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Letteratura italiana dalle origini al Cinquecento - Anno scolastico 2023/2024

Dalle origini alla fine del Trecento

La parola Medioevo ha iniziato ad essere impiegata tra il Cinquecento e il Seicento e significa "età di mezzo": una definizione generica che implica un significato negativo. Quest'età, infatti, sarebbe stata in mezzo a due periodi di grande sviluppo culturale e sociale: l'antichità romana e l'epoca che noi oggi definiamo Rinascimento. Furono proprio gli uomini del Rinascimento, consapevoli di essere protagonisti di una nuova fase storica, a sottolineare la continuità tra la loro epoca e la romanità definendo il Medioevo come una lunga parentesi buia.

Questo fu un periodo estremamente vario, segnato in alcune fasi da una grande arretratezza ma in altre anche da una grande vivacità e intraprendenza, sia in ambito culturale, sia politico che sociale. Gli storici hanno oscillato a lungo tra due date, nelle quali si pensa sia iniziato il Medioevo: il 313 e il 476. Nel 313, infatti, l'imperatore Costantino I emise l'editto di Milano, che dava piena libertà di culto ai cristiani; si apriva la strada all’editto di Tessalonica del 380, con il quale l'imperatore Teodosio I dichiarò il cristianesimo religione di Stato. Secondo altri storici, invece, la data che segna l'inizio del Medioevo è il 476, l'anno in cui, sotto la pressione delle invasioni barbariche, venne deposto l'ultimo imperatore d'Occidente Romolo Augustolo.

Nel periodo di grandi trasformazioni che seguì la caduta dell'impero romano, il cristianesimo assunse un profilo sempre più definito. Fu questo il periodo in cui a capo delle singole comunità locali furono posti i vescovi. Tra questi assunsero una particolare importanza coloro che erano a capo di comunità situate in città rilevanti come Roma, Costantinopoli, Gerusalemme, Alessandria d'Egitto eccetera. Fu a partire dal V secolo che i vescovi di Roma riuscirono ad assumere un ruolo di guida dal punto di vista dottrinale e ad essere definiti con il nome di Papa (padre), in quanto guida cristiana della nuova Roma.

I popoli barbarici, entrati in modi e tempi diversi nei territori dell'impero romano d'Occidente, diedero vita ad alcuni regni. Il più importante e duraturo tra questi regni fu quello dei Franchi in Gallia, attuale Francia. Tra il 768 e il 814, il loro re Carlo Magno conquistò l'Italia longobarda, il Ducato di Baviera, e l'esteso territorio dei sassoni in una sequenza di battaglie vittoriose interrotta dalla sola sconfitta di Roncisvalle. L'incoronazione di Carlo Magno da parte di Papa Leone III, nel giorno di Natale dell'800, aprì una grande questione: se il Papa incoronava l'imperatore, significava che quest'ultimo gli era subordinato?

Nel 1194 nacque a Jesi Federico II (fu chiamato stupor Mundi, colui che stupisce il mondo); sua madre, Costanza d'Altavilla, era l'ultima erede della famiglia normanna che aveva fondato il regno di Sicilia e suo padre era l'imperatore Enrico VI di Svevia, figlio di Federico I Barbarossa, uno dei principali sovrani dell'età medievale. Quando Federico divenne re di Sicilia era minorenne e orfano; egli fu messo sotto la tutela di Papa Innocenzo III che si propose di rafforzare ulteriormente il ruolo di pontefice all'interno della cristianità. In tal senso si proclamò vicario di Cristo ponendo la sua autorità in diretto contatto con Dio, di cui si dichiarava rappresentante sulla terra. Innocenzo III appoggiò Federico con lo scopo di fargli ottenere la corona di re di Germania, in cambio di concessioni per la Chiesa e della promessa di organizzare una crociata per la conquista di Gerusalemme.

Anziché conquistare la Terra Santa con le armi, Federico la ottenne grazie a un patto con il sultano che allora la governava, ma questa intesa destò scandalo: Papa Gregorio IX, inorridito dalla scelta dell'imperatore, arrivò a bandire una crociata per liberare la Sicilia da lui. Il conflitto però si placò. Durante questa momentanea pacificazione con la Chiesa, Federico volle rafforzare la propria autorità anche in Italia centro-settentrionale, ma non tutti i comuni erano disposti a sopportare l'imperatore: alcuni, i cosiddetti ghibellini, gli furono favorevoli mentre altri, i guelfi, gli furono avversi e trovarono l'appoggio del papato. Federico venne scomunicato da Gregorio IX, che lo paragonò all’anticristo. Nel pieno conflitto con i comuni e con il Papa, Federico morì in Puglia nel 1250. Dopo la sua morte alla dinastia degli Svevi subentrò quella degli Angiò: Papa Urbano IV offrì infatti il trono del regno di Sicilia al fratello del re di Francia, Carlo d'Angiò, che aveva sconfitto l'erede di Federico II, Corradino. Tuttavia, l'unità del regno di Sicilia sotto il governo di Carlo non resse a lungo e si scatenò una rivolta di popolo contro gli occupanti francesi.

