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Valore dell’interpretazione nel diritto


Il tema dell’interpretazione delle norme giuridiche è definito in modo chiaro in un passo del Digesto, in cui il giurista Celso scrive: «conoscere le leggi non è tenerne a mente le parole, ma la forza e la potestà».
L’interpretazione, quindi, deve spingersi al di là della mera lettura di un testo, per indagarne il significato. A tal proposito è fondamentale la distinzione giuridica tra disposizione e norma.
Con il termine disposizione si indica la mera formulazione linguistica di una legge; la norma, invece, è il risultato dell’interpretazione di tale disposizione sulla base di diversi criteri.
Celso, infatti, dice che la cosa importante non è tenere memoria delle parole di una legge, bensì cogliere la forza e il valore concreto che una specifica norma ha. Egli parla addirittura di «potestas», cioè della potenzialità che hanno le parole di racchiudere un significato, ancora in nuce nella disposizione, ma che, sotto opportune condizioni, in futuro darà vita a nuovi significati.
La differenza tra mera formulazione linguistica e interpretazione distingue colui che redige un testo da chi invece lo ascolta e lo interpreta, il quale lo farà sempre sulla base della propria personalità e della percezione che specifici termini evocano nella sua mente.
Ogni soggetto, infatti, è disposto ad una pre-comprensione (concetto sottolineato dal filosofo Heidegger) che dipende dal contesto sociale e culturale in cui egli vive, dalla sua formazione e dalla sua educazione. Ciò consente facilmente di capire che l’interpretazione varia da persona a persona. Tale concetto è sintetizzato da un eloquente aforisma attribuito a San Tommaso, il quale scrisse: «Ogni cosa è percepita secondo le modalità di colui che percepisce!.
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