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Testi Dante Alighieri

Inferno: IV canto

Nel IV canto troviamo il rapporto di Dante con i classici nonostante nell’Inferno ci siano per la maggior parte personaggi contemporanei all’autore. Qui si compiace di incontrare personaggi di un certo spessore della tradizione greca e latina su cui la conoscenza di Dante è ottima soprattutto per quanto riguarda la cultura latina. Ci troviamo nel limbo (dal lat. Limbus, margine/orlo) che, circondando l’Inferno, ospitava coloro che erano innocenti ma allo stesso tempo non erano meritevoli di far parte di un’altra cantica. Essi non hanno potuto professarsi cristiani o perché non erano stati battezzati per morte precoce o per la mancata conoscenza del cristianesimo, come per coloro nati prima di Cristo o se il verbo di Dio non li aveva raggiunti in tempo. Del limbo parlano anche San Tommaso nella scolastica e Sant’Agostino che si chiede dove si trovano i bambini morti senza battesimo. Il primo distingue due zone, il limbus puerorum con i bambini morti senza battesimo quindi senza la cancellazione del peccato originale e il limbus patrum ovvero dei patriarchi della fede cristiana, gli ebrei. Essa è rimasta inabitata dopo la risurrezione di Cristo che li libera spezzando le porte del limbo e portando con sé Adamo, Abramo, Mosè, Noè.

Dante adotta la dottrina di San Tommaso ma con un’eccezione: sia in questo canto che successivamente esclude che un’anima possa salvarsi senza battesimo e senza aver professato il cristianesimo. Per il santo è sufficiente una redenzione dai propri peccati con la conseguente richiesta di perdono a Dio. Stranamente nella Commedia sono presenti due pagani: Rifeo nel cielo del sole tra gli spiriti giusti, una delle luci disposta in modo tale da creare un’aquila e di cui egli è la pupilla. Egli era un troiano presente nell’Eneide posto nel Paradiso per la sua rettitudine. L’altro è Catone il Censore, custode del Purgatorio noto per la sua integrità morale e vissuto prima dell’avvento di Cristo. Dante così ammette delle piccole eccezioni per coloro che non hanno ricevuto il battesimo nonostante all’inizio escluda completamente la cosa.

Viene fatta una distinzione tra infedeli negativi, ovvero coloro che non hanno professato la fede in Cristo perché non lo hanno conosciuto in tempo e gli infedeli positivi, quelli che pur conoscendo la fede cristiana non l’hanno professata, come i musulmani. Anche San Tommaso è d’accordo a non farli arrivare al Paradiso togliendo loro la possibilità di salvezza. Dante ammette nel limbo, nonostante faccia parte dell’oltretomba cristiano, anche Averroè e Avicenna ovvero due musulmani. Rientrano in un gruppo di anime che Dante chiama spiriti magni. Facendo ciò Dante si assicura di incontrare esponenti importanti della cultura antica. I pagani sono presenti anche in altri canti dell’inferno, come Cleopatra o Ulisse con cui parla solo di argomenti letterari e che sono diventati famosi per la loro eccessiva passione sulla terra. Nel quarto canto Dante ha la possibilità di osservare e parlare con alcuni esponenti del limbo.

Argomenti del canto

  • Ingresso nel Limbo
  • Descrizione delle anime e salvezza dei patriarchi biblici
  • Incontro con Omero, Orazio, Ovidio e Lucano
  • Il castello degli «spiriti magni»

Antefatto

Un forte tuono risveglia Dante dal suo sonno, per cui il poeta si rialza e si guarda intorno. Comprende di essere al di là dell'Acheronte, nel primo dei nove Cerchi in cui è diviso l'Inferno, il cui fondo è così oscuro che non riesce a vederci nulla. Virgilio invita Dante a seguirlo, ma con un pallore che allarma Dante, il quale infatti ne chiede il motivo. Virgilio risponde che la sua angoscia è dovuta alla presenza in quel luogo di anime che lui ben conosce, essendo lui stesso uno spirito relegato nel Limbo. Dopo aver ricordato a Dante che la strada da percorrere è lunga, lo conduce all'interno del Cerchio.

Appena entrato nel Cerchio, Dante sente trarre sospiri da ogni parte, emessi dalle molte anime presenti che non subiscono alcuna pena. Virgilio spiega al discepolo che queste anime non commisero alcun peccato, ma non ricevettero il battesimo, il che li esclude per sempre dalla salvezza. Tra di essi vi sono anche i pagani che vissero virtuosamente ma non adorarono il Dio cristiano, compreso Virgilio stesso; la loro unica pena consiste del desiderio inappagato di vedere Dio. Dante comprende che nel Limbo sono «sospese» anime di grandissimo valore e virtuose.

