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La politica per Epicuro


Perché non si cura della politica? Perché essa è fonte di dolore e turbamento, più che mezzo possibile per raggiungere una felicità diffusa e generalizzata. Ethos dell’individuo, cioè quella posizione che mira a curare l’esistenza del singolo e non tanto quella della collettività. Epicuro, proprio come gli dei che ha immaginato totalmente indifferenti al destino degli uomini, si estranea dal mondo, perché dal suo punto di vista interessarsi dei destini della polis equivarrebbe a smarrire al serenità tanto difficilmente raggiunta, incrociare di nuovo il dolore, perdere ciò che costituisce l’irrinunciabile contesto sociale in cui si trova a vivere, che non è più il momento più felice della polis. Giacché dal suo punto di vista conta soprattutto la felicità del singolo, tutto il resto viene dopo e deve essere eventualmente perseguito solo a patto che non si opponga a ciò. La politica, che non sembra concorrere al raggiungimento di questo obiettivo, viene allontanata. Hegel, nelle sue lezioni sulla filosofia della storia, dà un’eccellente formulazione di questo principio quando descrive la sorte di quelli che chiama “individui storici universali”, che hanno cambiato il mondo e si sono affaccendati in ambito politico, ma non hanno avuto quella che comunemente si dice felicità. Quindi Epicuro si guarda bene dal scendere nell’agone della politica, preferisce starsene a guardare, starsene in superficie, godendo di una stabile felicità nel suo giardini, lontano dalle tempeste della vita, a imitare quegli dei che si è immaginato come portatori di una beatitudine assoluta.
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