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L'autocoscienza


Nell’autocoscienza Hegel analizza la coscienza che ha raggiunto la consapevolezza di sé ed è arrivata intellettivamente e razionalmente alla fine del percorso, realizzando di essere la realtà e scoprendosi libera e autonoma (questa consapevolezza deve concretizzarsi = il razionale deve farsi reale). La coscienza è quindi considerata nei suoi rapporti con gli altri.

La prima figura dell’autocoscienza è quella rappresentata dal servo-padrone, esemplificazione della condizione schiavile. Nasce dalla necessità dell’autocoscienza di essere riconosciuta come tale, realizzabile solo tramite un’altra autocoscienza. Scopertasi libera e autonoma, l’autocoscienza vuole realizzare questa libertà e autonomia nel mondo, cedendo all’appetito, ovvero al desiderio di appropriarsi del mondo ed averlo tutto per sé. Poiché anche le altre autocoscienze vogliono farlo, si crea un conflitto, una lotta per la vita (Hobbes, homo homini lupus) nel quale ogni autocoscienza lotta per affermare la propria libertà. La lotta finisce con il subordinarsi di una all’altra autocoscienza nel rapporto di servo-padrone. Il padrone è colui che ha rischiato la propria vita per affermare la sua indipendenza, sollevandosi dalla condizione animale usando la ragione, mentre il servo è colui che ha avuto paura della morte, cedendo all’istinto di sopravvivenza animale, e che piuttosto che rischiare di morire ha deciso di sottomettersi negando la propria autonomia e libertà.
Il signore non ha però ottenuto il riconoscimento come autocoscienza libera e autonoma, in quanto lo schiavo non è un suo pari , quindi la sua libertà è solo apparente. Si ha così un rovesciamento dialettico dei ruoli, nei quali il signore diventa servo del servo e il servo diventa signore del signore. Infatti il signore, che è apparentemente libero e autonomo, in realtà dipende passivamente in tutto e per tutto dal lavoro del servo. Quest’ultimo, invece, si rivela essere la vera autocoscienza grazie alla funzione emancipativa del lavoro, in quanto il prodotto del suo lavoro è il prodotto della sua libertà e autonomia: il servo ha il suo riconoscimento nel lavoro, poiché riconosce se stesso nella cosa che ha creato (fai essere la cosa ciò che tu vuoi che sia). Il servo ha quindi il riconoscimento come autocoscienza da un suo pari, ovvero se stesso nell’oggetto che ha creato tramite il lavoro (struttura triadica: tesi=lotta per la vita, antitesi = servizio, sintesi = lavoro).
La seconda figura dell’autocoscienza è quella rappresentata dallo stoicismo, che celebra la libertà e indifferenza del saggio nei confronti di ciò che lo circonda. Infatti la consapevolezza del servo di essere autocoscienza è interiore, astratta, non concreta, in quanto esternamente può essere comunque ancora schiavo. Di fatto, quindi, saggio stoico è libero “sul trono o in catene” indifferentemente, poiché la libertà raggiunta è puramente interiore e la condizione esterna non è più importante.
L’indifferenza nei confronti della realtà esterna sfocia in un completo annullamento del mondo tipico dello scetticismo, che nega tutto ciò che è ritenuto vero e reale. Ciò porta però gli scettici a cadere una contraddizione profonda, in quanto dichiara che tutto è vano e non vero pretendendo di dire qualcosa di reale e vero (annullano l’esterno ma ci vivono).
L’ultima figura dell’autocoscienza è quella rappresentata dalla coscienza infelice, che non sapendo di essere tutta la realtà si ritrova dilaniata dal conflitto tra finito e infinito, che prende forma in una radicale separazione tra uomo e Dio, nel quale Dio, l’Assoluto, diventa trascendente. Ciò sfocia nell’Ascetismo e nelle sue pratiche di mortificazione del corpo fino all’annientamento degli aspetti umani (bisogni legati al corpo); questo punto più basso diventa quello più alto quando l’uomo si accorge di essere lui stesso Dio, superando la condizione di finitezza e unendosi con l’infinito. E’ la fine del processo di autocoscienza, che passa alla ragione, storicamente inteso come il passaggio dal Medioevo alla modernità.

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