Dante chiede poi a Virgilio se mai qualcuna di queste anime sia uscita dal Limbo, per merito suo o di altri. Virgilio risponde che poco tempo dopo il suo arrivo vide entrare Cristo trionfante (dopo la Risurrezione), che trasse fuori dal Limbo i patriarchi biblici per portarli in Paradiso: tra essi Adamo, Abele, Noè, Mosè, Abramo, David, Giacobbe e i suoi figli, Isacco, Rachele. Prima di loro, conclude Virgilio, nessuno si era mai salvato. Mentre parlano, i due poeti proseguono e si avvicinano a un punto del Limbo in cui Dante vede una luce, tanto vivida da formare un semicerchio luminoso. Dante si avvede subito che il luogo è abitato da anime particolarmente virtuose: chiede spiegazioni a Virgilio, il quale risponde che lì risiedono spiriti che hanno ottenuto una tale fama in vita da meritare un grado di distinzione nell'Aldilà.

Si sente poi una voce, che invita a rendere onore a Virgilio che ritorna nel Limbo: Dante vede quattro imponenti anime farsi avanti, che non sembrano tristi né liete. Virgilio li presenta come Omero, che regge in mano una spada ed è come il re degli altri; Orazio, autore delle Satire; Ovidio, autore delle Metamorfosi e Lucano, autore del Bellum civile. I quattro si trattengono un poco a parlare con Virgilio, poi si rivolgono amichevolmente a Dante; Virgilio sorride di ciò, come del fatto che Dante viene ammesso nel loro gruppo ed è sesto tra cotanto senno. I sei si avvicinano poi al punto luminoso, dove sorge un nobile castello che è circondato da sette ordini di mura ed è cinto da un fiume. Lo superano come se fosse terra solida, attraversano sette porte ed entrano in un verde prato, dove risiedono spiriti dall'aspetto autorevole e dallo sguardo fiero (gli «spiriti magni»). Il gruppo si mette in disparte, in un punto alto da dove possano vedere tutti i presenti: Dante scorge Elettra, Ettore, Enea, Cesare, Camilla, Pentesilea, il re Latino, Lavinia, Lucio Bruto, Lucrezia, Giulia (figlia di Cesare), Marzia (moglie di Catone Uticense), Cornelia (madre dei Gracchi), il Saladino.

Dante vede anche un gruppo di filosofi, tra cui Aristotele, Socrate, Platone, Democrito, Diogene, Anassagora, Talete, Empedocle, Eraclito, Zenone, Dioscoride. Vede anche dei poeti, tra cui Orfeo e Lino, nonché scrittori come Cicerone e Seneca, poi Euclide, Tolomeo, Ippocrate, Avicenna, Galeno, Averroè. Dante non può nominarli tutti, quindi interrompe l'elenco; lui e Virgilio si separano dagli altri quattro poeti, scendendo nel II Cerchio dove l'aria è tempestosa e buia.

Parafrasi vv.1-42 (canto IV inferno)

Un forte tuono interruppe il sonno profondo nella mia testa, così che mi svegliai di colpo come qualcuno che è svegliato violentemente; intorno mossi lo sguardo riposato, mi alzai in piedi cercando di capire con attenzione dove fossi. In verità ero sulla parte estrema della dolorosa valle infernale, che accoglie intorno a sé il fragore degli infiniti lamenti. Talmente oscura, profonda e nebbiosa, che pur sforzando la vista a fondo niente mi era visibile.

«Adesso cominciamo a scendere nel mondo dannato» cominciò a dire il poeta pallido. «Io scenderò per primo, tu per secondo». E io, accortomi di quanto fosse pallido, dissi: «Come verrò, se tu, il solito conforto di ogni mio dubbio, sei spaventato?». E lui a me: «L'angoscia delle anime che sono qui dipinge sul mio volto la pietà che tu credi essere paura. Andiamo perché la via è lunga e ci sollecita.» Così entrò e mi introdusse nel primo cerchio che circonda l’abisso. Qui, da quanto si sentiva, non c'era pianto se non dei sospiri che facevano tremare l’aria eterna. Ciò accadeva per un dolore privo di tormento che le schiere delle anime avevano, molte e grandi composte da bambini, uomini e donne.

Mi disse il buon maestro: «Non domandi chi sono questi spiriti che tu vedi? Adesso voglio che tu sappia, prima di proseguire, che essi non peccarono; e se anche essi hanno dei meriti, non è sufficiente, perché non hanno avuto il battesimo, che è la porta per la fede in cui tu credi. E se vissero prima del Cristianesimo, non amarono Dio nel giusto modo: e di questi faccio parte anch’io. Siamo perduti per queste colpe e per nessun'altra, e la nostra unica sofferenza è avere un desiderio senza speranza».