Nel ventennio successivo, i rivoltosi ricevettero l'aiuto della dinastia spagnola degli aragonesi, che riuscì a insediarsi nell’isola. La pace di Caltabellotta, nel 1302, sancì questa separazione: la Sicilia andava agli aragonesi e l'Italia meridionale agli Angiò (angioini). Nell'Italia del 200 e del trecento, nessuno si sarebbe definito abitante del regno d'Italia, un regno che si estendeva solo sulla parte centro settentrionale della penisola. Al tempo, ogni città si auto governava poiché era un contado, cioè il posto in cui ogni conte risiedeva. Non ci si definiva italiani ma fiorentini, pisani o milanesi. Si iniziò ad affidare il potere agli esponenti delle famiglie più importanti e si allontanarono dalla città gli avversari, anche attraverso la pena dell’esilio. Questo nuovo assetto politico è stato definito dalla storiografia con il termine "signoria ", con il quale si dà particolare attenzione al ruolo assunto dai signori che, giunti al potere, sono riusciti a rendere dinastica la propria carica, cioè a trasmetterla ai propri figli.

Firenze rimase a lungo una delle città libere, cioè non soggetta al controllo di ristretti gruppi aristocratici fino alla cosiddetta rivolta dei Ciompi del 1378. I Ciompi erano gli operai dell'industria tessile, che chiedevano salari più alti e condizioni di lavoro più umane; per questo motivo le famiglie fiorentine allontanarono il popolo dal governo consegnando la città all’oligarchia della famiglia dei Medici.

L'Italia meridionale e la chiesa nel Medioevo

L'Italia meridionale invece, si caratterizzò da un indebolimento delle grandi dinastie regnanti: nel regno di Sicilia gli aragonesi dovettero governare scendendo a patti con i baroni dell'isola mentre nel regno di Napoli, il debole Roberto d'Angiò fu costretto a fare ampie concessioni alla nobiltà. La disunione del regno e la crisi finanziaria che portò al ritiro del credito da parte dei banchieri fiorentini, furono il preludio del conflitto politico che alla fine del secolo oppose Luigi d'Angiò e Carlo Durazzo per la successione al trono. La crisi si concluderà nel 1442 con la conquista di Napoli da parte degli aragonesi.

La Chiesa, nel Medioevo, fu forse la più potente delle istituzioni poiché tutti professavano la religione cristiana e quindi seguivano i precetti della dottrina ascoltando le parole pronunciate dai sacerdoti. Molti papi tesero sempre più a impadronirsi del potere politico estendendo la loro giurisdizione sulle cose terrene. Ma questa compromissione con le cose del mondo terreno non piacque a molti uomini che cercavano nella fede un proprio rifugio per allontanarsi dalle cose mondane. Possiamo distinguere due reazioni diverse: la prima fu quella degli eretici, cioè di coloro che rifiutarono di obbedire ad una Chiesa che giudicavano corrotta. Fu la reazione più pericolosa per la Chiesa, che infatti agì con grande determinazione: nel giro di pochi anni i catari, cioè la più cospicua di queste sette, fu sterminata, e lo stesso accade più tardi ai gruppi minori come gli apostolici o i dolciniani.

Una reazione meno traumatica venne dalle nuove confraternite e dai nuovi ordini religiosi che nacquero in Italia all'inizio del 200. Gli ordini dei religiosi esistevano da molto tempo, ma alcuni decisero di separarsi dagli altri credenti per vivere in modo più profondo la propria fede: si tratta dei monaci, comunità che si diede delle regole per organizzare la preghiera e altre attività. Prevalse la regola benedettina, così chiamata dal nome di Benedetto da Norcia, il monaco che la elaborò.

