed interpreta la sua modernità, il suo presente, come una scissione tra natura e spirito, tra oggetto e soggetto, tra finito ed infinito, tra società e natura. L’uomo moderno non gode più dell’armonia di cui si godeva nell’antichità, perché il suo sapere è divenuto troppo razionale. L’uomo si ritrova sradicato dalla natura, non si vede più in armonia con l’ambiente in cui è chiamato a vivere. Tale scissione viene detta alienazione, o estraniazione. Essa è il percorso attravero cui il pensiero si estranea da se stesso, si oggettiva, diventa qualcosa di altro da sé, per poi giungere migliorato dopo l’incontro-scontro tra ciò che esso è e ciò che esso non è (il processo della triade). È un processo positivo, ideale, migliorativo. Per ripristinare l’armonia perduta, Hegel sostiene che è importante che la coscienza individuale (il singolo uomo) ripercorra le tappe che ha percorso lo spirito infinito (la cultura dell’umanità), per poi giungere ad un sapere assoluto, per il quale la filosofia sia effettivamente scientifica, sistematica. Le tappe da ripercorrere sono i momenti più importanti della storia dell’uomo. La Fenomenologia è quindi una introduzione alla filosofia, un fare filosofia: il soggetto, ripercorrendo le tappe, supera le opposizooni e in parte riconquista l’antica armonia. È un percorso pedagogico, perché fa comprendere alla conoscenza individuale i progressi avvenuti nelle epoche passatem ed evita all’uomo l’immane fatica che lo spirito ha già compiuto per essere arrivato al più alto livello di consapevolezza possibile per il proprio presente ( l’uomo impara dal passato). C’è una evoluzione nella storia. Il processo storico non si ferma mai al solo negativo, ma è pervaso da un eterno progresso. Lo Spirito (la cultura dell’umanità) non è mai in pace, ma è sempre in movimento. La scienza coincide con la filosofia come sapere realizzato, ovvero come verità che si è manifestata, punto più alto raggiunto dallo spirito. Con Spirito Hegel non designa nulla di astratto o misterioso, ma la “vita etica di un popolo”, ossia la sua cultura, fatta di idee, ma anche di organismi sociali e istituzioni e, in definitiva, del sentire tipico di una comunità che ne determina la specificità.
In questo processo la filosofia deve partire dal sapere più basso, per poi divenire un pensiero organico, sistematico. La filosofia deve fare esperienza del percorso del pensiero, la Fenomenologia è il “romanzo” filosofico della conoscenza e nel suo manifestarsi nel corso della Storia, con una sequenza di scissioni e fratture, ha vissuto anche momenti di gioia e di felicità, non solo di condizione tragica. Hegel distingue sempre tra l’individuo universale (la storia del mondo) e l’individuo singolo, che deve ripetere in se stesso le grandi tappe del passato e della sua specie. Lo spirito del mondo (Weltgeist) è l’ambiente in cui il singolo uomo vive e opera. È un ambiente caratterizzato da sapere consolidato che, dopo l’Aufhebung, cioè la sua approvazione e il suo superamento, ha abbandonato il suo primitivo stato di apparenza esteriore, di sapere morto.
La tappe della Fenomenologia sono dette figure, e sono le seguenti:
1)La coscienza (certezza) sensibile, dell’immediato, dell’essente, dell’insè. È quel sapere che pone la verità al di fuori di se stesso. Sembra essere il tipo di conoscenza più certo, apparentemente concreta e veritiera, basandosi appunto sul sapere immediato dell’in sé. Ma la coscienza si rende poi conto che non ha senso ricercare la vertà al di fuori di sé. L’in sé deve sempre venire messo in relazione con il “per sé” (il soggetto che conosce) e la coscienza diviene consapevole del proprio carattere produttivo, è autocoscienza.