Parafrasi da vv.43 a 102

Un grande dolore mi strinse il cuore, non appena lo capii (lo ‘ntesi = aferesi o elisione inversa a causa della caduta della vocale iniziale per effetto della vocale finale della parola precedente), però venni a sapere che in quel limbo erano sospese genti (Dante fa una concordanza a senso e non grammaticale perché gente è singolare ma utilizza il verbo al plurale, licenza poetica dantesca che accetta i costrutti ad sensum) di grande valore intellettuale. «Dimmi, mio maestro, dimmi, signore,» cominciai per essere certo con quella certezza che vince ogni errore: «è mai successo che qualcuno è uscito (uscicci, come precedentemente ruppemi = posposizione del pronome che si appoggia per accento e graficamente al verbo che lo precede + raddoppiamento consonantico della c) da qui, per merito suo o di altri, che poi è diventato beato?»

E quello, che subito intese il senso del mio discorso (il mio parlar coperto, allusione ai patriarchi ebraici), rispose: «Ero qui da poco (Virgilio era morto da poco ed era nuovo nell’ambiente), quando vidi entrare un possente (participio presente sostantivato riferito a Cristo appena risorto che ha vinto la morte), coronato da un segno della vittoria. Fece uscire (trasseci come uscicci) l’ombra (umbra = termine di origine classica usato da Virgilio nel VI libro dell’Eneide e stava ad indicare le anime che Enea incontra nei Campi Elisi, come il padre Anchise o Didone morta dopo essersi suicidata a causa sua) del primo genitore (genitore inteso come latinismo = parens-ntis), Adamo, di suo figlio Abele e di Noè, di Mosè legislatore ubbidiente (legista inteso come colui che ricevette le tavole delle 10 leggi da Dio sul monte Sinai ma al contempo ubbidiente perché le consegna intatte al popolo ebreo sottomesso al volere di Dio); quella del patriarca Abramo e del re David, Giacobbe (o Israel) con il padre Isacco, i suoi figli e la moglie Rachele, per la quale fece tanto (per lei Giacobbe rimase al servizio del suocero per 14 anni; Rachele una delle poche figure femminili ad essere stata nominata); e molti altri, che rese (feceli come uscicci) beati; e voglio (vo’ = troncamento) che tu sappia che prima di loro nessuno spirito era stato salvato».

Non interrompemmo il cammino nonostante Virgilio parlasse, procedevamo tuttavia (intensifica il discorso) attraverso quella selva (anadiplosi con la ripetizione del termine selva che non si riferisce a quella del primo canto ma intende la moltitudine di anime) colma di ombre. Non avevamo fatto molta strada da quando mi ero risvegliato dal sonno (se c’è sonno) / da quando avevamo iniziato a scendere dalla parte più alta del limbo (se c’è sommo) (non si sa Dante cosa abbia scritto in quanto non esiste una copia originale; il problema delle varianti è legato alla riproduzione manoscritta del suo tempo. Essa fu molto intensa in modo tale che la sua opera raggiungesse più persone possibili. Il copista, dunque, può commettere errori durante la trascrizione, facendo sì che durante l’umanesimo italiano nascesse la filologia testuale, una scienza arrivata anche a Petrarca che invece ci ha lasciato la copia originale del Canzoniere o De rerum vulgarium fragmenta. Egli scrive la congiunzione e come et ma alcuni editori hanno preferito cambiare la grafia del poeta. Questa scienza permette la ricostruzione della versione originale del testo al di là di tutte le corruttele che i copisti hanno prodotto; ora restano solo piccole variazioni in base all’edizione ma i critici sono costretti a spiegarne tutte le sfaccettature che prendono il nome di varianti adiafore, tra le quali non è possibile scegliere quella giusta. Per questo motivo è nata addirittura la filologia dantesca), quando vidi un fuoco che vinceva un emisfero di tenebre (il fuoco si differenzia dall’oscurità che lo circondava producendo un po’ di luce attorno alla fiamma ma lasciando ancora il poeta al buio). Eravamo ancora un po’ lontani da quel luogo (v’ = da quel luogo), ma non tanto da non distinguere parzialmente che onorevole (orrevole = viene da onorevole e ha subito la sincope della seconda o e l’assimilazione della n con la r. Ritorna varie volte in pochi versi) gente occupava quel luogo.

