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Differenze teoriche tra Schopenhauer e Epicuro


Desideri e dolore, qui si rimarca la diversità radicale con Epicuro. Per Schopenhauer la vita scorre tra desiderio e sazietà paralizzante, in Epicuro invece si ha la convinzione di poter domare il desiderio. Esso è per sua natura dolore, ma anche la sua soddisfazione si traduce in sazietà che non appaga e introduce a ulteriore dolore. Il possesso di ciò che si desidera fa svanire ogni attrattiva per il desiderio stesso, che quindi rinasce in forme sempre nuove, mai domabile. La sazietà e provvisoria e insoddisfacente.
Il dolore è l’essenza stessa della vita, inestirpabile, tutti gli sforzi di bandirlo non posso fargli cambiare faccia. Per pervenire ad una terapia del dolore, occorre prima di tutto pervenire a questa presa di coscienza.
Una prima strategia difensiva, l’unica cosa saggia da fare contro il dolore immutabile è rettificare il nostro giudizio su di esso. Noi tendiamo a vedere dietro al dolore una causa accidentale, eludendo il fatto che esso è invece realtà strutturale dell’esistenza umana. L’insofferenza e la non accettazione del proprio dolore dipende anzitutto dalla convinzione che i malanni siano accidentali. Infatti di fronte ai mali che affliggono tutti non si è soliti a preoccuparsi più di tanto, mentre il dolore è reso pungente dal fatto che le sue circostanze determinanti siano ritenute accidentali. Se noi invece lo ritenessimo inevitabile nella sostanza e accidentale solo nella forma, potremmo pervenire ad una serenità stoica, che attenuerebbe le paure ansiose che ci opprimono. Una scorretta ermeneutica del dolore.
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