2)L’incontro-scontro con l’autocoscienza dell’altro in un rapporto di dipendenza-indipendenza. L’autocoscienza dell’individuo è appagata soltanto quando è riconosciuta da un’altra autocoscienza: in pratica si può sintetizzare nel motto “l’uomo è un animale sociale”. Tale riconoscimento non arriva in maniera pacifica, ma dopo un contrasto che ricorda l’hobbsiano “bellum omnium contra omnes”. La guerra, lo stato di tensione, termina quando un’autocoscienza si soggioga all’altra, per paura dell’annientamento, della morte.
In un discorso più ampio, Hegel giustifica la guerra sul piano dell’opportunità politica e della necessità etica, cioè quando i conflitti non si possono risolvere pacificamente. Inoltre la guerra, mettendo a repentaglio la vita degli individui, è quel necessario negativo per il quale la dialettica della storia trova compimento ed attuazione. In questo caso il “possesso” della vita viene considerato come puramente accidentale, così come il concetto del “finito”, che quindi è destinato alla morte e al superamento (al processo dialettico). La guerra serve anche a tenere sveglio il coraggio e la vitalità dei popoli, che altrimenti infiacchirebbero.
3)La dialettica servo padrone. Il padrone è uscito dal vincitore dall’incontro-scontro con l’autocoscienza del servo. Entrambi hanno messo a repentaglio la propria vita, ma colui che poi è divenuto servo ha scelto si soggiogarsi al padrone, lasciandosi sottomettere per paura della morte. Il padrone è il proprietario delle rendite/beni, mentre il servo non possiede nulla, ha il solo scopo di fare un servizio, un lavoro (il servo si autodisciplina): forma le cose, ma forma anche sé stesso, trasforma. A questo punto avviene un fenonemo: il servo acquista coscienza della propria indipendenza dal padrone, mentre il padrone acquista coscienza delle sua dipendenza dal servo, perché consuma ciò che non riesce da solo a realizzare. Si giunge allora ad una trasformazione, ad un capovolgimento dei ruoli: il padrone diventa servo e il servo diventa padrone. Quindi la coscienza, nel lavoro, ritrova se stessa e acquista un suo proprio significato.
Il padrone è figura della coscienza indipendente che ha la sua essenza nell’essere “per sé” ( libertà). Il servo invece è la coscienza dipendente, il cui essere è “per altro”. Ma mediante il lavoro però il servo forma se stesso, vince la paura della dipendenza e si rende indipendente. Per essere liberi bisogna lottare e lavorare. Il padrone gode degli oggetti e li consuma, mentre il servo produce e si forma. Alla base però c’è sempre la paura, sentimento per il quale il servo è divenuto tale, sottomettendosi. Ciò sta nuovamente a significare che soltanto nel duro scontro l’autocoscienza si riconosce come tale. Solo con il lavoro il servo acquisisce una forza tale da poter sconfigger la paura che lo soggioga al padrone.
4)Le figure della scissione. L’individuo è ormai sicuro del proprio valore e della propria libertà, per questo inizia a disprezzare la fama, gli onori, nonché la gioia, così come i dolori. Disprezza la vita stessa. È quindi la figura del saggio stoico, che ha una autocoscienza chiusa ed indifferente al mondo, proprio perché certo della propria libertà e dell’indipendenza da tutte le cose. Diretta conseguenza è la figura dello scettico: basandosi sull’epoché (non accettare né rifiutare, non affermare né negare qualcosa, per raggiungere l’imperturbabilità) è convinto dell’inesistenza di ogni oggettività, è sempre lecito porre il dubbio su qualsiasi cosa, non accetta nulla di vero tranne la sua posizione.
5)La coscienza infelice. La scissione viene superata dall’autocoscienza cristiana (la scolastica medievale), che è consapevole della propria finitezza, nonché della mutevolezza della realtà, comprende di essere limitata da tutto ciò che la circonda (perché, in fondo, tutto ciò gli è stato insegnato). Però essa tende comunque all’immutabile, all’infinito, a Dio. L’uomo si automortifica, ritrovandosi ad essere pallida immagine della potenza divina. La coscienza infelice supera la scissione negando se stessa. Ma per lo meno sa di essere parte dell’Assoluto, parte del divino in quanto sua creazione.