«O tu che onori la scienza e l'arte (perifrasi vocativa a Virgilio elogiato come poeta in quanto possiede la conoscenza e la τέχνη, ovvero un patrimonio di nozioni che riguardano la retorica e la prosodia, cioè l’arte di scrivere in versi. Virgilio possiede in modo uguale entrambe le cose e dicendo ciò Dante introduce indirettamente i personaggi successivi), chi sono questi che hanno tanto onore al punto tale da essere considerati diversamente dalle altre anime?». Ed egli mi rispose: «L’onorata fama di cui ancora godono tra i vivi (sù ne la tua vita = sù inteso geograficamente come sopra gli inferi, dove Dante da vivo era solito trovarsi), permette loro una grazia in cielo che li distingue dagli altri (affermazione poco in sintonia con il contemptus mundi, il disprezzo della dimensione terrena tipica della concezione religiosa medievale, esaltando invece alcuni valori terreni come la poesia e come accade anche nel mito di Orfeo. Ciò non succede in Petrarca che non arriverà mai a dire che la poesia possa salvarlo o arrivare al cielo ma è in grado solo di far vivere nei secoli Laura)».

Nel frattempo, io sentii una voce: «Onorate l'altissimo poeta: torna la sua ombra, che era andata via (rivolta a Virgilio che era andato via per aiutare Dante il quale ancora non capisce chi stia parlando)». Dopo che la voce si spense e tranquillizzò (endiadi di restata e queta = stesso concetto espresso con due termini), vidi venire verso di noi quattro grandi (grandi dal punto di vista intellettuale) ombre: non erano né tristi né lieti (condizione tipica delle anime del limbo). Il buon maestro iniziò a dire: «Guarda quello che impugna la spada, precedendo gli altri come se fosse il sovrano: quello è Omero, re di tutti i poeti (imbraccia la spada perché alcuni vedono nella spada il simbolo della materia epica dell’Iliade e dell’Odissea, altri lo vedono nelle vesti di un signore medievale che dona l’investitura poetica ai poeti successivi); l'altro è Orazio, autore di Satire; il terzo è Ovidio e l'ultimo è Lucano (ne citerà altri e l’ordine non è gerarchico ma topografico perché pone sopra tutti solo Omero mentre gli altri lo seguono a pari merito). Dato che ciascuno di loro ha in comune con me quel nome che la voce da sola pronunciò (prima lo aveva detto Omero chiamandolo poeta), mi onorano (fannomi come uscicci) e di ciò fanno bene».

Così vidi io (vidi = vidi io, elisione) radunarsi la bella scuola (omerica, considerato come maestro e un modello per gli altri poeti) di quel principe dell’altissimo canto, che vola sopra tutti come un’aquila. Dopo che ebbero ragionato insieme per un po’ di tempo (alquanto), si rivolsero a me facendomi un cenno di saluto e il mio maestro sorrise di ciò; ma mi fecero (fenno = terza persona plurale dell’indicativo passato remoto dell’italiano del 1300 usata insieme a fecero) un onore ancora più grande perché essi mi accolsero nella loro schiera, così che fui il sesto in questo gruppo di cotanta intelligenza (si unisce al gruppo di poeti epici con Virgilio che scrisse l’Eneide, Omero Iliade ed Odissea e Lucano che scrisse la Pharsalia ad eccezione di Ovidio che invece scrisse le Metamorfosi, molto famose al tempo di Dante, e Orazio l’unico accompagnato da un aggettivo, satiro, volendo in questo modo accentuare lo sguardo sulle sue satire o sermones e Dante lo considera come un modello per la produzione della sua prima cantica per la rappresentazione dei difetti e delle debolezze umane che hanno condannato le amine alla sofferenza eterna).

Parafrasi da vv.103-150

Procedemmo in tal modo fino al fuoco, parlando di argomenti sui quali è ora opportuno tacere, così come era opportuno parlarne dove allora mi trovavo. Arrivammo ai piedi di un nobile castello, circondato da sette cerchi concentrici di alte mura e difeso intorno da un bel fiumicello. Lo attraversammo come se fosse stato di terraferma, ed entrai attraverso sette porte con questi sapienti, finché giungemmo ad un prato ricoperto di erba fresca. Lì stavano anime con gli sguardi composti e seri, di grande autorità nell’aspetto, che parlavano di rado, solo quando era opportuno, e con un tono di dolcezza.

Ci portammo, così, in uno degli angoli del prato, in un luogo aperto ben illuminato e rialzato, in modo da poter vedere tutti quanti quegli spiriti. E là di fronte, sopra il prato, mi vennero mostrate le anime di grandi uomini della cui visione esulto ancora dentro di me. Vidi Elettra insieme a molti suoi concittadini, e tra questi riconobbi Ettore ed Enea, Cesare, ancora armato, e con lo sguardo di un uccello rapace. Dopo che ebbi alzato un po’ di più lo sguardo, vidi il maestro di tutti i sapienti, Aristotele, che stava seduto in mezzo alla schiera dei filosofi. Tutti questi lo ammiravano e gli tributavano onore. Tra questi vidi Socrate e Platone, che sono più

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-FIL-LET/10 Letteratura italiana

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Rit02 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Letteratura italiana dalle origini al 500 e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Salerno o del prof Paolino Laura.
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