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Appunti per passare al meglio l’esame di letteratura italiana: dalle origini al ‘500

Appunti letteratura italiana dalle origini al ‘500 con testi ed analisi:

Sono presenti tutti gli autori della letteratura italiana dalle origini al 500.

I testi con le analisi sono i seguenti:

  • Dante Alighieri: Inf. IV, XXI, XXXIII; Purg. VI; Par. IX
  • Francesco Petrarca: 1, 2, 3, 4, 5, 23, 34, 52, 142, 264, 267
  • Giovanni Boccaccio: novelle I 2, II 5, IV 1, V 9, VI 10
  • Jacopo Sannazzaro, Arcadia: Prologo, Parte I
  • Boiardo, Orlando Innamorato: parte I, Canto 1
  • Ariosto, Orlando Furioso: canto 1; Satire di Ariosto: I-VII
  • Appunti sulla metrica

Rita Schiavone

Università degli studi di Salerno

Facoltà di lettere

Corso di laurea: lettere moderne

Esame: letteratura italiana dalle origini al ‘500

Docente: Laura Paolino

Anno 2021/2022

Storia della letteratura

Nella storia della letteratura, abbiamo 4 periodi:

  • Letteratura delle origini: in questo caso si parla impropriamente di letteratura perché i testi che vanno dalla prima metà secolo IX-primo fino al secondo decennio del secondo XIII sono attestazioni di varia natura della lingua italiana (Placito Capuano, Indovinello veronese). In questo periodo vi furono anche alcuni testi letterari frammentari, di difficile lettura e anonimi.
  • Età medievale: coincide all’incirca con la scuola poetica siciliana (costituita da scrittori funzionari di Federico II-1220/1230 c.) fino al terzo/quinto decennio del Trecento con le prime scoperte di Petrarca dei primi testi classici. Rinasce, così, l’interesse per la letteratura antica (latina) che era stata accantonata a favore della letteratura cristiana. Petrarca, ad esempio, scoprì “Le Epistole ad Attica” di Cicerone nella biblioteca capitolare di Verona.
  • Età umanistica (secolo XV-1400): la letteratura italiana viene accantonata a favore di quella latina (es: Poliziano che scrisse molte opere in latino), questa maggiore preponderanza aveva fatto sì che gli intellettuali si interrogassero su quali dovessero essere i loro modelli di riferimento. Il dibattito era molto ampio anche se il partito più seguito proponeva di imitare Cicerone nella prosa e Virgilio nella poesia. Questi modelli da seguire vennero trasposti nel 500 tra il latino e l’italiano. Si ebbe la cosiddetta questione della lingua (bisognava trovare una lingua letteraria comune). Nel 1525, così, Pietro Bembo pubblicò un’opera capitale per questo dibattito “Le prose della volgar lingua” cui diceva di imitare nella prosa Boccaccio e nella poesia Petrarca. Egli definisce questi due modelli come “due corone della letteratura italiana”. Questa proposta si affermò ma non tutti erano d’accordo con la sua proposta.
  • Classicismo cinquecentesco o età del rinascimento (grosso modo il secolo XVI) Classicismo perché nel Cinquecento si impone la proposta di codificare la lingua e i generi letterari (es. il lungo dibattito critico che lo stesso Tasso dedicò al suo poema per capire come definirlo -> discorsi sul poema eroico). Ci fu una grossa attenzione da parte degli intellettuali dei Cinquecento riguardo la forma della letteratura, diventa il secolo delle prescrizioni.

Caratteristiche della letteratura italiana dalle origini al 500

Le principali caratteristiche della letteratura italiana dalle origini al 500 sono:

