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I sofisti e Protagora

La democrazia nelle poleis non era più rappresentativa, bensì diretta, per cui presupponeva la partecipazione dei cittadini maschi alla discussione e all'approvazione delle leggi, inoltre queste venivano desacralizzate, perdendo così il valore sacro e diventando un prodotto della volontà umana e non più delle divinità. Con l'autonomia nacque l'individualismo (il desiderio di emergere); si formò così un tipo di uomo i cui pregi erano l'abilità e la capacità di persuadere gli altri; credeva inoltre di migliorare la sua condizione attraverso la virtù politica. (Chi non sa può apprendere, mentre un tempo si nasceva aristoi, non si poteva diventarlo, erano virtù innate).
Grandi trasformazioni vi furono sotto l'Atene di Pericle, che estese l'Isonomia (uguaglianza politica) anche ai medi e ai piccoli proprietari terrieri. Così Atene divenne la forma di Stato più ambita e diventò anche il modello greco per eccellenza.
Di ciò ce ne diede testimonianza proprio Pericle in una sua opera: Atene non prendeva spunto da altre Costituzioni, all'interno della poleis tutti avevano uguali diritti, ma alcuni erano più degni della stima rispetto ad altri; la politica sceglieva i più bravi, i più meritevoli, indipendentemente dal clero; la città di Atene era una scuola per la Grecia.
Tra gli uomini più in vista nell'Atene di Pericle vi furono i sofisti , da sofistos (sapientissimo) .
Se il termine assunse il significato dispregiativo ciò derivava da Platone e Aristotele che associarono , a questi, caratteristiche negative.
Essi pensavano che i sofisti non fossero dei filosofi, non considerandoli sapienti, ma portatori di una sapienza apparente poiché ponevano solo domande e mai risposte, non andavano alla ricerca della verità e mercificavano il sapere con un tipo di insegnamento dietro compenso. In realtà i sofisti proponevano ai giovani che volevano avvicinarsi alla vita pubblica un modello di insegnamento alternativo rispetto a quello della tradizione aristocratica.
Finalizzato all'esercizio delle virtù politiche, rispondeva alle esigenze delle nuove Istituzioni democratiche. In una società dominata da assemblee e tribunali la capacità di parlare bene rappresentava un vantaggio decisivo: occorreva sapere i significati e le sfumature delle parole, occorreva possedere l'arte dell'eloquenza.
I sofisti dunque furono maestri d'eloquenza, un'abilità indispensabile per chi aspirava al successo nella vita politica.
Rispetto alla figura della natura sviluppatasi nel mondo greco, i sofisti ebbero un atteggiamento distaccato. Essi puntarono lo sguardo verso le scelte e la vita degli uomini e si distaccarono dall'archè, eccessivo all'esperienza. Per i sofisti non esisteva il bene e i valori erano relativi ad ogni comunità. L'uomo doveva essere padrone delle sue tecniche e dei suoi valori, quindi le sue scelte e la verità dovevano essere relativi ad ogni ambiente e comunità.
Rispetto ai loro predecessori, ad esempio Parmenide che ammetteva una verità assoluta (l'essere), i sofisti ammettevano una Verità Relativa, secondo cui il vero doveva essere definito come tale rispetto al soggetto che la conosce. (Per me l'aranciata è dolce, per te che hai assunto un medicinale, è amara. Nessuno dei due mente, poichè rispetto alla condizione nel quale siamo ognuno dei due dice la verità. una verità relativa) Quindi la verità diventava Opinione (Doxa).
I sofisti non si occuparono di ciò che era vero, ma di ciò che era utile.

Uno dei più grandi Sofisti di prima generazione fu Protagora.
Egli nacque ad Abdera nel V secolo a.C., tra il 491 e il 481. Esercitò la professione di sofista per circa quarant'anni, soggiornando spesso ad Atene presso la quale godette dell'amicizia di Pericle, il quale gli affidò il compito di elaborare la legislazione per la colonia di Turi (444 a.C.).
Protagora fu accusato d'empietà. Questa accusa prendeva spunto dalle sue opere (Sugli dei), nelle quali affermava che

Protagora:
"Riguardo agli dei non si sa nè che sono nè che non sono, nè quale sia la loro natura, molte cose sono infatti le difficoltà che impediscono di appurarlo: la grande oscurità della cosa e la brevità della vita"
. Di tale affermazione (che è una presa di posizione agnostica e non atea) erano significative le ragioni addotte dal filosofo : una che faceva supporre che la brevità della vita imponesse all'uomo problemi più pressanti della speculazione teologica, ovvero che non consentiva di risolvere problemi così complessi; l'altra che tale speculazione oltrepassasse i limiti della conoscenza umana circoscritti all'ambito dell'esperienza.
Protagora disse anche che "l'uomo è misura di tutte le cose, di quelle che sono e di quelle che non sono". Si tratta di una tesi in netta contrapposizione con il pensiero parmenideo, poiché afferma che l'opposizione tra ciò che è e ciò che non è non va intesa in maniera assoluta.
Si è discusso molto nel dire se l'uomo sia l'uomo in generale o il singolo individuo. Nel primo caso la misura sarebbe anch'essa generale, ossia unica per tutti gli uomini, invece nel secondo varierebbe da individuo ad individuo e quindi ''Tante teste, tanti pareri ''. La conclusione degli studiosi quindi fu che Protagora si riferisse al singolo individuo.
Da questa tesi deriva che non esiste una verità assoluta, ma solo opinioni relative all'individuo che conosce e giudica.
Da essa deriva in sostanza il relativismo, secondo cui la realtà non è unica, ma molteplice, relativa al'esperienza, varia, conflittuale e soggettiva. La verità non esprime la natura delle cose ma l'interazione tra oggetti e uomo.
Riguardo alle percezioni quindi ognuno di noi è giudice e le valutazioni sono iremediabilmente soggettive e sempre vere. Tuttavia, sebbene i giudizi si manifestino in base a questa considerazione egualmente veri, non sono altrettanto opportuni se dannosi.
Esistono quindi dei limiti del relativismo e vengono superati da un parametro : l'utile che riescono a percepire in pochi ed è singolo e della comunità (Criterio dell'utile: non tanto l'utile per l'individuo quanto l'utile per la società).
Il compito del sofista per Protagora è quindi provvedere con gli strumenti persuasivi del linguaggio a una trasformazione dell'individuo. Grazie alla retorica e alla ragione gli individui riusciranno a comprendere meglio la verità più utile e meno dannosa.

Platone intitola un brano "Protagora", nel quale cerca di spiegare l'utile. Questi fa parlare Protagora attraverso un mito, quello di Prometeo, con il quale spiega che le virtù non sono innate; l'uomo potrebbe essere l'essere più fragile, ma apprende le virtù grazie alla ragione. L'uomo è responsabile della creazione della sua storia, e potrà creare il suo destino. Giustizia e ragione equivalgono a pace.

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