6)La ragione (età moderna). Non più infelice, la coscienza si rivolge alla ragione. Quindi ricerca se stessa nella natura (naturalismo rinascimentale) e poi formula delle leggi proprie alla natura (scienza). In questo percorso razionale però la coscienza si trova ad aver perso parte della sua soggettività, individualità. Vuole allora tornare a se stessa, ritrovarsi. Per farlo abbandona la natura e passa alla ricerca introspettiva, attraverso il piacere (inappagante) e la “legge del cuore” (che si rifà a Rousseau erp la sua idea di ontà originaria dell’uomo, nonché al sentimentalismo dei Romantici), che però è limitata, perché è un sentimento soggettivo, limitato, che non permetterà mai all’autocoscienza di realizzare qualcosa di universale.
La coscienza allora ripiega sul concetto di “virtù”, che viene identificata nella legge morale dell’imperativo categorico di Kant. Ma Hegel considera tutto ciò criticamente. Tale etica si basa soltanto sul “dover essere” piuttosto che sull’”essere”. È un puro e astratto formalismo. L’aspirazione all’universalità non può essere raggiunta tramite le idee etiche di tipo soggettivo (come quelle di Kant appunto), ma soltanto con il passaggio al concetto di eticità. Tutte le massime non possono essere universalizzate, perché alla fine devono assumere la prospettiva dell’autocoscienza che si identifica nello “ethos” di un popolo, cioè assumere la prospettiva dello spirito incarnato nelle istituzioni storico-politiche di un popolo, nonché nella sua cultura, etc… Non ci può essere categoricità universale, ma soltanto legata all’ethos, e in esso si realizza la ragione, che può quindi ricomporre in se l’armonia perduta.
Con ciò si conclude l’avventura dello Spirito del mondo. La ragione, l’autocoscienza, si è realizzata pienamente nella storia, cioè si è calata, si è riconosciuta, nell’ethos del suo popolo. Ha raggiunto quindi il più alto livello di consapevolezza possibile del soggetto. Si riconquista l’armonia perduta e in parte si elimina l’alienazione. Ma lo scopo è anche quello di giungere ad un sapere assoluto, cioè sistematico.
• La dialettica come logica del reale
La Fenomenologia dello Spirito ci ha insegnato che la verità è da intendere come totalità, cioè “il vero e l’intero, e che tale totalità non può essere presupposta come qualcosa dato sin dall’inizio, ma è il risultato di un processo dialettico (positivo e costruttivo). Hegel ritiene che proprio la dialettica sia la forma più adeguata per cogliere il reale nel suo divenie e nella sua contradditorietà. Lo spirito (vita etica di un popolo, ossia la sua cultura, fatta di idee, ma anche di organismi socialie istituzionali) non può esistere semplicemente, cioè nella sua immediatezza (o, nel linguaggio hegeliano, “in sé”). Può esistere soltanto superando il suo opposto, come ha mostrato la dialettica servo-padrone. Tale è il significato dell’affermazione della Fenomenologia secondo cui l’assoluto è essenzialmente “risultato”, che solo alla fine è ciò che è in verità. Per Hegel, qualsiasi caratterizzazione di qualcosa come immediatezza è inadeguata, in quanto ogni cosa è nella sua essenza in relazione necessaria con qualcosa d’altro e in ultima analis con la totalità, o l’intero. Ma l’intero, d’altra parte, mai può enunciarsi nella sua immediatezza, bensì deve essere visto come superamento di un dualismo e una contraddizione.
L’articolazine della dialettica, che presenta una struttura ternaria, è costituita dai 3 momenti: la tesi (il momento astratto, ossia senza relazione, immediato, inconsapevole, l’in sé); l’antitesi (il momento negativo, in cui si pone un’altra determinazione opposta alla prima, è cio che è concreto, mediato, messo in realazione, consapevole, il per sé); la sintesi (il momento positivo-razionale, in cui il conflitto è superato in una superiore armonia e si ottiene la verità nella sua interezza e concretezza, è l’in sé e per sé).
