Ominide 435 punti

Eraclito

Eraclito era detto “l’Oscuro”. La tradizione greca di attribuire al nome un aggettivo è di solito un patronimico, si fa quindi riferimento al genos, alla stirpe di provenienza. Questa è una modalità per radicare un’identità, per tenerla presente. Era un filosofo di Efeso, la città da cui fiorì dal 546 l’intera Ionia, soggetta ai persiani. Fino al 504 le lotte del Peloponneso. Giungono pressioni dalle popolazioni straniere sui confini, ma è anche il tempo delle grandi figure come Pericle. Si può supporre che Eraclito sia stato testimone delle città ioniche, le quali, ad eccezione di Efeso, si unirono per formare una lega per abbattere. Quest’esperienza fu così impressionante che il pensiero eracliteo assunse un carattere eminentemente pessimistico. La vena pessimistica di Eraclito sta nel fatto che, seppure qualcosa esiste, applicarsi alla conoscenza di questo non è una cosa scontata, anzi nella maggior parte dei casi è fallimentare. C’è quindi una vena pessimistica sulla possibilità o non possibilità di conoscere l’essenza delle cose, l’aleteia di cui parlava Emanuele Severino, ciò che è in luce, ciò che evidente, rispetto a ciò che muta, il rimedio che la filosofia si propone di avere. Anche Eraclito scrive perì ta fusila, intorno alle cose della natura, perciò lo troviamo ascritto tra i filosofi ilozoismi, poiché egli non si è sottratto dal compito di analizzare la realtà circostante. Potremmo aspettarci un trattato intorno alle cose della natura, invece ci troviamo degli aforismi, che sono di fatto il modo di raccontare di Eraclito. Eraclito racconta la cosmologia, che parla del modo di pensare dei filosofi di Mileto, riconoscibile per il suo principio ispiratore: il mondo ha una sua consistenza autonoma che nessuno, sia gli uomini sia gli dei, ha creato e che è destinato a rimanere perennemente identico a se stesso.

Eraclito ha dunque un’idea specifica del cosmo, nato secondo una legge propria e destinato a rimanere tale proprio grazie alla legge che lo ha creato. E’ sdegnato dell’analisi noiosa che tutti coloro che lo hanno preceduto fanno parlando del mondo e dell’universo: analizzando i fenomeni, dando ragione di quello che si osserva, dovendo accedere con i sensi… Ritiene noiose tutte le trattazioni che sono fatte in maniera piana, lineare ed articolata. Non è quindi il filosofo che apprezza i trattati sulla natura, perché secondo la sua opinione essi sono minuziosi ma non colgono l’essenza. Sul terreno cosmologico assegna un ruolo privilegiato all’esperienza. Ci possiamo fidare soltanto di quello che vediamo, siccome ogni giorno vediamo nascere il sole, ogni giorno nasce un uovo sole. L’idea che possiamo cogliere da questa che può sembrare un’ingenuità è che l’osservazione delle cose è la base della conoscenza: nulla può essere pensato se prima non è stato percepito.
L’archè di Eraclito è il logos che è sempre. Il problema è che questo principio primo eterno noi lo possiamo cogliere facendo esperienza di ciò che ci circonda, quindi osservando. Gli uomini fondamentalmente per Eraclito si distinguono in svegli e dormienti: svegli sono coloro che comprendono, sanno leggere le cose, le capiscono, i dormienti sono coloro che si lasciano vivere dalle cose, obbedendo solo agli istinti naturali.
L’esperienza di Eraclito si fonda anche su altri cambi. Secondo lui polemos, conflitto, guerra, è padre di tutte le cose. Essendo il conflitto la matrice dell’esistenza, gli uni fa re, gli altri fa schiavi. Logos è conflitto. C’è un ribaltamento sostanziale della filosofia finora considerata. Finora abbiamo accettato che la legge, l’elemento di ogni cosa, fosse un principio ilozoista, panteista e monista, un principio che dà inizio a qualcosa. Ciò che dà inizio alle cose è qualcosa che noi ravvisiamo, che chiamiamo logos, poiché frutto della nostra comprensione e da questo desumiamo tutta la spiegazione di quello che ci circonda. Per Eraclito la natura di questo principio corrisponde alla tradizione del pensiero che sta nascendo, ma che natura gli dà? Se rimane e permane, una legge eterna, ma di natura conflittuale come lui sostiene, andiamo incontro ad una contraddizione. Il conflitto non è qualcosa di stabile, di dinamico. Chi comprende che il logos è sempre, comprende che l lgos non è nulla di rassicurante, ma è polemos: le cose esistono perché esistono i contrari. Polemos è quindi la teoria dei contrari.
Eraclito aveva una concezione che potremmo chiamare laica della conoscenza. Secondo Eralcito andiamo a constatare le cose indipendentemente da un Dio. Si distacca quindi da quei filsofi che hanno visto una visione ulteriore rispetto a ciò che il mondo è, riflettendo sulla categoria del trascendente, cioè ciò che va aldilà di ciò che constato. I contrari, lungi dall’elidersi a vicenda, convivono, coesistono. Quando constatiamo un fatto lo constatiamo in una delle sue facce: se c’è polemos non c’è pace, se c’è pace non c’è polemos. Questo non significa che pace o polemos non esistano, ma significa che quando constatiamo qualcosa essa è soltanto un aspetto di ciò che è. Per coloro che egli chiama i dormienti, che non sanno leggere aldilà dell’apparenza, la realtà è univoca, ma per gli svegli la realtà è ambigua. Ci vuole uno sforzo filosofico perché questo sia comprensibile.
La coppia Eraclitea è questa: opposizione/implicazione. Un’opposizione può essere uno scontro, un’allontanamento, una distanza, un’implicazione invece è una presupposizione, i contrari si presuppongono e quindi l’uno è la vita dell’altro, l’altro è la morte dell’uno. Implicazione significa creare un legame indissolubile che tiene insieme ciò che non è uguale. La visione eraclitea è implicata in una relazione indissolubile tra i contrari. In fondo possiamo dire che questa sia un’iperbole dell’archè, che è monista, ilozoista, panteista e immanente. La forma più astratta, più lontana eppure più vicina rispetto a questa definizione, ma è la più vicina all’esperienza, poiché noi viviamo immersi nei contrari. E’ un’intuizione forte quest di Eraclito, poiché questo conflitto è fecondo.