Nel 200 la tradizione monastica si ravvivò grazie all'iniziativa di due uomini. Il castigliano Domenico di Guzman organizzò una comunità di sacerdoti chiamata ordine domenicano: i membri dovevano viaggiare di città in città predicando la fede cristiana vivendo di elemosina e povertà sotto la linea guida del Vangelo. Questi ideali di umiltà e povertà furono caratteristici anche per l'ordine francescano nato ad Assisi grazie a Francesco. Mentre i monaci benedettini e quelli degli altri ordini, sorti durante il Medioevo, risiedevano nelle campagne e avevano pochi contatti con le persone comuni che vivevano nelle città, i domenicani e i francescani furono protagonisti della vita cittadina. Questi occuparono anche molte delle cattedre universitarie di teologia; ad esempio Tommaso d'Aquino fu un domenicano.

Durante il Trecento la Chiesa vive la sua crisi più grande; il secolo si apre con due iniziative dirette a riaffermare l'autorità ecclesiastica: il giubileo dell'anno 1300, con cui si prometteva un indulgenza ai pellegrini che avessero visitato Roma, e la bolla di Bonifacio VIII che rivendicava la superiorità papale su quella dell’imperatore. Quando Bonifacio morì il re francese Filippo IV il bello riuscì a fare eleggere Papa il vescovo di Bordeaux Bernardo di Got, che prese il nome di Clemente V, e a far trasferire la sede pontificia da Roma ad Avignone. Questa cattività avignonese durò quasi settant'anni, dal 1309 al 1377. Roma, in questo periodo, fu teatro dei conflitti armati tra le potenti famiglie locali come gli Orsini, e del breve fallimentare tentativo di governo popolare promosso da Cola di Rienzo. Il ritorno del papato a Roma nel 1377 non avvenne senza proteste e divisioni. Ne nacque una frattura detta scisma d'Occidente, che oppose all'interno della Chiesa due frazioni, una romana e una francese e che vide convivere per trent'anni un Papa eletto dalla prima e un antipapa eletto dalla seconda. Lo scisma si ricomporrà soltanto nel 1417 con il concilio di Costanza e la nomina a pontefice, con sede a Roma, di Martino V.

La vita nel Medioevo

Nel Medioevo la maggior parte della popolazione europea viveva nelle campagne ed era composta perlopiù da artigiani e contadini, i quali però non erano padroni della terra che lavoravano, ma la ricevevano in affitto da un proprietario terriero chiamato latifondista. La villa del padrone venne chiamata corte.

Per operare in luoghi spesso molto lontani i mercanti svilupparono nuove forme di organizzazione come le commende (società costituita da un mercante prima del villaggio al fine di raccogliere delle somme da finanziatori), e di pagamento, come le lettere di cambio, grazie alle quali un mercante, per evitare di viaggiare con grosse somme, otteneva una sorta di cambiale che poteva riconvertire in denaro nelle filiali sparse nelle principali piazze mercantili d’Europa. Benché la circolazione delle monete rimanesse estremamente frammentata a livello regionale e cittadino, iniziarono ad entrare in uso monete in oro di grande valore. Precursore in questo campo fu Federico II, che dal 1231, avviò la coniazione di una moneta in oro chiamata augustale, imitata a presto dai comuni italiani più coinvolti nelle attività commerciali come Firenze, Genova o Venezia.

Mercanti e banchieri, come altri esponenti dei mestieri cittadini come ad esempio giudici e notai, facevano parte delle arti maggiori, cioè delle organizzazioni che raccoglievano tutti coloro che esercitavano nella medesima città il mestiere medesimo (esistevano anche le arti minori, che raccoglievano tutti gli artigiani).

Istruzione e intellettuali nel Medioevo

L'istruzione del Medioevo era in genere riservata agli uomini, perché solo ai maschi erano destinate le professioni che richiedevano di saper leggere e scrivere. Tuttavia, le eccezioni non mancano, ma si tratta di solito di donne di alto linguaggio o donne che entrano in convento, dove ricevono un'istruzione religiosa. Quanto ai maschi, la loro istruzione era privata, o affidata a istituzioni ecclesiastiche.

Solo verso la fine del 200, in alcuni comuni italiani come Firenze, cominciano a nascere scuole laiche nelle quali i ragazzi imparavano a leggere a scrivere e dopodiché perfezionavano le discipline come il latino e la retorica oppure la matematica e le tecniche del calcolo. Chi voleva poteva anche continuare gli studi attraverso due strade: o entravano negli Studia, che vennero organizzati all'interno dei conventi dei francesi e dei domenicani, oppure andavano all'università, spostandosi in una delle poche città europee che ne possedevano una. Tra le più antiche ci sono Salerno e Bologna, in Francia Parigi e in Inghilterra Oxford e Cambridge.

I più grandi intellettuali del 200 del 300 sono professori e lavorano nelle università; alcuni sono laici o altri ecclesiastici e molti appartengono ai domenicani e francescani. Tutti quanti vivono del loro lavoro, cioè sono pagati dagli allievi per insegnare. È proprio in quest'epoca che nasce la figura dell'intellettuale moderno che passa il suo tempo studiando, scrivendo e insegnando.