La molla (o motore) del processo dialettico è individuata dal filosofo nel “momento negativo” (antitesi), che, contrapponendosi al momento precedente (tesi), produce il dinamismo della realtà. La dialettica hegeliana, mettendo capo alla sintesi, si presenta come qualcosa di positivo e ottimistico, non sopportando che il pensiero possa restare vittima del negativo e della contraddizione. Vero è che ogni sintesi non è vista come punto di vista definitivo, in quanto può a sua volta configurarsi come punto di partenza di un nuovo processo triadico, diventando così tesi, cui si contrappone un’antitesi e a cui succede una sintesi e così via. Ma, a differenza di Fichte, che aveva considerato infinita la lotta tra l’Io e il non Io, Hegel non può ammettere che la dialettica non abbia mai termine, perché ciò equivarrebbe a ritenere lo spirito qualcosa di perennemente incompleto, una specie di coscienza infelice, che va peregrinando in eterno alla ricerca dell’Infinito di cui è assesato. Hegel mai avrebbe potuto ammetter questa “cattiva infinità” e, pertanto, essa raggiunge il suo fine e si rivela come una unità armoniosa e ricca, un’infinità compiuta e assoluta.
• La dialettica logica del concreto
Per Hegel la dialettica non è soltanto legge del pensiero, ma anche anima, struttura della realtà. Infatti, non solo il pensiero, ma anche la realtà ha un ritmo dialettico (evolutivo), che la ragione non fa altro che ricostruire e mostrare. Per Hegel il pensiero è sempre pensiero della realtà, e la realtà è razionale. Tutto ciò che è (il reale) è ragione realizzata (razionalità). Ogni evento che è accaduto risponde al disegno dello spirito del mondo, è accaduto perché era razionale. Hegel ritorna più volte sul tema dell’identità del reale e del razionale, che apparirà strano e difficile da accettare, fatto di cui l’autore si rendeva conto. Per realtà egli non intende il capriccio, l’errore, il male e qualsiasi difettiva e passeggera esistenza, né gli ideali irrealizzabili, che si farebbe meglio a denominare “chimere” vuote e vane. La realtà non si identifica, dunque, con il mero e accidentale accadere, bensì con i grandi eventi che lasciano un segno nella storia del mondo. Se in questo momento mi cade un sasso in testa che causa la mia morte, certo sarà un evento grave per le mie vicende private e familiari, ma non paragonabile, quanto a significato storico, a un analogo fatto accaduto, per esempio, a Napoleone, magari mentre sta per intraprendere una guerra. Nel primo caso si tratta di un evento effettuale, nel secondo di una realtà forte, tale da poter cambiare il corso della storia.
• La filosofia politica
La filosofia politica, che esamina l’uomo in rapporto con gli altri uomini, si articola nei tre momenti del diritto, della morale e dell’eticità.
1)Il diritto nasce dalla “volontà libera” ed è costituito dalle norme che regolano i rapporti esterni tra persone, queste ultime considerate come privati cittadini. Il primo effetto del diritto è quello relativo alla proprietà privata, ossia l’insieme delle “cose esterne” che costituiscono il patrimonio di una persona. Le cose diventano oggetto di proprietà soltanto in seguito a un contratto, che consiste in un reciproco riconoscimento tra gli uomini, i quali si accordano sul fatto che una data cosa debba appartenere all’uno o all’altro. Da cui consegue la necessità razionale che gli uomini entrino in rapporti contrattuali tra di loro, regolando in tal modo le reciproche sfere di proprietà e riconoscendosi come persone e proprietari. Se c’è un diritto si deve ammettere anche la possibilità della violazione delle sue norme, il torto, che si denomina anche delitto, nei casi più gravi come l’omicidio o la violenza verso le persone. La violazione del diritto richiede necessariamente una pena. Contrapponendosi alle teorie illuministiche –in particolare alle idee contenute nel celebre trattato “Dei delitti e delle pene” di Beccaria (1764)- Hegel non attribuisce alla pena la funzione di rieducazione del delinquente, ma innanzitutto e necessariamente quella di ripristinare l’ordine giuridico e razionale violato. La pena “onora” il delinquente stesso come essere razionale. Scagliandosi contro ogni posizione ingenuamente riparatoria, rieducativa o preventiva della pena, Hegel la considera non soltanto come qualcosa di giusto in sé, ma anche come “un diritto posto nel delinquente stesso; il delinquente viene onorato come essere razionale”. In breve, la pena è, per lo stesso delinquente, preferibile a tutte le altre misure correttive che degradano l’umanità al livello degli animali.
