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Parlamentarismo e presidenzialismo


Oggi il Capo dello stato svolge ruoli e compiti estremamente limitati e immancabilmente connessi a quanto stabilito dagli altri titolari politici dello Stato; negli stati liberali, invece, il re, se pur con poteri limitati, era al centro di tutte le funzioni pubbliche e svolgeva un ruolo fondamentale nell’ambito dell’esercizio dei poteri.
Nel corso del XIX secolo, però, si instaurò una forma di dualismo: il governo era da un lato responsabile dal punto di vista istituzionale e politico nei confronti del re che lo aveva nominato, dall’altro era improntato a una collaborazione politica con la camera elettiva. Ciò determinò una progressiva riduzione del ruolo del re, che a lungo andare si è limitato a fungere un ruolo di rappresentanza istituzionale e di garanzia, ma privo di facoltà politiche attive e particolarmente rilevanti.
Contestualmente, i padri fondatori redissero la carta costituzionale degli USA tenendo conto, pur volendosene distaccare, del sistema politico e istituzionale del common law: il presidente americano, infatti, rappresenta la federazione degli USA ed è dotato di un potere politico estremamente rilevante: egli, dunque, non svolge un ruolo di semplice rappresentanza istituzionale e garanzia formale.
Dunque, mentre nelle forme di governo parlamentare il baricentro di funzionamento del sistema politico è costituito dal nelle forme di governo presidenziali il centro dell’indirizzo politico non è il Parlamento, bensì il presidente della Repubblica, il quale è anche il capo del potere esecutivo.
In quest’ultima forma di governo, il sistema elettorale è fondato su un assetto bipartitico (costituito dal partito democratico e dal partito repubblicano) e prevede l’elezione pressoché diretta da parte del popolo, il quale esprime direttamente le proprie preferenze, che però saranno poi intermediate dai Grandi elettori.
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