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L'arte e l'amore platonico

l’amore platonicoù


L'arte come allontanamento dal vero

L'arte non disvela ma vela il vero perché non è una forma di conoscenza; non migliora l'uomo ma lo corrompe perché è menzognera; non educa ma diseduca perché si rivolge alle facoltà arazionali dell'anima, che sono le parti inferiori di noi. Platone assume un atteggiamento negativo di fronte alla poesia perché il poeta non è mai tale per scienza e per conoscenza, ma per irrazionale intuito; il poeta è "fuori di sé" e quindi inconsapevole e il poeta è poeta per "sorte divina", non per virtù di conoscenza. Nel libro X della Repubblica, Platone afferma che l'arte è una "mimesi", una "imitazione" di eventi sensibili. Quindi dato che le cose sensibili distano dal vero nella misura in cui la copia dista dall'originale, se l'arte è imitazione delle cose sensibili ne consegue che essa è "una imitazione di una imitazione" e quindi è ancor più lontana dalla verità. Platone è convinto che l'arte si rivolga non alla parte migliore, ma alla parte meno nobile della nostra anima e negò che l'arte potesse valere solo per se stessa e che quindi per "salvarsi" deve assoggettarsi alla filosofia.

La retorica come mistificazione del vero

Secondo Platone la retorica è lusinga, è adulazione, è contraffazione del vero, pretende di persuadere e di convincere tutti su tutto senza avere alcuna "conoscenza", crea vane persuasioni e illusorie credenze e si rivolge alla parte peggiore dell'anima, quindi il retore è colui che ha l'abilità di essere persuasivo più di chi veramente sa ed è lontano dal vero quanto l'artista, e come alla poesia va sostituita la filosofia, alla retorica va sostituita la vera politica, che coincide ancora con la filosofia. Questo giudizio, pronunciato nel Gorgia, viene ammorbidito nel Fedro, dove si riconosce alla retorica un diritto all'esistenza a patto che essa si sottometta alla verità e alla filosofia.

L'amore platonico come via alogica all'assoluto

L'amore platonico vine visto come via alogica all'assoluto.

Alogica = ciò che si sottrae, ma non è necessariamente contrario, alle leggi della logica.
La tematica della bellezza viene collegata con quella dell'eros e dell'amore, che viene inteso come forza mediatrice fra sensibile e soprasensibile, forza che dà ali ed eleva. E poiché il Bello, per i Greci, coincide col Bene, così Eros è forza che eleva al Bene. Nel Simposio Platone afferma che Amore non è né bello né buono, ma è sete di bellezza e di bontà. Amore non è quindi un dio, ma nemmeno un uomo. Non è mortale e neppure immortale: egli è uno di quegli esseri demoniaci intermedi fra uomo e Dio. L'amore è filosofo, poiché, la sophia, cioè la sapienza è posseduta solo da Dio, l'ignoranza è propria di colui che è totalmente alieno da sapienza, la filosofia è propria di chi non è né ignorante né sapiente, non possiede il sapere, ma vi aspira, così come l'amore aspira la Bene. Infatti amore è desiderio del bello, del bene, della sapienza, della felicità, dell'immortalità, dell'Assoluto. Al più basso grado nella scala dell'amore è l'amore fisico, che è desiderio di possedere il corpo bello al fine di generare nel bello un altro corpo; poi c'è il grado degli amanti, che sono fecondi non nei corpi ma nelle anime; e al sommo della scala d'amore c'è la folgorante visione dell'Idea del Bello in sé. Nel Fedro approfondisce ulteriormente il problema della natura sintetica e mediatrice dell'amore, ricollegandolo con la dottrina della reminiscenza. Desiderio è appunto Eros, che, con l'aspirazione al soprasensibile, fa rispuntare all'anima le sue antiche ali e la eleva. L'amore è nostalgia dell'Assoluto, trascendente tensione al metaempirico, forza che ci spinge a ritornare all'originario nostro essere presso gli dei.

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