  • Bilinguismo latino volgare: per la letteratura di questi secoli è più opportuno parlare di letteratura in volgare. Il termine “volgare” (tout court) è chiamato così perché originariamente era una lingua parlata dal “volgo” (da cui poi deriva il termine), cioè da tutti; anche dai litterati homines, cioè dagli intellettuali (uomini provvisti di una conoscenza delle littere: testi in latino). Nel Medioevo, il volgare diventerà scritto. Le prime tracce di lingua volgare risalgono già alla fine del VIII secolo con l’indovinello veronese (Tenebat diventa Teneba) e i Placiti Campani. La distinzione più nota, però, è quella fatta da Dante, nel trattato De vulgari eloquentia. In questo trattato Dante mette a paragone il “volgare del sì” (volgare italiano), riferendosi al termine con cui in italiano si esprime un’affermazione, appunto il sì, con il francese antico, che Dante chiama lingua d’oil e la lingua provenzale che Dante chiama lingua d’oc. Con il termine volgare si intendono, precisamente, le lingue che nascono dall’evoluzione del latino ed è un termine che si utilizza per designare l’italiano antico almeno fino a tutto il XVI secolo. La bipartizione delle produzioni è dovuta proprio alla divisione delle opere latine da quelle italiane dagli autori. (ad esempio, in Dante le due produzioni si equivalgono, mentre in Petrarca abbiamo più produzioni in latino e in Boccaccio prevalgono quelle in volgare).
  • Primato della produzione in versi rispetto a quelli in prosa: il termine “primato” va inteso in senso quantitativo e in senso di prestigio, cioè il volgare sin dall’inizio viene usato tanto nella produzione poetica (versi) quanto in quella in prosa. Tra queste due modalità la prosa godrà per molto tempo di una considerazione minore rispetto a quella in versi. Ad esempio, Boccaccio nell’introduzione alla quarta giornata del Decamerone evidenzia le cattive reazione che gli altri autori ebbero nei confronti delle sue novelle precedenti. Egli, dunque, afferma che le sue sono semplici novellette in volgare e in prosa, e non sapeva che avessero acquisito così tanta importanza. Questa affermazione di Boccaccio fa ben capire come la prosa godesse di un livello di considerazione inferiore rispetto al verso.

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  • Rapporto privilegiato con le letterature romanze d’oltralpe: le letterature romanze d’oltralpe sono quelle del territorio francese, quindi, quella in lingua d’oil e quella in lingua d’oc che nascono e si sviluppano prima della nostra lingua, alla quale forniscono tutta una serie di modelli tematici, formali, metrici e molto spesso anche linguistici, tanto da influenzare la poesia siciliana o anche siculo-toscana, poesia ricca di francesismi e provenzalismi.
  • Progressiva affermazione dei classici greco-latini: il 400 è il periodo dell’esemplarità privilegiato in cui vengono riscoperte le letterature latine antiche; quindi, gli autori cominciarono ad adottare la lingua latina per le loro composizioni. Si preoccupano inoltre di studiare il mondo antico in maniera dettagliata e filologica, quasi scientifica, senza interpretarlo in chiave allegorica o religiosa. I classici diventano quindi un modello. Nacque in questo periodo la filologia testuale (lo studio della corretta versione dei testi). Per comprendere l’importanza dei classici basti pensare alle parole di Dante nel I canto dell’inferno, rivolte al maestro Virgilio: “Tu se lo mio maestro e ‘l mio autore, tu se solo m’hacoli da cui io tolsi le bello stile che fatto onore”.
  • Precoce affermazione del valore esemplare delle 3 corone trecentesche (Dante, Petrarca, Boccaccio): la canonizzazione degli autori del Trecento, in modo particolare Dante, Petrarca e Boccaccio, avviene nella sua forma più compiuta nel XVI secolo con Pietro Bembo. In realtà anche prima di Bembo, questi tre autori cominciarono ad essere imitati dagli scrittori. Bembo, dunque, intercettò una potenza già in atto, prescrivendo ciò che nella prassi era già applicato.

Il Medioevo

Il Medioevo va dalla fine del 5 secolo (476 con la caduta dell’Impero Romano d’occidente) fino agli albori del 16 secolo (1492 con la scoperta dell’America). Esso viene diviso in 3 parti:

  • Alto medioevo: 476-1000 (anno in cui si attendeva la fine della storia dell’uomo ma che in realtà segnò un nuovo inizio. Era più un evento psicologico e non storico)
  • Pieno medioevo: 1000-1250/1300 (perché nel 1250 muore Federico II (stupor mundi), sovrano della dinastia sveva, che aveva rappresentato una svolta opponendosi alla teocrazia del papa di Roma con una visione laica del potere che riconosceva all’imperatore una piena autonomia; dopo la sua morte c’è un lungo conflitto tra l’autorità monarchica e il pontefice, e nel 1266 gli assetti politici cambiano e torna la figura del papa).
  • Tardo medioevo: 1250/1300-1492/1500 (nel 1492 accaddero due episodi importanti: la scoperta dell’America che apre le porte ad un nuovo orizzonte, e poi in Italia abbiamo la morte di Lorenzo de Medici che non fu solo il signore di Firenze, ma fu anche l’ago della bilancia e custode dell’equilibrio italiano).

