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Principali aspetti referendari



Nel corso del tempo, la giurisprudenza italiana ha colto l’opportunità di aggiornare l’istituto referendario sotto diversi profili:
- la successione temporale del procedimento, dal momento che la dichiarazione di inammissibilità giunge quando la raccolta delle firme, sforzo organizzativo considerevole, è già avvenuta;
- il numero delle firme richieste (da taluno considerato eccessivo, da altri troppo basso);
- la semplificazione delle procedure di raccolta firme (anche prevedendo la sottoscrizione in forma digitale, come avviene per le iniziative dei cittadini europei);
- l’introduzione di un tetto al numero di richieste che si possono sottoporre al voto nella stessa tornata (si è votato fino a dodici referendum contemporaneamente);
- l’eliminazione o la riduzione del quorum strutturale.
L’esistenza del quorum finisce per attribuire un indebito vantaggio ai sostenitori del «no», tanto più in un contesto di partecipazione elettorale decrescente. Accade infatti che può bastare convincere un numero relativamente basso di elettori a disertare le urne per portare alla sconfitta quella che altrimenti sarebbe una nettissima maggioranza: emblematico il caso del referendum sulla legge elettorale della Camera nel 1999 che ebbe oltre 21 milioni di «sì», pari al 43% degli aventi diritto, percentuale di elettori maggiore di quella risultata decisiva, per il «sì» o per il «no», in quindici diversi referendum. Ma nel 1999, appunto, il quorum, per poche decine di migliaia di voti, non fu raggiunto e il referendum risultò perciò invalido. Lo stesso si è poi verificato, in misura ben più accentuata, nelle quattro tornate referendarie successive (la partecipazione scese tra il 2000 e il 2009, indipendentemente dalle questioni poste, fino al 24%).

I referendum del 2011 raggiunsero invece il quorum, anche grazie al fatto che uno dei quesiti chiedeva di fermare il ritorno all’energia nucleare a pochi mesi dal disastro della centrale giapponese di Fukushima. Ma poi il referendum del 2016 sulle trivellazioni al largo delle coste italiane ha visto di nuovo la partecipazione fermarsi al 31%. In definitiva, con l’eccezione del 2011, non si hanno più referendum validi da più di vent’anni.