gaiabox di gaiabox
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La riflessione sull'uomo ha una posizione centrale nella Grecia dell'età classica. Ma quali fattori contribuiscono all'elaborazione di un alto concetto dell'uomo, che ha nel detto di Protagora «l'uomo è misura di tutte le cose» la sua più efficace espressione?

1. Laicizzazione della cultura e interesse per l'uomo. L'interesse dei filosofi per mo è anche conseguenza di un costante processo di laicizzazione della cultura particolarmente intenso dalla metà del V secolo a.C. ln questo periodo, infatti, almeno tra i ceti colti, si indebolisce l'influenza delle concezioni religiose tradizionali e delle grandi narrazioni mitologiche, che spiegavano la realtà umana e naturale come conseguenza dell'azione delle divinità, Tra i fattori di crisi della religione tradizionale vi è certo l'evoluzione della polis in senso democratico e assembleare: l'esperienza politica chiarì infatti che è l'uomo, come individuo e come collettività, il soggetto delle grandi scelte che determinano la sua vita e che dunque non è necessario rivolgersi agli dèi per comprendere il senso degli eventi. Nella medesima direzione agì anche l'avvento di nuovi saperi e di nuove forme di comunicazione, quali la filosofia, la medicina, la storiografia, la retorica dei sofisti: discipline accomunate dall'intento di conoscere il mondo e di risolvere i problemi con strumenti esclusivamente umani.

2. La critica alla religione nel teatro tragico. Il teatro tragico, che è la forma di cultura popolare per eccellenza, riflette nella sua evoluzione la generale umanizzazione della cultura greca antica. Se infatti le vicende di dèi ed eroi costituiscono la materia di tutti i grandi tragici, nel passaggio da Eschilo (525-455 ca. a.C.), attivo nella prima metà del V secolo a.C., a Sofocle (forse 497-406 a.C.) e poi a Euripide (480-406 a.C.), diviene sempre più chiara la funzione puramente allegorica dei miti. Eschilo inserisce nel quadro delle credenze comunemente accettate le norme e gli istituti della nascente polis democratica, legittimandone i costumi alla luce della tradizione religiosa, in cui il tragediografo riconosce un decisivo fattore di coesione sociale e politica. I personaggi eroici e divini che Euripide mette in scena nella seconda metà del V secolo a.C., invece, hanno perduto, rispetto al modello eschileo, ogni aura di sacralità e vengono raffigurati alla stregua di comuni mortali. Proprio nelle tragedie euripidee si manifesta il dubbio intorno all'esistenza degli dèi e alla verità dei miti.

3. «L'uomo è misura di tutte le cose». La laicizzazione della cultura greca si evidenzia anche nelle dottrine dei filosofi del V secolo a.C., che riprendono la confutazione della religione tradizionale e dell'antropomorfismo religioso, già in precedenza condotta da Senofane. Secondo Democrito, per esempio, gli dèi furono un parto dell'immaginazione degli uomini' alla ricerca di rassicurazioni di fronte a fenomeni spaventosi e razionalmente inspiegabili. La dissoluzione critica delle credenze tradizionali giunge alle sue estreme conseguenze in crizia per il quale la religione non è altro che uno strumento di potere. La più forte affermazione della conquistata centralità dell'uomo nell'universo culturale greco è quella del sofista Protagora, il quale dice che «l'uomo è misura di tutte le cose». In altre parole l'uomo è per Protagora il criterio ultimo per stabilire ciò che è vero e ciò che è buono: sia che si intenda l'affermazione come riferita al singolo, per cui ciascuno sarebbe arbitro della verità e della moralità, sia che la si intenda come detta della collettività cittadina, sia infine che "l'uomo stia a indicare tutto il genere umano, è certo che l'uomo è collocato da Protagora in una posizione ne di assoluto privilegio, analoga a quella che la cultura tradizionale attribuiva agli dèi.

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