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Capitolo 1: le origini della nuova lingua e della nuova letteratura

1. Il ritardo e l’affermazione della letteratura italiana

Un fenomeno singolare che caratterizza le origini della letteratura italiana è il ritardo del suo manifestarsi rispetto ad altre aree culturali dell’Europa. Nel Duecento assistiamo alla fondazione della letteratura italiana; gli scritti in latino restano di gran lunga predominanti, però il volgare non si limita più a rispondere soltanto alle esigenze pratiche di comunicazione ma comincia progressivamente a occupare spazi di elaborazione culturale e letteraria che erano pertinenza del latino. A differenza di quanto accade in Francia dove l'aristocrazia rielabora in chiave laica molti elementi della letteratura religiosa e li diffonde attraverso la lingua d’oc in aria provenzale e la lingua d'oil nell'area a nord della Loira, nella penisola italiana l'esigenza del volgare si fa urgente solo con la definitiva affermazione della civiltà comunale.

2. I primi documenti in volgare

Tra la fine dell'ottavo secolo e gli inizi del nono secolo si colloca il cosiddetto “indovinello veronese”, così chiamato perché uno sconosciuto scrivano inserisce dentro un codice liturgico di origine spagnola e ora conservato nella biblioteca capitolare di Verona, un indovinello: “Se pareba boves, alba pratalia araba, et albo versorio teneba et negro semen seminaba” -> “Si spingeva avanti i buoi, arava bianchi prati, teneva un bianco aratro, seminava nera semente”. La soluzione dell'indovinello riguarda l'atto dello scrivere perché: i buoi sono le dita, i bianchi prati la pergamena, l'aratro bianco la penna, il seme nero l'inchiostro. Dunque in questo indovinello c’è un mix tra latino e volgare: Teneba e seminaba, e potrebbero essere voci latine a cui è caduta la desinenza finale (tenebat e seminabat); oppure voci volgari latinizzate.

Poi abbiamo i “placiti campani”, con esigenza giuridica, redatti tra il 960 e il 963 nel Principato longobardo di Capua e Benevento, in cui un giudice Capuano per risolvere una controversia tra il monastero di Montecassino e un uomo di Aquino, registra la dichiarazione di tre testimoni favorevoli al monastero. All'interno di atti notarili redatti in latino, viene inserita una formula in volgare: “Sao ko kelle terre, per kelle fini qui ki contene, trenta anni le possette parte sancti Benedicti”. Si fa quindi ricorso al volgare in modo che i tre testimoni possano intendere il contenuto della loro testimonianza.

3. Premesse francesi per la letteratura italiana

Il ciclo carolingio e il ciclo bretone -> per la fondazione della letteratura italiana conta l'influsso esercitato dalla letteratura d'oltralpe. Sono in lingua d'oil le Chansons de geste, destinate al canto delle gesta eroiche. La più antica e più famosa è la Chanson de Roland. L'autore è Turoldo e tratta la resistenza di Carlo Magno e i suoi paladini saraceni. La lotta dell’esercito cristiano nei Pirenei e la morte di Rolando sono il tragico epilogo di questo poema da cui prende avvio il ciclo carolingio, che avrà larga diffusione popolare anche in Italia.

Importante è anche il ciclo bretone, i cui protagonisti sono Re Artù e i cavalieri della tavola rotonda, nelle cui narrazioni l'eroismo guerresco convive con l'esperienza amorosa e spesso è ad essa subordinata. L’autore più importante che tratta del ciclo bretone è Chretien De Troyes.

In area francese oltre alla narrazione lunga dei poemi e dei romanzi trovano sviluppo due singolari forme di narratio brevis. Poemetti amorosi a carattere elegiaco sono i “lais”, fra cui i più intensamente poetici sono quelli scritti da Maria di Francia. Di tutt'altra natura sono i “fabliaux”, racconti in versi dai contenuti erotici e licenziosi; temi predominanti sono la misoginia e la satira anticontadina.

Un altro genere letterario è il poema allegorico e didascalico -> Roman de la rose. È un poema di oltre 20.000 versi scritti in tempi diversi da due autori; la prima parte viene scritta nella prima metà del 200, da Guillaume de Lorris. Il continuo è scritto da Jean de Meung, il quale sposta la dimensione amorosa e cortese della prima parte, in direzione scientifica e dottrinaria.