2)La morale studia la dimensione dell’interiorità, ha come oggetto la sfera dell’intenzionalità o del proponimento, in virtù dei quali l’uomo si esplica come soggetto libero e responsabile delle proprie azioni (critica alla morale kantiana). Pur riconoscendo il suo valore, tuttavia Hegel la ritiene insufficiente, in quanto morale “formalistica”, astratta e priva di contenuti. Una morale che mai sa collegare il dovere (soggettivo), con il bene (oggettivo), che è il fine dell’agire. In tale morale il soggetto si sente continuamente rinviato a qualcosa che è oltre se stesso (il bene) che, però, non essendo raggiungibile, acquista la fisionomia del “dover-essere”, qualcosa diassoluto e di esterno al soggetto. Poiché tutto ciò che si realizza risponde alla necessità razionale, è inutile immaginare che nella storia ci sia un dover essere, un compito a cui siamo chiamati ma che non si riesce mai ad onorare. Kant ha voluto praticare un’analisi preliminare delle facoltà conoscitive umane, prima di intraprendere l’attività conoscitiva vera e propria. La filosofia kantiana stabilisce regole e precetti preventivi,quanto frustranti ed inutili. Al contrario il compito della filosofia è quello di cogliere nel presente le leggi immanenti di sviluppo della ragione.
3)Dall’insufficienza della morale e del diritto, siamo rinviati a ricercare un dominio (??? non penso sia la parola giusta) in cui la moralità si realizzi in un oggetto, che non sia però la norma giuridica astratta. Tale è la sfera dell’eticità, in cui la libertà si oggettiva e si ricompongono i contrasti derivati dalla contrapposizione tra l’io e l’oggetto. L’eticità non rappresenta per Hegel, separatamente né la norma giuridica (diritto) né la soggettività dell’intenzione (morale); corrisponde, invece, all’unificazione delle leggi scritte e della moralità soggettiva, in una sintesi che si attiva nell’ethos di un popolo, ossia nell’eticità, intesa come quella sfera in cui il bene perseguito astrattamente dalla moralità trova concreta realizzazione nelle istituzioni e nelle leggi, che sono espressione della cultura di un popolo.
• I tre momenti dell’eticità
Concretizzandosi nella realtà oggettiva delle istituzioni, lo spirito passa attraverso tre momenti, rappresentati dalla famiglia, dalla societò e dallo stato:
1)La famiglia è il primo momento dell’eticità, ossia l’istituzione prima, naturale e immediata, in cui il rapporto naturale dei sessi si trasforma in unità spirituale basata sull’amore. La famiglia si compie in tre momenti diversi:
-Matrimonio; fondato sul consenso libero delle persone
-Patrimonio familiare; dotato del carattere della stabilità e che deve cistutuire la fonte da cui i figli devono essere nutriti ed educati)
-Educazione dei figli; a cui Hegel dedica particolare attenzione, perché vi vede una “seconda nascita dei figli”, che considera come persone e, dunque, in sé libere e mai appartenenti a nessuno, né ai genitori, ne ad altri, perché non sono “cose”.
Lo scioglimento della famiglia e la formazione di nuove famiglie da origine alla società civile.
