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Filosofie ellenistiche nel mondo romano


Di fronte alle nuove esigenze sociali ed ideologiche del mondo romano, di fronte alla pressione esercitata dalla cultura retorica, cadono i confini e le distinzioni tra scuole che avevano determinato la polemica filosofica in età ellenistica.
La filosofia egemone continua ad esser, nella società imperiale, lo stoicismo che, sulla traccia di Panezio e Posidonio, abbandona le posizioni sistematiche dell’origine. Le figure dominanti dello stoicismo romano, Epitteto, Seneca e Marco Aurelio, sono molto diverse tra loro.
Seneca fu ministro di Nerone, Marco Aurelio imperatore, Epitteto, nato schiavo e poi liberato, fu uomo di scuola. I loro discorsi procedono come meditazione e consiglio morale e nessuno dei tre apporta innovazioni alla dottrina. Tutti e tre rientrano nella cultura dell’Humanitas, che conferiva pari dignità e pari valore a tutti gli uomini, determinando il superamento del conflitto tra libero e schiavo.
Epitteto riprende alcuni moduli del primo stoicismo che ricordano il cinismo. Distingue ciò che sfugge al potere di ciascuno e ciò che vi rientra ripetendo il consiglio di attenersi esclusivamente a questo, al fine di vivere liberi e felici. Quindi è implicito il suggerimento a rinchiudersi nella sfera privata.
Seneca vive nel momento di massimo conflitto tra aristocrazia senatoria e potere imperiale, Marco Aurelio vive nel momento in cui tale conflitto era stato felicemente ricomposto. Seneca si trova in una situazione in cui all’uomo dell’ humanitas è venuto a mancare il suo mondo, cioè l’ambito sociale che gli permette di agire secondo il proprio modello. In Seneca il modello è riproposto come difesa invincibile contro la malvagità e la crudeltà naturali dell’uomo, e tale tensione non è facilmente conciliabile con lo stoicismo. Marco Aurelio, invece, parla di se stesso come di un servitore dello stato che assolve i suoi doveri.
Lo scetticismo nella sua accezione pirroniana di rifiuto e di silenzio, non ha seguito a Roma. Il contenuto proprio di questa filosofia si esprime in una forma letteraria particolare, la diatriba, ed è la costante polemica contro le forme culturali ufficiali. Irridente ed ironica quella cinico-scettica è una controcultura. Dalle satire di Orazio all’atticismo di Luciano, la cultura di più ampio pubblico fa propria la polemica cinica.
Lo scetticismo accademico, invece, trova la sua sistemazione nell’opera di Sesto Empirico.
Il destino dell’epicureismo è diverso, essendo implicita in questo sistema filosofico l’impossibilità di accrescersi o innovarsi. La dottrina epicurea va imparata e praticata, non discussa né indagata. L’epicureo Filodemo di Gadara, amico di Cicerone, Virgilio e Orazio, cerca di difendere l’epicureismo dagli attacchi degli stoici, analogamente a Lucrezio che, nel “De rerum natura”, opera divulgativa, ha come ultimo scopo quello di dare un rilievo culturale all’epicureismo. Lucrezio vede insinuarsi nell’ideologia dell’humanitas tematiche magiche, mistiche e religiose accolte nella koinè da Posidonio. Il suo tentativo è quello di fare dell’epicureismo una ideologia alternativa e materialista.
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