Le origini della letteratura italiana

Possiamo ricondurre le origini della letteratura italiana in volgare al Duecento, abbastanza in ritardo rispetto alle altre aree culturali dell’Europa. Nel 200 tale letteratura non ha subito assunto un ruolo di egemonia dal momento che gli scritti in latino restarono di gran lunga predominanti; ciò viene confermato dai tanti adattamenti in volgare di testi latini, i volgarizzamenti, che attestano un costante senso di rispetto e di subordinazione verso il testo originario in latino. Tuttavia, è proprio dal 200, che il volgare non si limita più a rispondere soltanto alle esigenze pratiche di comunicazione, ma comincia progressivamente ad occupare spazi di elaborazione culturale e letteraria che erano del latino.

Non è facile dare una motivazione a tale ritardo, anche se qualche ragione di natura sociale e politica non sembra trascurabile. Si può segnalare che, a differenza di quanto accade in Francia, dove l'aristocrazia rielabora in chiave laica molti elementi della letteratura religiosa e li diffonde attraverso la lingua d’oc in area provenzale in lingua d’oil nell'area a nord della Loira, nella penisola italiana l'esigenza del volgare si fa urgente solo con la definitiva affermazione della civiltà comunale. Inoltre, tra le possibili cause del ritardo, è da porre la maggior forza di resistenza esercitata dal latino nell'area geografica in prossimità di Roma, e converrà anche tener presente un aspetto politico, cioè la frammentazione della penisola, che ostacola il raggiungimento di una lingua unitaria.

Le prime tracce del volgare si riscontrano in alcune testimonianze di secoli precedenti al Duecento. Tra la fine dell'VIII e gli inizi del IX secolo si colloca il cosiddetto indovinello veronese, conservato nella biblioteca capitolare di Verona. La soluzione dell'indovinello riguarda l'atto dello scrivere; i buoi sarebbero le dita, i bianchi prati la pergamena, l’aratro bianco la penna e il seme nero l'inchiostro. Molto importanti sono i placiti capuani redatti tra il 960 e il 963 nel principato longobardo di Capua e Benevento. Rappresentano il primo documento in cui il volgare italiano appare contrapposto al latino.

Un giudice Capuano, per risolvere una controversia tra il monastero di Montecassino e un uomo di Aquino, registra la dichiarazione di tre testimoni favorevoli al monastero. All’interno di atti notarili redatti in latino viene inserita una formula in volgare in modo che i testimoni possano intendere il contenuto della loro testimonianza. Tra il 1076 e il 1084, nella basilica inferiore di San Clemente, per il volere del monaco benedettino Raniero Ranieri, fu realizzato un ciclo di affreschi dedicati a San Clemente, quarto Papa nella Chiesa di Roma. Un affresco racconta l'episodio miracoloso dell’accecamento e assordamento del Patrizio romano Sisinnio, avvenuto mentre assisteva di nascosto alla mensa celebrato da Clemente. Più in basso era rappresentato il seguito della vicenda: Sisinnio ha riacquistato la vista e l'udito, ma, furioso per la gelosia, ordina ai suoi servi di catturare Clemente. Questi eseguono il comando, ma si accorgono di aver legato e di trascinare non il santo ma una colonna; Clemente li ammonisce con la frase latina "per la durezza del vostro cuore avete meritato di trascinare le pietre", dipinta sopra la colonna. L'episodio è corredato da alcune scritte in volgare che danno voce e vita alla scena che unisce l'uso del volgare e le opere d’arte.

Le origini della letteratura europea

Per la fondazione della lingua italiana, conta molto l'influsso esercitato dalla letteratura d'oltralpe. Nel territorio che corrisponde grosso modo alla Francia attuale c'erano due grandi aree linguistiche: a nord la lingua d’oil, da cui in sostanza deriva il francese attuale, e a sud, al di sotto della Loira, la lingua d’oc, detta anche occitanica o provenzale. La poesia dei trovatori è la più antica poesia in volgare; la parola trovatore significa una cosa ben precisa: il trovatore è che scrive canzoni fa della sua arte un vero e proprio mestiere. I trovatori erano grandi viaggiatori e si spostavano con regolarità tra la Francia, l'Inghilterra, la Spagna e l’Italia.

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-FIL-LET/10 Letteratura italiana

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher gemmaaaaa di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Letteratura italiana I e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Firenze o del prof Degl'Innocenti Donatella.
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