2)La società civile. Mentre la famiglia è un gruppo unito dal legame del sangue e dell’affetto, la società e costituita da individui estranei tra loro, uniti soltanto da interessi e dal bisogno di regolarli attraverso norme giuridico-amministrative. La società è il “sistema dei bisogni” e la “cura degli interessi”, caratterizzata dalla molte scissioni che la attraversano, in quanto è la sfera plurima e articolata dei differenti bisogni delle differenti classi sociali. La società si articola nel sistema dei bisogni, nell’amministrazione della giustiza, nella polizia e nelle corporazioni. Tra i compiti essenziali della società civile Hegel pone l’educazione dei gggiovani al di fuori delle mura domestiche, che deve rispondere al bisogno di prepararli alla vita con corsi di studio appropriati. Altro compito essenziale e quello di (parola indecifrabile) gli egoismi privati e l’accaparramento delle ricchezze da parte di alcuni privilegiati, garantendo l’uso onesto di esse e una ripartizione che soccorra ai bisogni dei più poveri
3) Lo Stato è l’ultimo momento dell’eticità, il culmine della Sittlichkeit (l’ethos) che trova proprio nella vita dello Stato la sua piena realizzazione. Nello specifico lo stato hegeliano viene detto Stato etico: è incarnazione della moralità sociale e centro di promozione del bene comune, modello di indentificazione degli individui e fonte di educazione per i gggiovani. È uno stato radicalmente anti-liberale, ma non dispotico, infatti non sono gli individui nella loro singolarità a fondarlo, secondo il modello contrattualistico, ma è lo Stato a formare e fondare gli individui. È uno stato “organicistico”, perché è unione e non una associazione, una totalità e non un aggregato. E altresì lo Stato costituzionale, perché non basato sull’arbitrio del sovrano, ma un sistema organico di leggi oggettive, che non è fatta a tavolino ma costituisce il frutto della vita di un popolo. I poteri di governo sono distinti, ma convergenti nella figura del re, e sono potere legislativo, potere esecutivo e potere principesco (cioè al principe compete di dire l’ultima parola sulle leggi e sulle decisioni da prendere).
Diversamente dalla tradizione contrattualistica e liberale moderna, Hegel non ritiene che il potere dello Stato derivi dal contratto sociale, perché, se così fosse, lo Stato sarebbe l’espressione non della ragione universale, ma dell’arbitrio dei singoli. Respinte le posizioni contrattualistiche, Hegel assegna allo Stato il compito di risolvere i contrasti della società civile, facendo prevalere la ragione del bene collettivo su quello dei singoli. Il questo senso lo Stato è “sostanza etica”, incarnazione storica e istituzionale, non della volontà dei singoli, ma dello spirito di un popolo: uno Stato forte ma non dispostico, perché regolato dalle leggi e quindi non retto dall’arbitrio di una persona o di un’assemblea. Lo Stato hegeliano non è il risultato della volontà dei singoli, anzi viene prima dei singoli e fonda la loro condizione di cittadini di un Paese; è tuttavia uno Stato di diritto, ossia regolato dalle leggi e teso alla salvaguardia delle libertà dei singoli e delle loro proprietà.
Passando a trattare i rapporti tra Stati, Hegel ritiene che in caso di controversie insanabili non ci sia altro rimedio che la guerra. Contrariamente a Kant, che aspirava la presenza di un organismo internazionale in grado di risolvere le questioni tra gli Stati e assicurare la “pace perpetua”, Hegel ritiene che la guerra sia necessaria ed eticamente opportuna. Necessaria, in quanto, essendo ogni Stato in sé autonomo e indipendente, non può riconoscere nessuna altra istanza a esso superiore per sanare i conflitti: con ciò Hegel nega la possibilità di istituire organismi superstatali deputati a dirimere le controversie. Hegel sostiene qualcosa di ancor più inquietante: la guerra è opportuna e auspicabile, perché è un antidoto contro l’infiacchimento dei popoli e ha la medesima funzione del vento rispetto al mare: essa rigenera i popoli proprio “come il movimento dei venti preserva il mare dalla putrefazione”.

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