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4. I provenzali e l’amor cortese

Non tanto la narrativa quanto la poesia è al centro dell'attività letteraria che nasce e si sviluppa nelle corti della Francia meridionale soprattutto in Provenza; la poesia provenzale detta occitanica è la poesia dell'amor cortese, così denominato perché tratta delle corti che trova origine e giustificazione. È scritta in lingua d’oc e qui il poeta canta la donna, denominata anche “dama” che deriva dal latino “domina” ovvero padrona. Con la donna il poeta instaura un rapporto che ha come presupposto all'extra coniugalità: si ritiene che solo fuori dal matrimonio ci possa essere vero amore. Da questo presupposto abbiamo un conflitto con la religione. Il rapporto uomo-donna si realizza riproducendo i livelli gerarchici della società feudale. L'amore si esplica nelle forme di servizio, di vassallaggio, di omaggio dell'amante nei confronti dell'amata. Un esempio è un manuale di precettistica nel trattato in prosa latina, il “De amore”, scritto da Andrea Cappellano nel 1189 alla Corte di Champagne. I poeti dell'amor cortese vengono chiamati “trovatori”; il termine deriva da “trobar” che vuol dire “inventare tropi” cioè figure metaforiche. Le due forme che assunse la poesia nella letteratura della lingua d’oc sono: il “trobar clus” (chiuso), caratterizzato da virtuosismo oscuro; il “trobar lue” (lieve), caratterizzato da poetare chiaro e comprensibile.

Capitolo 2: le grandi aree della prima letteratura italiana

1. L’Italia settentrionale; i provenzali nell’Italia del nord

Le corti dell’Italia settentrionale ospitarono poeti provenzali; nelle città dell’Italia del nord, infatti, i poeti italiani iniziarono a scrivere in lingua d’oc. A Genova, Percivalle Doria, Lanfranco Cigala e Bonifacio Calvo. A Mantova, abbiamo Sordello da Goito, reso famoso nel sesto canto del purgatorio dantesco, in cui il poeta gli fa pronunciare un’invettiva contro quelli che provocano la rovina dell’Italia.

2. La letteratura didattica

Nell’Italia settentrionale intorno al dodicesimo secolo, nascono produzioni di carattere didascalico e moraleggiante. Il documento letterario più curioso è costituito dai “Proverbia que dicuntur super natura feminarum”, un poemetto scritto da un autore sconosciuto attorno al 1156 e il 1160, riversando in 756 versi, il suo spirito misogino. La tematica misogina è sviluppata agli inizi del Duecento anche da Girardo Patecchio, autore della “Frotula noia e moralis”. Sempre nell’Italia settentrionale abbiamo il milanese Bonvesin de la Riva. Egli scrive nel 1274 il “Libro delle tre scritture”, di impegno morale, finalità edificante e volontà didascalica. Un altro testo di Bonvesin in volgare da citare è il “De quinquaginta curialitatibus ad mensam”, un manualetto riguardante le buone maniere da rispettare in società. Tra la fine del Duecento e gli inizi del Trecento, emerge a Genova, una singolare figura di poeta sconosciuto, denominato “l’anonimo genovese”; la sua figura è associabile a quella di Bonvesin. Nel suo corpus di rime a carattere politico, abbiamo Genova, e vengono qui celebrate le vittoriose imprese militari contro Venezia nell’ultimo anno del Duecento. L’Anonimo si fa interprete anche dello spirito espansionistico di Genova e delle sue bellezze, ricchezze e potenza economica.

3. Area umbria; San Francesco d’Assisi e le “Laudes creaturarum”

Le “Laudes creaturarum”, dette anche “Cantico delle creature” o “Cantico di Frate Sole”, vennero composte da Francesco d'Assisi tra il 1224 e il 1225.

Nato in una ricca famiglia borghese, Francesco, nel 1181-82, in giovinezza si dedica allo studio del latino e del francese e anche alla professione delle armi. Durante un viaggio verso il sud, matura in lui un profondo travaglio interiore che si precisa nell'affermazione della propria vocazione religiosa. L'intensa attività di predicazione e di affermazione dei principi evangelici condotta da Francesco e dai suoi seguaci, i “strati minori”, così chiamati in segno di umiltà, trova consenso anche presso il papato. Negli ultimi anni di vita del santo, si accentua l'esperienza mistica. Nel 1224 sul monte della Verna, ammalato e quasi cieco, riceve le stimmate. In questo periodo della sua vita abbiamo il “Cantico di Frate Sole”, per il quale ricorre al dialetto umbro e assume a modello i salmi biblici. Il Cantico muove da una premessa: l’uomo che pecca non ha la possibilità di nominare Dio; ciò nonostante

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-FIL-LET/10 Letteratura italiana

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Rit02 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Letteratura italiana dalle origini al 500 e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Salerno o del prof Paolino Laura.
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