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L’ultimo rappresentante dell’eleatismo (anche se forse non ha mai soggiornato a Elea) è Melisso di Samo (485-430 a.C.).

L’essere in senso fisico-cosmologico

La sua operazione è esattamente inversa a quella di Zenone. Se quest’ultimo ha fornito un’interpretazione del pensiero di Parmenide di carattere logico-dialettico, Melisso intende l’essere parmenideo in senso fisico-cosmologico e per lui l’essere altro non è che il cosmo, ossia l’universo. Tuttavia questo essere, per poter risultare effettivamente unico, dovrà inevitabilmente essere anche privo di limite, ossia illimitato (àpeiron) e infinito (a differenza dell’essere parmenideo che era invece equiparato a una sfera perfetta, e che risultava dunque finito).

L’infinità nel tempo

L’essere è per Melisso privo di limiti non solo nello spazio, ma anche nel tempo. Egli ritiene infatti che l’essere, coincidente con il cosmo, sia ingenerato e incorruttibile: per dimostrarlo introduce una tesi che avrà un’importanza fondamentale nella storia della filosofia. Scrive infatti all’inizio del suo trattato Sulla natura o sull’essere: «Sempre era e sempre sarà, perché se fosse generato sarebbe necessario che, prima che fosse generato non fosse nulla, ma se prima era nulla, per nessuna ragione nulla si sarebbe potuto generare dal nulla».

Nulla si genera dal nulla

L’interesse di questa affermazione risiede soprattutto nel fatto che in essa si trova la prima esplicita formulazione del principio secondo il quale «nulla può nascere dal nulla» (nihil ex nihilo). Per comprendere quanto questo principio, in qualche modo implicito già nel poema parmenideo, abbia influito sulla riflessione naturalistica successiva, sarà sufficiente leggere la prossima sezione.
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