Nell’espressione “panta rei” Eraclito mostra che i contrari sono implicati l’uno nell’altro, oppure la contrapposizione di due identità. Ciò che Eraclito risolve è il principio o principio negativo del nulla. Stiamo parlando della filosofia dell’horror vacui, la paura del vuoto. La possiamo trovare anche sui vasi, sui dipinti, su quella minuziosità i cui ogni spazio ha un suo oggetto, ogni scena è descritta in maniera precisa e disegnata in ogni suo dettaglio, in cui abbiamo anche la presenza di fregi ornamentali, linee e figure geometriche. L acostante è la necessità di poter cogliere tutto quello che c’è poiché ciò che non è, lo spazio di non esistenza hce noi chiamiamo nulla, e colmare la paura del vuoto. Il “panta rei” Eracliteo, cioè il fatto di poter passare da un’identità al suo contrario senza mai consentire che ci sia un nulla, è quello che Eraclito dà al contributo di tale ragionamento: la paura del vuoto. Per cui il pensiero della filosofia comincia a diventare articolato, multiforme e policentrico. Il pensiero multiforme di Eraclito comincia a porre una riflessione su questo argomento. Nel movimento, nel cambiamento, nel tutto scorre, noi troviamo dinamismo, movimento, multiformità: tutto questo ci permette di astrarre meglio il ragionamento dal dato concreto, quindi cominciamo ad utilizzare effettivamente il logos, per un ragionamento induttivo, ossia osservando qualcosa di molto comune per il tempo, quindi i fiumi, la natura del dinamismo dei fiumi, l’associazione di Eraclito è quello scorrere continuo per cui l’acqua non è mai la medesima. Da questo capiamo che la realtà non è mai la medesima: possiamo focalizzare un istante, ma l’istante dopo c’è già qualcosa che è cambiato. Il panta rei eracliteo viene semplicemente definito “tutto scorre”, ma è in realtà un ragionamento sul divenire e sulla molteplicità e multiformità del reale, mai uguale a se stesso, anzi “sempre, nella legge segreta del mondo, strettamente connessa nei suoi contrari”.

La rivoluzione del pensiero Eracliteo è che da una sostanza semantica, diversa, spiazzante per i più, bisogna guardare le cose nel loro insieme. L’invito di Eraclito è quello di non fermarsi all’apparenza delle cose, ma di ricercare la loro essenza. I contrarti quindi non appaiono inconciliabili, ma sono addirittura la legge dell’armonia, perché senza il loro continuo scontro non ci sarebbe equilibrio nel contesto in cui la natura è e l’uomo vive. Sarebbe la morte. Qui troviamo razionalità, la ricerca di un ragionamento ched tenga sulle strutture logiche, ma anche una visione estetica, il cui paradigma è la bellezza. Pensiamo a come sono costruite le polis greche: esse hanno una struttura razionale, ma gli edifici non vengono certi affidati ai geometri o ai maestri di cantiere, bensì agli architetti, agli scultori, ai pittori; l’uomo antico è sempre vissuto immerso nella bellezza naturale e antropica (frase di Baumgarden). Gli edifici e le statue per esempio, sono fonti dell’educazione e della conoscenza e il fatto che siano organizzate secondo i canoni estetici e funzionali, ci dice quanto questa cultura della bellezza sia legata all’interno della cultura classica. In questa armonia, alla quale l’uomo greco era abituato, Eraclito scorge i contrari, che consentono l’armonia. Questa è la ratio, il ragionamento da lui portato, legge universale che le governa, principio di tutte le cose.

I giunti sono gli snodi, le articolazioni, ciò che tiene insieme qualcosa che poi si muove. E’ dentro il cosmos che il principio guida razionale è quello dei contrari. Kosmos è poiché al suo interno i contrari si congiungono. E’ questa la legge della vita: il continuo alternarsi dei contrari. La loro conciliazione sarebbe soltanto morta quiete. Si pensi erroneamente ad una palude, poiché sotto la melma ogni palude nasconde una vita brulicante di piccoli esseri.

Dio per Eraclito è forza, energia e vitalismo. Per l’uomo greco gli dei della città sono quelle immagini antropomorfe a cui dedicare i sacrifici, in attesa di cose buone o per emendare atti manchevoli. Hanno quindi una funzione pubblica, sociale, politica, ma la divinità, l’idea del divino, per questi filosofi coincide con un’energia vitalistica eterna. Il panteismo eracliteo ha dunque una matrice materialistica.

Hai bisogno di aiuto in Filosofia Antica?
Trova il tuo insegnante su Skuola.net | Ripetizioni
Registrati via email